Strange Days: quando i Doors scelsero il lato oscuro della psichedelia
12 gennaio 2026 alle ore 11:51, agg. alle 12:07
Tra successo, paranoia e sperimentazione, il secondo album dei Doors consolida l’identità della band e cambia per sempre il loro suono
Quando Strange Days arriva nei negozi il 25 settembre 1967, i Doors non sono più una promessa. Sono una band già centrale nella nuova mappa del rock americano.
La band californiana mette piede ai Sunset Sound Recorders nell’estate del 1967 ed il contesto è radicalmente diverso rispetto a pochi mesi prima.
Il debutto ha sfondato, Light My Fire è ovunque, e Jim Morrison è diventato un personaggio pubblico suo malgrado.
Ray Manzarek ricorderà spesso come quella fama improvvisa abbia inciso sull’umore del gruppo: "Eravamo passati dai club fumosi di Los Angeles alla televisione nazionale in poche settimane. Non era naturale".
Strange Days nasce in questo clima di pressione e aspettative. Non c’è il tempo per testare i brani dal vivo come era avvenuto per il primo album. Molte canzoni vengono completate direttamente in studio, con un approccio più sperimentale e meno istintivo.
Il produttore Paul A. Rothchild spinge la band a osare, a sfruttare lo studio come estensione del linguaggio musicale. "Volevo che suonassero come se fossero intrappolati dentro la loro stessa testa", dirà anni dopo.
Dal debutto al disincanto: il contesto di Strange Days
Il passaggio tra The Doors e Strange Days è rapido, quasi brutale. La band rientra ai Sunset Sound Recorders di Hollywood nell’estate del 1967 con pochissimo tempo per respirare. Il successo ha accelerato tutto, ma ha anche aumentato la pressione. Come ricorderà Ray Manzarek: "Non avevamo intenzione di rifare lo stesso disco. Sarebbe stato inutile. Dovevamo andare oltre, esplorare territori più strani, più profondi".
Il clima è quello di un’America che sta cambiando velocemente. L’estate dell’amore convive con le tensioni della guerra in Vietnam, con la repressione, con un senso crescente di alienazione urbana.
Morrison assorbe tutto questo e lo trasforma in testi più frammentati, più visionari, spesso inquietanti. Strange Days nasce così: come un disco che riflette lo spaesamento di un’epoca, ma anche quello di una band improvvisamente esposta alla fama.
A differenza del debutto, registrato in gran parte come una band da club che entra in studio, Strange Days è pensato come un album.
C’è una maggiore consapevolezza del mezzo, una volontà di usare lo studio come strumento creativo, senza però snaturare l’approccio diretto che caratterizza i Doors.
Un suono nuovo: sperimentazione, studio e identità
Dal punto di vista sonoro, Strange Days segna una svolta netta. È più compatto, più oscuro, più stratificato. L’elemento chiave è l’uso del Moog sintetizzatore, uno dei primi esempi di impiego dello strumento in un disco rock.
Manzarek lo utilizza non come protagonista, ma come colore, come estensione psichedelica delle tastiere: un dettaglio che contribuisce all’atmosfera alienata del disco.
"Non sapevo davvero come usarlo", ammetterà, "ma proprio per questo funzionava. Era instabile, imprevedibile, come il periodo che stavamo vivendo".
Il risultato è evidente nella title track Strange Days, dove il Moog contribuisce a creare un senso di straniamento quasi claustrofobico.
La produzione di Paul A. Rothchild è più ambiziosa. I suoni sono compressi, talvolta claustrofobici, volutamente lontani dalla brillantezza radiofonica.
La copertina dell’album nasce quasi per caso. Il fotografo Joel Brodsky propone diversi concept, ma la band sceglie quella con gli artisti da circo per il suo valore simbolico. Manzarek spiega: "Eravamo noi quegli strani personaggi, messi sotto vetro per essere osservati".
La concentrazione di Jim
Brani come Strange Days o When the Music’s Over giocano su dinamiche estreme, alternando silenzi, esplosioni improvvise, parti quasi teatrali. John Densmore, con il suo drumming jazzistico, accentua il senso di instabilità ritmica, mentre Robby Krieger sviluppa una scrittura chitarristica più sottile e meno blues rispetto al primo album.
Le sessioni sono intense ma ordinate, molto più di quanto l’immagine pubblica dei Doors farebbe pensare. John Densmore racconta che Morrison, nonostante la reputazione caotica, in studio era spesso concentrato: "Jim poteva essere ingestibile fuori, ma quando il nastro girava sapeva esattamente cosa voleva comunicare".
La produzione è più densa rispetto al debutto. Le tastiere di Manzarek vengono compresse, la chitarra di Robby Krieger è meno blues e più tagliente, la batteria lavora sulle dinamiche. È un suono che guarda avanti e che isola i Doors dal resto della scena psichedelica californiana.
Rothchild dichiarerà anni dopo: "Con Strange Days i Doors hanno iniziato a suonare come nessun altro. Non erano più una band influenzata, erano un’influenza".
Testi, scrittura e visioni: Morrison sotto pressione
Molti testi di Strange Days riflettono direttamente lo stato mentale di Morrison in quel periodo.
People Are Strange nasce, secondo Manzarek, dopo una passeggiata solitaria di Jim a Venice Beach. "Tornò dicendo: “La gente è strana quando sei uno sconosciuto”". Il brano viene scritto in pochi minuti, quasi di getto, e diventa una delle canzoni più iconiche della band.
Love Me Two Times porta invece la firma di Krieger e genera le prime frizioni con le radio americane. Il verso “love me two times, baby, love me twice today” viene giudicato troppo esplicito da alcune emittenti. Krieger difenderà sempre il pezzo: «Era un blues. Il problema non era la canzone, era la voce di Jim. Lui rendeva tutto più intenso, più diretto».
Un caso a parte è When the Music’s Over. Il brano evolve in studio partendo da una lunga jam. Morrison porta testi scritti su fogli sparsi, spesso modificati all’ultimo momento. Densmore ricorda: "Jim cambiava le parole anche mentre registravamo. Era come assistere a una performance teatrale".
La frase "We want the world and we want it… now” diventa una sintesi brutale dello spirito dell’epoca.
Accoglienza, impatto e ruolo nella discografia dei Doors
All’uscita, Strange Days viene accolto positivamente, anche se alcuni critici lo trovano più cupo e meno immediato del debutto. Commercialmente funziona: numero 3 nella Billboard 200, singoli forti e tour sold-out. Ma il suo vero impatto si misura nel tempo.
È l’album che definisce definitivamente i Doors come band non allineata al flower power. Un disco urbano, nervoso, psicologico. Senza Strange Days non esisterebbero certi sviluppi del post-punk, né l’idea di un rock capace di esplorare l’alienazione senza filtri.
Nella discografia dei Doors rappresenta il momento in cui il gruppo smette di reagire al successo e inizia a governarlo. Un lavoro che non cerca consenso, ma coerenza. Ed è proprio questa scelta, a distanza di quasi sessant’anni, a renderlo ancora centrale nella storia del rock.