Rumore, dissonanza e genio: 10 capolavori di chitarra indie alternative
25 maggio 2026 alle ore 14:11, agg. alle 13:52
Dieci capolavori di chitarra indie alternative che hanno riscritto il rock lontano da blues, metal e virtuosismo classico.
Il rock non vive soltanto di assolo perfetti, blues roventi e virtuosismo tecnico. Esiste un altro chitarrismo fatto di rumore, dissonanza e tensione emotiva.
Da Television ai Sonic Youth, passando per Pixies, P.I.L., Bloc Party e Strokes: una guida all’ascolto di dieci capolavori indie alternative che hanno cambiato il suono del rock.
Chitarre, squali & esorcisti
Quando pensiamo a un grande assolo di chitarra o a un brano rock contrassegnato da una parte stupefacente di chitarra, spesso pensiamo subito a qualcosa di melodico, suadente, magari persino cantabile. Pensiamo a una melodia che prende per mano il tema principale della canzone e lo sviluppa in qualcosa di ancora più articolato ed emozionante. Oppure pensiamo a un riff poderoso che spacca il metronomo, suonato con groove, in maniera inappuntabile, un suono definito, intellegibile, pulito, espressione di un musicista raffinato, colto. Ma il punto è che l’arte non è tenuta a funzionare soltanto così. Vale la stessa considerazione per il cinema. Quando pensiamo a un grande film non pensiamo soltanto a una tormentata storia d’amore che trova il suo compimento o alla rassicurante conclusione di una vicenda controversa in cui prevalgono i buoni sentimenti. Un grande film può essere anche la storia di uno squalo bianco abnorme che pasteggia gli storditi e attoniti bagnanti di una località turistica oppure quella di una bambina posseduta che eietta vomito verde addosso a un terrorizzato esorcista. E allo stesso modo un grande quadro non deve necessariamente essere la Madonna che culla il bambino: può raffigurare scene disastrose di peste, un’uccisione efferata o un uragano che si abbatte con ferocia sopra un paesaggio. Perché è chiaro che l’arte non ha il compito di celebrare unicamente la bellezza. Può farlo, certo, ma il suo vero dovere è suscitare emozioni, colpirci, squassarci. Ed è proprio qui che entra in gioco una certa idea di chitarrismo indie e alternative. Una fetta di rock in cui la chitarra si spoglia completamente del suo ruolo tradizionale di portatrice di armonia, eleganza, melodia e virtuosismo classico. In questo mondo contano altre cose: la creatività, l’essere disinibiti, il cercare soluzioni totalmente non ortodosse, spesso abrasive, dissonanti, rumoristiche. È un approccio che snobba volutamente tanto le contaminazioni jazz e blues quanto il rispetto sacrale della tradizione chitarristica più classica di Hendrix, Led Zeppelin, AC/DC, Van Halen o Guns N’ Roses. Se ne infischia del manierismo tecnico e insegue la potenza sonora e l’effetto emotivo con altri strumenti: la sperimentazione, l’uso creativo degli effetti, arrangiamenti totalmente inediti, parti di chitarra pensate più come detonazioni sonore che come esercizi di stile.
10 canzoni
Per questo abbiamo selezionato dieci canzoni che, pur senza sconfinare nell’avanguardia più estrema o nella sperimentazione più astrusa, hanno costruito un linguaggio chitarristico alternativo, anticonvenzionale e profondamente identitario. Un viaggio tra antieroi della sei corde e forme di virtuosismo completamente diverse da quelle che il rock classico ci ha abituato a considerare tali.
Arctic Monkeys – “505” (Favourite Worst Nightmare, 2007)
Con “505”, gli Arctic Monkeys mostrano uno dei lati più coraggiosi e cinematici del loro chitarrismo. Alex Turner e Jamie Cook rinunciano per metà brano alla classica irruenza indie rock della band costruendo una tessitura rarefatta di accordi western sgranati, affogati nel riverbero e nel tremolo, con un gusto che richiama tanto la surf music quanto certe atmosfere da spaghetti western. Poi, nel finale, il pezzo cambia pelle: tornano le ritmiche incalzanti e stralunate tipiche della band, ma il vero colpo di genio è evitare il classico assolo. Al suo posto arriva una melodia ossessiva, spigolosa e malinconica insieme, mentre sotto esplode un caos di chitarre riverberate sempre più abrasive, fino a una coda quasi shoegaze, straziante e disordinata nel senso più affascinante del termine.
Bloc Party – “She’s Hearing Voices” (Silent Alarm, 2005)
Con Silent Alarm i Bloc Party spaccano completamente il suono rock dei primi Duemila. Mentre il mainstream vive ancora di chitarre poderose, sature e ipercompresse — dai Darkness ai Green Day, passando per Avril Lavigne e My Chemical Romance — Kele Okereke e soprattutto Russell Lissack portano in scena un chitarrismo secco, isterico, nervoso. In “She’s Hearing Voices” il riferimento agli U2 sembra quasi filtrato da un’intelligenza artificiale impazzita: delay usati come strumenti rumoristici, loop ritmici, arpeggi singhiozzanti e fendenti noise che si intrecciano alla pulsazione debordante del batterista Matt Tong. Il risultato è un linguaggio chitarristico totalmente anticonvenzionale ma incredibilmente coeso e ritmico, virtuoso proprio nel suo apparente disordine.
Blur – “This Is a Low” (Parklife, 1994)
In “This Is a Low”, Graham Coxon costruisce uno degli episodi più strani e affascinanti del britpop anni Novanta. Il brano parte da un classico arrangiamento rock fatto di chitarra acustica e inserti elettrici, ma già qui qualcosa si incrina: mentre la progressione armonica richiama la malinconia melodica tipica del britpop, i contrappunti elettrici hanno un sapore quasi country, creando una combinazione decisamente anticonvenzionale. La vera magia arriva però nel finale, quando esplode un assolo che in realtà è un mostro a due teste: due chitarre che dialogano tra noise, dissonanze e fraseggi lancinanti, costruendo un crescendo emotivo straniante, storto e bellissimo.
Dinosaur Jr. – “Feel the Pain” (Without a Sound, 1994)
J Mascis è stato uno dei grandi antieroi della chitarra alternative anni Novanta. Un musicista ossessionato dalla ricerca sonora che, in piena epoca di produzioni ipercompresse, digitali e patinate, riscopre il fascino di distorsioni sporche, sanguigne, slabbrate, riportando nel rock il caos emotivo degli anni Settanta. In “Feel the Pain” convivono perfettamente le due anime dei Dinosaur Jr.: da una parte una scrittura quasi pop, malinconica e immediata, dall’altra assoli lunghi, debordanti, improvvisati, vere esplosioni emozionali che sembrano continuamente sul punto di deragliare ritmicamente e armonicamente. Mascis suona come se ogni fraseggio fosse una ferita aperta, ed è proprio questa violenza istintiva e disordinata a rendere il suo chitarrismo così personale e incisivo.
Mazzy Star – “Fade Into You” (So Tonight That I Might See, 1993)
Pubblicata nel pieno dell’epoca grunge e alternative, “Fade Into You” gioca su uno degli arrangiamenti più classici del rock: chitarre acustiche scarne e malinconiche sulle quali si adagiano inserti di chitarra elettrica suonati in slide da David Roback. Quel fraseggio liquido e cantabile tipico del blues viene però svuotato di ogni sensualità virtuosa per inseguire desolazione, malinconia e sospensione emotiva. Il riverbero affoga tutto dentro una nebbia sonora bellissima, quasi fosse una rilettura più povera, fragile e minimale del romanticismo crepuscolare di Chris Isaak.
Public Image Ltd – “Death Disco” (Metal Box, 1979)
Keith Levene è una figura decisiva per capire il passaggio dal punk al post-punk. Dopo gli esordi nei Clash e nei Flowers of Romance, il chitarrista diventa il principale alleato creativo di John Lydon nella rivoluzione sonora dei Public Image Ltd. Il post-punk mantiene dal punk la volontà di distruggere ogni schema possibile della canzone rock tradizionale, ma lo fa inseguendo soluzioni ancora più astratte e disturbanti. In “Death Disco”, nonostante dissonanze abrasive, feedback e spigolosità estreme, PiL riescono persino a entrare nelle classifiche britanniche. La chitarra di Levene è una lamina rumoristica fatta di riff sgraziati, tessiture industriali e fraseggi volutamente anti-melodici, più un’installazione sonora che una parte di chitarra rock nel senso classico del termine.
Pixies – “Debaser” (Doolittle, 1989)
Joey Santiago e i Pixies sono stati tra i grandi fautori della rivincita dei nerd del chitarrismo rock: creare arrangiamenti geniali, muri di suono giganteschi e tensioni emotive fortissime dando però sempre la sensazione che quelle parti potessero essere suonate da chiunque. Il loro chitarrismo è economico, spigoloso, nervoso: poche note, riff ripetitivi, accordi slabbrati e continue esplosioni dinamiche tra strofe trattenute e ritornelli detonanti. Dentro “Debaser” convivono surf rock, hardcore punk e psichedelia, ma privati di qualsiasi estetica blues rock tradizionale. La chitarra smette di essere sfoggio tecnico e diventa texture, tensione, atmosfera. Ed è impossibile sopravvalutare quanto questo approccio abbia inciso sul rock degli anni Novanta, aprendo la strada a Nirvana, Smashing Pumpkins, Strokes e a buona parte dell’indie rock moderno.
Sonic Youth – “100%” (Dirty, 1992)
Con i Sonic Youth succede qualcosa di ancora diverso rispetto agli altri esempi di questo elenco. Qui il rock non cerca semplicemente accostamenti sonori inediti, abrasività o alternative al blues rock classico: qui il rock si appropria deliberatamente del rumore. Thurston Moore e Lee Ranaldo lasciano completamente alle spalle l’idea tradizionale di accordo, armonia e fraseggio, utilizzando feedback, dissonanza e caos come veri elementi narrativi ed espressivi. Un’intuizione che parte dai Velvet Underground ma che i Sonic Youth estremizzano fino a cambiare per sempre il linguaggio della chitarra rock. Da quel momento il rumore diventa un ingrediente creativo fondamentale dentro le texture chitarristiche di intere generazioni successive, dai Foo Fighters fino al nu metal e a musicisti apparentemente lontanissimi da questo mondo come Steve Vai o Tom Morello.
Television – “Marquee Moon” (Marquee Moon, 1977)
Ascoltando “Marquee Moon” viene davvero la sensazione che i Television siano alieni atterrati nel pieno dell’esplosione punk per mostrare al rock come avrebbero suonato le chitarre dei decenni successivi. Tom Verlaine e Richard Lloyd costruiscono un’orchestra festosa e impazzita di chitarre stralunate: ritmiche singhiozzanti e saltellanti, assoli sgangherati e debordanti che snobbano completamente il blues rock tradizionale e il virtuosismo ortodosso. Dentro c’è già tutto: noise, sperimentazione, minimalismo, tensione. E mentre il rock dell’epoca inseguiva distorsioni grosse e aggressive, dai Sex Pistols all’hard rock più classico, i Television scelgono un suono scarno, segaligno, nervoso. Probabilmente una delle band a cui il chitarrismo alternative deve di più in assoluto.
The Strokes – “Heart in a Cage” (First Impressions of Earth, 2006)
Con gli Strokes questo chitarrismo indie alternative diventa forse più moderno, tecnico ed “edulcorato”, ma senza perdere il suo carattere nervoso e minimale. Nick Valensi e Albert Hammond Jr. costruiscono in “Heart in a Cage” una sintesi affascinante tra urgenza punk, groove che richiamano certa new wave alla Blondie e un approccio chitarristico molto più raffinato di quanto sembri a un primo ascolto. Il cuore del brano sono quelle galoppate melodiche in terzine, quasi dal sapore gitano, che introducono una componente solistica più tecnica e articolata dentro un contesto volutamente scarno, sporco e apparentemente “buttato via”. È la dimostrazione di come anche un chitarrismo più complesso e consapevole possa appropriarsi dell’estetica asciutta e nervosa dell’indie rock.