Stati Uniti e intolleranza: quando John Lennon dichiarò "I Beatles sono più famosi di Gesù"
04 marzo 2026 alle ore 11:20, agg. alle 12:11
60 anni fa l'intervista al London Evening Standard, dove Lennon professò il decadimento del Cristianesimo. Estate '66, il tour di "Revolver" viene boicottato negli USA.
L’intervista a John Lennon
Il tè fumante nel bricco. Maureen osserva le pareti della stanza dove John l’ha accolta. La giornalista è un’amica dei Beatles, per il “London Evening Standard” sta realizzando una serie di quattro articoli: come e dove vive ciascun componente della band.
Casa Lennon è a Waybridge, nel Surrey. Su un muro è appeso un crocifisso a grandezza naturale, su uno scaffale ecco il controverso saggio del biblista Hugh Schonfield: nel “Complotto di Pasqua” è sostenuta la tesi che Cristo fosse un falso Messia, aveva solo simulato con i suoi discepoli la morte dopo il Golgota.
Tema che appassiona il musicista di Liverpool: da bambino disegnava il Nazareno con il membro in erezione. Dissacrante? Ok, parliamone.
La conversazione è informale. Alla domanda di Maureen Cleave Lennon risponde: “Il Cristianesimo decadrà e sparirà. Su questo non si discute. Chi vivrà vedrà de ho ragione o no. Ora i Beatles sono più popolari di Gesù. Non so cosa morirà prima, se il rock’n’roll o il Cristianesimo. Gesù era nel giusto, i suoi discepoli no: erano ottusi e ordinari, e nel tempo hanno distorto il suo messaggio”.
Frasi pronunciate senza protervia, in una rilassata dialettica sull’oggettività della fama nella seconda metà del Novecento. Il servizio esce sullo “Standard” del 4 marzo 1966, sessant’anni fa. Ma non sono ancora frasi destinate a sconvolgere la Storia della musica a scoperchiare il vaso di Pandora dell’intolleranza religiosa in America. Nessuno si accorge della miccia accesa nelle dichiarazioni di Lennon.
Il pezzo della Cleave viene ripubblicato un paio di mesi più tardi su “Datebook”, una rivista per teenager negli Stati Uniti: niente. Neppure il rilancio in luglio sul “New York Times Magazine” sortisce effetti di sorta. Serve un’ulteriore ristampa su “Datebook” perché esploda la bomba: Tommy Charles, dj della stazione WAQY di Birmingham, Alabama, sbotta al microfono: “È un sacrilegio! Non trasmetteremo più brani dei Beatles!”.
Un boicottaggio locale? Sì, ma l’agenzia UP rilancia la notizia, che rimbalza a livello nazionale sul “NY Times”. E a questo punto il danno per i ragazzi di Liverpool rischia di essere incalcolabile.
La conferenza stampa a Chicago e il boicottaggio USA
In agenda, in questa estate ’66, c’è l’ennesimo tour negli USA, a supporto dell’uscita in agosto del sensazionale album “Revolver”. Fino a questo momento, la Beatlemania è una febbre deliziosamente incontrollabile che si è presa il corpo dell’America, anzi del pianeta.
Ma a dei ragazzi poco più dei ventenni può non essere perdonata una singola frase estrapolata dal contesto. I fondamentalisti cristiani d’Oltreoceano inchiodano Lennon a quel titolo di un giornaletto per ragazzine: “I Beatles sono più popolari di Gesù Cristo!”. Brian Epstein vola negli Stati Uniti in “missione diplomatica”, porgendo le scuse del gruppo e offrendo agli organizzatori la possibilità di cancellare i concerti in quelle città, soprattutto nella “Bible Belt” del Sud, che dovessero ritenersi offese dalla situazione.
Tuttavia, segno confortante, l’intero tour viene confermato. Ma il clima è di isteria collettiva: in molte radio i conduttori fanno a pezzi in diretta i dischi dei Fab Four, il Ku Klux Klan sceglie di appendere a delle croci di legno quegli stessi vinili, he altrove finiscono inceneriti dentro spaventosi falò. Le proteste dilagano in Messico, l’embargo radiofonico si estende alla Spagna e al Sudafrica.
L’11 agosto i Beatles sbarcano a Chicago, Lennon è atteso dal plotone d’esecuzione dei cronisti. In una drammatica conferenza stampa prova a spiegare il senso delle sue parole: “Non mi è mai passato per la testa di dire cose antireligiose o stupide. Intendevo solo deplorare l’atteggiamento della gente, in special modo dei giovani, nei confronti del Cristianesimo. Non ho mai detto che i Beatles siano migliori di Dio o di Gesù. Volevo semplicemente intendere che la gente, i giovani in particolare, si interessano più dei Beatles che non di Gesù o della religione. E ho usato come termine di paragone i Beatles perché sono le persone che conosco meglio. Mi era parso di dire una cosa naturale. Quando invece mi sono accorto che la situazione stava diventando seria ho cominciato a preoccuparmi. Da quello che avevo letto e osservato ho avuto la sensazione che il Cristianesimo non avesse più quella presa popolare come in passato”. E la chiosa: “Se avessi detto che la televisione è più popolare di Gesù l’avrei fatta franca…”.
"L’Osservatore Romano” riporta la correzione di tiro di John e in qualche modo ne condivide l’analisi: “Non si può negare qualche fondamento all’ultimo rilievo di Lennon circa l’assenteismo e la distrazione di molti”. Ci si aspettava un anatema da parte del quotidiano della Santa Sede, è arrivata invece un’assoluzione.
L’intolleranza americana spinge i Beatles a diventare una band da studio
Caso chiuso? Macché: i live americani sono segnati da una intollerabile tensione, un mood tossico, lontano dall’idolatria originaria della Beatlemania. Anche stavolta ci sono minorenni adoranti disposte a buttarsi davanti alle auto della band pur di ottenere un autografo, ma esiste pure il timore che qualche sconsiderato voglia scatenare tumulti o sparare ai musicisti.
A Memphis, la città più ostile tra quelle che ospitano gli show, un petardo viene lanciato dalle tribune verso il palco, in un’atmosfera di paranoia e sospetti. In molte date non si registra il tutto esaurito: ci sono diecimila posti vuoti allo Shea Stadium di New York, dove l’anno prima era stato un trionfo. Doppi spettacoli, pomeriggio e sera, impianti di amplificazione inadeguati, stress oltre la soglia di guardia.
George Harrison getta la spugna: “Ragazzi, ve lo dico: se facciamo un’altra tournée esco dal gruppo”. Lennon è sulla stessa linea.
Ringo vuole tornare a casa dalla mamma. L’ultimo set dei Beatles è al Candlestick Park di San Francisco, 29 agosto 1966. Ce ne sarà solo un altro di live, sui generis, sul tetto della Apple.
Per il momento, i Beatles si trasformano in una band da studio. Si chiudono dentro Abbey Road per creare album fantasmagorici, irriproducibili dal vivo. Non è più solo rock di altissimo ingegno – ma questo lo si era già visto in “Rubber Soul” e “Revolver”. La magia di “Sgt.Pepper’s” è all’orizzonte.
Arriverà la Summer of Love del ’67, il trionfo della psichedelia, l’immaginazione al potere. La Musica si prenderà la propria rivincita sull’Odio, la Storia cambierà il suo giro, generando fiori da una singola frase finita nel letame.