Stone Gossard: il riff che tiene insieme i Pearl Jam
20 luglio 2026 alle ore 19:53, agg. alle 20:28
Dai Green River ai Temple of the Dog, storia e stile del chitarrista che ha dato ai Pearl Jam struttura, groove e riff fondamentali.
Il 20 luglio 1966 nasceva Stone Gossard, un chitarrista spesso meno appariscente di quanto sia determinante. Nei Pearl Jam, Mike McCready è il solista immediatamente riconoscibile, quello degli assoli aperti, del vibrato e delle accelerazioni hendrixiane. Gossard è invece l’uomo della struttura: costruisce il terreno, decide dove una canzone deve pesare, dove può respirare e quanto a lungo un riff debba trattenere la tensione prima di risolversi.
Nato a Seattle, Stone Gossard ha attraversato tutte le fasi decisive della scena locale: l’hardcore ancora irregolare dei primi anni Ottanta, la nascita dei Green River, l’ambizione dei Mother Love Bone, il lutto trasformato in musica con i Temple of the Dog e infine la formazione dei Pearl Jam. La sua storia è praticamente una linea continua dentro l’evoluzione del rock di Seattle.
Stone Gossard: dai primi gruppi ai Green River
Gossard frequentò la Northwest School of the Arts, dove conobbe Steve Turner, futuro chitarrista dei Mudhoney. Prima di arrivare ai Green River suonò in formazioni come Ducky Boys e March of Crimes, muovendosi in un ambiente nel quale punk, post-punk e hard rock cominciavano a mescolarsi senza rispettare confini rigidi.
La scena di Seattle non era ancora un’industria né un marchio riconoscibile. Era un insieme relativamente piccolo di musicisti che condividevano sale prove, locali, strumenti e ascolti. In quel contesto Gossard guardava ai gruppi punk locali, ma senza sentirsi completamente parte di quella grammatica: "Cercavo il mio modo di entrare in qualcosa del genere", dirà.
I Green River, formati nel 1984, unirono l’aggressività del punk a chitarre più lente, sporche e pesanti. Nella loro musica si potevano riconoscere la fisicità degli Stooges, l’hard rock degli Aerosmith, la distorsione metallica e l’atteggiamento dell’hardcore. Sub Pop ha descritto quella combinazione con una formula efficace: punk, glam e sludge rock. Più che anticipare una precisa estetica, i Green River mostrarono che le due culture considerate incompatibili — punk underground e hard rock degli anni Settanta — potevano occupare lo stesso brano.
In questo equilibrio Gossard trovò presto la propria funzione. Non gli interessava riprodurre con disciplina né il punk né l’heavy metal. Ascoltava Motörhead, Iron Maiden, Mercyful Fate e Led Zeppelin, ma non cercava di imitarne la tecnica. Il punto era assorbire peso, volume e dinamica, per poi ricomporli in una forma più istintiva. Anni dopo avrebbe detto di non sapere realmente come suonare quel tipo di musica: faceva semplicemente ciò che gli sembrava corretto per il pezzo.
Lo scioglimento dei Green River divise quella prima cellula del grunge in due direzioni. Mark Arm e Steve Turner sarebbero confluiti nei Mudhoney, più legati alla ruvidità garage e punk. Gossard e il bassista Jeff Ament scelsero invece una strada più ampia e melodica, dalla quale nacquero prima i Lords of the Wasteland e poi i Mother Love Bone. La differenza era evidente: non soltanto club e rumore, ma canzoni capaci di sostenere un palco grande.
Mother Love Bone, Temple of the Dog e la nascita dei Pearl Jam
Con Andrew Wood alla voce, i Mother Love Bone aggiunsero glam, psichedelia e classic rock al suono costruito da Gossard e Ament. Wood aveva presenza scenica, senso melodico e una concezione del frontman lontana dall’austerità punk. Il gruppo sembrava pronto a diventare uno dei primi nomi di Seattle in grado di raggiungere un pubblico nazionale.
La morte di Andrew Wood, avvenuta nel marzo 1990 poco prima della pubblicazione dell’album Apple, interruppe quella traiettoria. Per Gossard non fu soltanto la fine di un gruppo: significò dover ripensare il proprio futuro musicale quando una carriera sembrava appena cominciata.
Chris Cornell, cantante dei Soundgarden ed ex coinquilino di Wood, cominciò a scrivere materiale in sua memoria. Coinvolse Gossard e Ament, ai quali si unirono Mike McCready e il batterista Matt Cameron. Durante le sessioni era presente anche Eddie Vedder, appena arrivato a Seattle per sostenere un’audizione con il nuovo gruppo che Gossard e Ament stavano organizzando. Vedder partecipò ai cori e divise con Cornell le parti vocali di “Hunger Strike”. Erano nati i Temple of the Dog.
Il disco, pubblicato nell’aprile 1991, fu realizzato senza una strategia commerciale rigida. "L’intera situazione era completamente priva di pressioni: nessuno si aspettava che diventasse qualcosa", ricordò Gossard. Proprio l’assenza di aspettative permise ai musicisti di lavorare sul dolore senza trasformarlo in spettacolo.
Temple of the Dog è importante anche per capire il rapporto di Gossard con il blues. Il disco non propone un blues tradizionale, ma usa riff, tempi dilatati, ripetizioni e spazi strumentali derivati dall’hard rock degli anni Settanta. Brani come “Reach Down” si sviluppano sopra un movimento pesante e quasi fangoso; “Pushin Forward Back”, composto musicalmente anche da Gossard, porta quella stessa tensione verso una forma più breve e aggressiva. Il progetto si colloca tra il blues rock di Led Zeppelin e Aerosmith e l’inquietudine dell’alternative rock che stava emergendo.
Nel frattempo, Gossard, Ament e McCready avevano preparato una serie di demo strumentali. Una cassetta arrivò a Eddie Vedder, che registrò voce e testi sopra quelle strutture. Il nucleo dei Pearl Jam nacque da quel dialogo a distanza: riff già definiti, ma ancora aperti a una nuova interpretazione melodica e narrativa.
Quando Ten uscì nell’agosto 1991, molte delle sue fondamenta musicali portavano la firma di Gossard.
“Alive”, “Even Flow” e “Black” partivano da sue progressioni o da composizioni sviluppate con gli altri membri. Il successo dei Pearl Jam rese immediatamente evidente l’efficacia della formula: energia punk, dimensione classica del rock, ritornelli ampi e una sezione ritmica capace di mantenere il peso anche quando le chitarre si aprivano.
Lo stile di Stone Gossard: quando il blues rientra nel punk
Nel grunge il blues riemerse soprattutto come grammatica fisica: tensione prolungata, riff ripetuti, note lasciate sporche, dinamica elastica che si muoveva, però, negli spazi dell'alternative.
I gruppi punk avevano reagito agli eccessi del rock classico vietando assoli, virtuosismi e sofisticazione. La generazione di Seattle mantenne quella volontà di essenzialità, ma recuperò il peso dei riff di Led Zeppelin, Black Sabbath, Aerosmith e Neil Young. Non restaurò il vecchio hard rock: lo rese meno celebrativo, più instabile e più vicino alla sensibilità dell’underground.
Gossard rappresenta bene questo passaggio. Ha descritto il proprio metodo partendo dal groove e da un singolo cambio di accordo, cioè dalla tensione creata restando a lungo nello stesso punto prima di muoversi. Quel meccanismo, secondo lui, "è il blues".
Il riff non serve soltanto a rendere il pezzo riconoscibile: agisce come una pressione costante. Può essere sincopato, incompleto, leggermente fuori asse oppure costruito su accordature alternative. Invece di riempire tutto lo spazio, Gossard lascia che basso, batteria e seconda chitarra ne modifichino il significato.
"Tendo a considerare la chitarra quasi come uno strumento a percussione", ha spiegato parlando della propria funzione nei Pearl Jam. Mike McCready può muoversi sopra il brano, aggiungere parti soliste e colore; Gossard lavora più vicino alla batteria, stabilendo gli accenti e la direzione del movimento.
Questa impostazione chiarisce perché definirlo semplicemente “chitarrista ritmico” sia riduttivo. Il suo lavoro non consiste nell’accompagnare una melodia già esistente, ma nel produrre la dinamica dalla quale quella melodia può emergere. Gossard costruisce spesso eliminando, non aggiungendo. Cerca pattern elementari, quasi primitivi, e li lascia interagire con il resto del gruppo.
Tra le influenze più evidenti c’è Jimmy Page, al quale si aggiunge l’impatto di Motörhead, la precisione dell’heavy metal britannico, la semplicità del punk locale, l’apertura melodica del classic rock e l’interesse per la scrittura essenziale dei Cure. Il risultato non è una somma di citazioni, ma un modo di comporre nel quale durezza e melodia devono restare in equilibrio.
Cinque brani per capire Stone Gossard
1. “Alive” – Pearl Jam, 1991
“Alive” è il punto di partenza inevitabile. La musica nacque da un demo strumentale di Gossard chiamato inizialmente “Dollar Short”, composto nel periodo immediatamente successivo ai Mother Love Bone. Eddie Vedder ricevette la registrazione e vi costruì sopra testo e linea vocale. Il brano sarebbe diventato uno dei primi elementi intorno ai quali prese forma l’identità dei Pearl Jam.
Il riff iniziale contiene già una parte importante del vocabolario di Gossard. È ampio ma non complesso, classico nella progressione e moderno nel peso. Ogni ripetizione sembra spostare il centro di gravità verso la voce e poi verso la sezione ritmica.
Gossard costruisce la cornice e lascia spazio a McCready, il cui assolo finale porta il brano verso una dimensione più espansiva (con un piccolo omaggio ad Ace Frehley dei suoi amati KISS e, di rimando ai Doors). L’efficacia di “Alive” nasce proprio dalla divisione dei ruoli: Stone mantiene stabile la pressione armonica, McCready la libera attraverso il fraseggio solista.
Il rapporto con il blues è evidente nella dinamica più che nella forma. Il riff lavora per reiterazione, il canto risponde alla chitarra e l’assolo rappresenta un’estensione emotiva della voce. Tuttavia, il pezzo evita l’ortodossia blues rock grazie a una batteria più dura e a un senso di urgenza derivato dal punk.
“Alive” descrive Gossard perché mostra la sua qualità principale: scrivere strutture abbastanza forti da essere immediatamente riconoscibili, ma sufficientemente aperte da consentire agli altri musicisti di cambiarne scala e significato.
2. “Animal” – Pearl Jam
“Animal” riduce la distanza tra riff e ritmo fino quasi a cancellarla. Il brano deriva da un’idea strumentale di Gossard chiamata “Weird A”, sviluppata successivamente da tutto il gruppo e accreditata ai cinque membri dei Pearl Jam.
Gli accordi sono colpiti e interrotti rapidamente; il silenzio tra un accento e l’altro diventa parte del riff. È uno degli esempi più chiari dell’idea di chitarra come strumento percussivo descritta da Gossard.
Rispetto ai brani più aperti di Ten, “Animal” riflette il suono più compatto e nervoso di Vs.. I Pearl Jam non cercano più soltanto la grande progressione da arena. Spingono il materiale verso una forma aggressiva, quasi claustrofobica, nella quale la band sembra procedere come un unico blocco.
Il blues rimane presente nel modo in cui il riff insiste e produce tensione, ma viene sottoposto a una disciplina punk: niente introduzioni decorative, nessuna sezione superflua, nessuna risoluzione rassicurante. Anche l’assolo di McCready è incastrato nel movimento generale, più vicino a una scarica che a una parentesi virtuosistica.
“Animal” rappresenta il lato più fisico di Stone Gossard. La sua scrittura non parte necessariamente da una sequenza completa di accordi. Può nascere da un accento, da un’interruzione o da un pattern che costringe tutti gli strumenti a reagire. È il riff inteso come architettura ritmica.
3. “Daughter” – Pearl Jam
“Daughter” mostra il lato complementare della scrittura di Gossard. Il materiale nacque durante il lavoro su un brano provvisoriamente chiamato “Brother”, prima di assumere la forma definitiva attraverso la collaborazione con Eddie Vedder e il resto del gruppo. I
La parte di chitarra utilizza un’accordatura aperta e produce un movimento circolare, quasi ipnotico. Non c’è il riff monolitico di “Alive” né l’attacco spezzato di “Animal”. La tensione nasce dalla ripetizione di una figura luminosa che, sotto la superficie, mantiene una leggera instabilità armonica.
È un altro esempio del blues trasformato, non citato. La chitarra insiste sopra un percorso breve, lasciando che voce e testo cambino la percezione emotiva degli accordi.
“Daughter” è importante anche perché dimostra che la pesantezza di Gossard non dipende necessariamente dalla distorsione. Il suo senso del groove resta intatto in un contesto prevalentemente acustico e il brano può espandersi dal vivo senza perdere la propria identità.
La canzone descrive quindi il Gossard arrangiatore. Pochi elementi, nessuna dimostrazione tecnica esplicita e una struttura abbastanza elastica da diventare, nei concerti, il punto di partenza per improvvisazioni, citazioni e variazioni.
4. “Do the Evolution” – Pearl Jam
Con “Do the Evolution”, Gossard porta il proprio linguaggio verso il garage rock più duro. Il brano compare su Yield ed è costruito su musica composta dal chitarrista e parole di Eddie Vedder. Durante la registrazione Gossard suonò anche il basso, assumendo quindi un controllo ancora maggiore sul rapporto tra riff e pulsazione.
La figura principale è volutamente elementare. Non cerca profondità armonica, ma attrito. Chitarra, basso e batteria avanzano con un movimento quasi meccanico, coerente con il tono sarcastico del testo. Il riff non accompagna la voce: la insegue, la provoca e ne amplifica l’arroganza.
È una sintesi efficace delle due anime di Gossard. Da una parte c’è l’hard rock, con un suono pieno e un attacco che può sostenere un grande palco. Dall’altra c’è il principio punk della riduzione: poche note, ripetizione insistente, nessun passaggio utilizzato soltanto per dimostrare abilità.
Anche qui il blues sopravvive nel rapporto tra tensione e rilascio. La chitarra usa inflessioni sporche, piccoli slittamenti e un ritmo che non appare mai completamente levigato. Il pezzo deve sembrare suonato da esseri umani spinti fino al limite, non assemblato con precisione industriale.
“Do the Evolution” dimostra inoltre quanto Gossard possa essere efficace quando rinuncia alla complessità. Il brano è diretto, ma non piatto: cambia intensità attraverso gli accenti, le entrate della voce e il modo in cui la band stringe progressivamente il tempo. È una lezione di scrittura rock basata sull’economia.
5. “Of the Girl” – Pearl Jam
“Of the Girl”, inserita in Binaural, è uno dei rari brani dei Pearl Jam nei quali Gossard firma sia la musica sia il testo. È anche una delle composizioni che mostrano con maggiore chiarezza la sua relazione con il blues psichedelico e con Jimmy Page.
La canzone evita la tradizionale progressione strofa-ritornello costruendo un ambiente sonoro. Le chitarre acustiche ed elettriche si sovrappongono sopra una pulsazione lenta, mentre il riff procede per piccole variazioni. Non c’è bisogno di raggiungere un’esplosione conclusiva: la tensione viene mantenuta quasi costante.
Gossard ha parlato di influenze “esotiche” e orientaleggianti, spiegando che il brano deriva anche dal suo amore per Jimmy Page, dalle scale improvvisate e dalla possibilità che note apparentemente fuori posto risultino efficaci all’interno della giusta atmosfera.
La psichedelia non viene usata per decorare: serve a deformare la percezione di un giro essenziale.
Il pezzo descrive il Gossard meno evidente e forse più completo. È chitarrista ritmico, autore, produttore di atmosfera e cantante attraverso la voce di Vedder. La composizione non impone una direzione; prepara uno spazio nel quale ogni strumento può lasciare una traccia. È la dimostrazione più raffinata della sua idea di sottrazione.