Rock a due chitarre: 10 band imprescindibili
11 marzo 2026 alle ore 14:43, agg. alle 11:13
Dagli AC/DC ai Radiohead, passando per i Guns N’ Roses: una selezione di coppie chitarristiche che raccontano evoluzione, stili e diversità nel suono rock
Nel rock la formula della band a due chitarre è una delle più iconiche. Non una classifica, ma una selezione di coppie memorabili – tra classici, outsider e sorprese – per raccontare quante forme può assumere questo linguaggio.
Dall’hard rock più viscerale, al blues; dal punk alla sperimentazione alternative, fino al virtuosismo più spettacolare metal e progressive: ecco come due chitarre elettriche possono scolpire identità, suono e immaginario di una band.
La nostra selezione
Nel rock esiste una figura che è quasi un archetipo: la coppia di chitarristi. Due strumenti identici che, invece di farsi concorrenza, trovano un equilibrio fatto di incastri, dialoghi e contrasti. È una formula che attraversa tutta la storia del genere. Basti pensare ai Rolling Stones con Keith Richards affiancato prima da Mick Taylor e poi da Ron Wood, o agli AC/DC con il celebre asse fraterno tra Malcolm Young e Angus Young. Lo stesso vale per gli Aerosmith di Joe Perry e Brad Whitford, o per i Guns N’ Roses con Slash e Izzy Stradlin. L’elenco potrebbe andare avanti per pagine intere, ed è proprio per questo che quella che segue non è né una classifica né una ricognizione completa. È piuttosto una selezione ragionata, costruita per raccontare alcune delle modalità più interessanti con cui il rock ha sfruttato la presenza di due chitarre elettriche. In alcuni casi il meccanismo è quello più classico: un solista e un ritmico che si dividono i compiti con precisione quasi architettonica. In altri, invece, le parti si intrecciano fino a diventare indistinguibili, creando trame armoniche e ritmiche più complesse.

Le esclusioni
Per questo motivo alcune assenze potranno sembrare sorprendenti. Non si tratta di esclusioni di merito, ma della scelta di rappresentare approcci diversi, fornendo una panoramica il più eclettica possibile. Citare gli Aerosmith, per esempio, significa già raccontare un certo modo di intendere la doppia chitarra rock: per quanto noi si ami moltissimo i Darkness, li abbiamo esclusi perché ci sembrava che quel tipo di interplay tra chitarra portante e chitarra solista fosse già ben descritto da quella tradizione. Allo stesso modo, pur riconoscendo ai Metallica lo status di una delle band più importanti del pianeta e la rilevanza decisiva che, per esempio, i Judas Priest hanno nel genere, per raccontare il carattere più mobile e virtuosistico della doppia chitarra nel metal abbiamo preferito scomodare i Megadeth di Dave Mustaine e Marty Friedman. Siamo consapevoli anche di aver lasciato fuori le coppie di chitarre micidiali di Scorpions, Thin Lizzy, Wishbone Ash, Whitesnake… ma ci interessava mostrare come le due chitarre elettriche non vivano soltanto di armonizzazioni solistiche, architetture hard rock o costruzioni metal. Citare band come i The Clash o i Radiohead significa ricordare che una coppia chitarristica può diventare decisiva anche quando lavora per colore, per incastro ritmico, per contaminazione stilistica o per uso creativo dell’effettistica. Insomma, più che un catalogo definitivo, questa è una piccola esplorazione di duelli, incastri, alleanze elettriche e ardite sperimentazioni musicali fatte a quattro mani da chitarristi complici che hanno contribuito all’evoluzione del suono del rock.
10 band
Ecco dieci band che, ognuna a modo proprio, ha dimostrato quanto possa essere potente la formula del rock a due chitarre.
1. AC/DC – Angus & Malcolm Young
Per gli AC/DC la coppia chitarristica è semplicemente la struttura portante della band. Il suono del gruppo si regge sull’intesa tra i fratelli Angus Young e Malcolm Young, con una divisione dei ruoli chiarissima: Angus alla solista, Malcolm alla ritmica. Un interplay e una coesione sensazionale che si spiegano anche con il fatto di essere fratelli. Il paragone più efficace è quello calcistico: un centravanti fantasista può permettersi giocate spettacolari quando sa che alle sue spalle c’è una difesa solidissima. Allo stesso modo le scorribande chitarristiche di Angus funzionano perché la chitarra ritmica di Malcolm ha scritto alcune delle pagine di groove più solide e trascinanti della storia del rock.
2. Aerosmith – Joe Perry & Brad Whitford
Spesso vengono descritti come “olio e acqua”, un modo per spiegare due elementi che non si mescolano neanche volendo. In effetti la forza della coppia sta proprio lì: Perry e Whitford non cercano la fusione perfetta, ma una convivenza dinamica. Joe Perry porta istinto, groove, attitudine da rockstar e un fraseggio sporco, profondamente blues. Brad Whitford è più tecnico, più rifinito, attento agli arrangiamenti e capace di costruire riff e assoli con grande senso melodico. La loro chitarra doppia funziona perché si lascia spazio: invece di rincorrersi all’unisono, si muovono su piani distinti creando un dialogo continuo tra ritmo e lead. Ma dietro questo equilibrio c’è anche una piccola storia agrodolce che dice molto su cosa significhi stare in una band. La leggenda vuole che, tra i due, il chitarrista più completo sia Whitford. Eppure l’iconografia del rock ha scelto Perry come volto della coppia: il physique du rôle, il sex symbol con la chitarra al collo sulle copertine delle riviste. Whitford ha accettato questo ruolo più defilato per il bene della band. Anche questo, in fondo, è spirito rock: ingoiare qualche rospo pur di far funzionare la macchina collettiva.
3. Iron Maiden – Adrian Smith & Dave Murray
Sarebbe impossibile non citare gli Iron Maiden. Gran parte di ciò che nel metal e nell’hard rock significa intreccio di due chitarre, armonizzazioni e linee orchestrali nasce dalla loro visione. Il cuore di questa formula è la complementarità tra Adrian Smith e Dave Murray: Smith è un chitarrista molto melodico, attento agli arrangiamenti e con un fraseggio fluido e cantabile; Murray invece ha un approccio più istintivo, quasi hendrixiano, con un vibrato largo e un suono più spigoloso e verace. La loro intesa ha definito un linguaggio diventato un modello per intere generazioni di band metal. Una formula talmente solida da evolversi ulteriormente quando, con l’ingresso di Janick Gers, gli Iron Maiden sono diventati la più celebre band metal a tre chitarre.
4. Guns N’ Roses – Slash & Izzy Stradlin
I Guns N’ Roses meritano un posto di diritto in questa selezione anche solo perché Appetite For Destruction (1987) resta uno dei dischi con le chitarre più spettacolari, meglio prodotte e meglio suonate della storia del rock. Il segreto è l’incontro tra due approcci molto diversi. Da una parte Izzy Stradlin, chitarrista ritmico puro, legato a una tradizione ruvida che guarda ai Rolling Stones e al punk: riff asciutti, essenziali, che tengono il brano ancorato a terra. Dall’altra Slash, destinato a diventare uno dei grandi solisti del rock. Slash funziona perché tiene insieme due mondi: da un lato la velocità e la modernità del chitarrismo anni Ottanta, contaminato dal metal e dal virtuosismo; dall’altro un fraseggio profondamente radicato nei classici, da Jimi Hendrix a Jimmy Page fino a Joe Walsh. Il risultato è un suono tecnico e potente ma anche caldo, bluesy, sanguigno. Ed è proprio questa combinazione che ha permesso ai Guns N’ Roses di riportare l’hard rock verso una dimensione più vera e viscerale, in un momento in cui negli anni Ottanta il genere rischiava di diventare troppo patinato e artificiale.
5. The Clash – Joe Strummer & Mick Jones
I Clash rappresentano un’altra idea di coppia chitarristica, lontana dallo stereotipo ritmica-solista alla AC/DC, Aerosmith o Rolling Stones. Con Joe Strummer e Mick Jones le due chitarre diventano soprattutto uno strumento per esplorare nuove contaminazioni possibili per il rock. Partono dal punk, ma non si fermano lì: dentro la loro musica entrano reggae, dub, funk, rockabilly e ogni tipo di contaminazione possibile. Il risultato è un chitarrismo da band nel senso più pieno del termine: parti magari sgangherate e sanguigne, ma perfette per suono, attitudine ed efficacia. Album come London Calling (1979) restano un piccolo manuale di arrangiamento rock. In questo senso incarnano una delle idee più vivide e intense di chitarrismo collettivo: tutto è messo al servizio dei pezzi — sangue, sudore, suono e idee — con il songwriting sempre come fine ultimo.
6. Megadeth – Dave Mustaine & Marty Friedman
I Megadeth dell’accoppiata Dave Mustaine e Marty Friedman sono una delle massime espressioni del chitarrismo metal. Esplodono negli anni Ottanta, fenomeni del thrash metal, filone che contribuiscono letteralmente a inventare. Spingono la chitarra verso territori nuovi: la ferocia e la velocità sono quelle del punk, dei Ramones ma con l’estremizzazione tecnica da scienziati pazzi del metal e una scrittura ritmica e armonica impressionante. Infatti, nel loro linguaggio entrano elementi presi dalla fusion e dal progressive, oltre a soluzioni melodiche del tutto inusuali, come nel caso di Marty Friedman, che inserisce scale esotiche e pentatoniche giapponesi nel fraseggio solistico. Il risultato è una musica feroce, densissima, virtuosistica e imprevedibile.
7. Def Leppard – Steve Clark & Phil Collen
Non a caso venivano chiamati i “Terror Twins”: la coppia formata da Steve Clark e Phil Collen è uno degli esempi più interessanti di doppia chitarra degli anni Ottanta. Clark era il grande riff maker della band, istintivo, quasi romantico nel suo approccio rock; Collen invece il perfezionista, attentissimo al suono, agli arrangiamenti e ai dettagli tecnici. Il loro contributo non si limita però alla complementarità dei ruoli. Nei Def Leppard la doppia chitarra diventa soprattutto uno strumento di produzione: strati su strati di sovraincisioni costruiscono un muro di suono lucido, potente e melodico, evidente soprattutto in Hysteria (1987). In quel disco le chitarre funzionano quasi come una sezione di archi rock: compatte, corali, senza spigoli. Il risultato è una sintesi molto anni Ottanta: da un lato l’hard rock e il metal eredi della rivoluzione post-Eddie Van Halen, dall’altro le sonorità cristalline del pop e della new wave più raffinata.
8. Polyphia – Tim Henson & Scott LePage
Il duo formato da Henson e LePage ha riportato l’attenzione delle nuove generazioni sulla chitarra elettrica, ma in un modo completamente diverso dal rock tradizionale. La loro musica nasce dentro linguaggi come EDM, trap e hip-hop: ogni approccio solistico viene riletto con un piglio ritmico, le svisate snobbano impennate sanguigne e imitano synth trattando tutte le parti di chitarra come elementi di produzione digitale. In questo senso continuano la tradizione delle band incentrate sul virtuosismo strumentale chitarristico degli anni ’80 (Cacophony, Racer X…) ma spostandola fuori dal metal e dentro l’estetica dell’elettronica contemporanea. Nella loro proposta non c’è quasi traccia del vocabolario rock blues degli anni Sessanta e Settanta: la dimostrazione che la chitarra tecnica può evolvere in direzioni nuove invece di riciclare i cliché del passato.
9. Radiohead – Jonny Greenwood & Ed O'Brien
I Radiohead meritano un posto in questa lista perché sono tra i chitarristi che hanno portato il rock oltre il suono stesso della chitarra. Nei primi dischi restano dentro un linguaggio alternative rock molto ricco di idee, ma a partire dalla fine degli anni Novanta rompono progressivamente con ogni tradizione chitarristica. Con Jonny Greenwood e Ed O’Brien la chitarra smette di essere solo riff o assolo: Greenwood la usa spesso in modo percussivo o dissonante, mentre O’Brien costruisce tappeti atmosferici con delay, riverberi ed effetti. In album come Ok Computer (1997) e KID A (2000) le chitarre si fondono con l’elettronica e diventano parte di un tessuto sonoro più ampio, fatto di stratificazioni, manipolazioni e sperimentazione.
10. Racer X – Paul Gilbert & Bruce Bouillet
Gli ultimi nella nostra selezione sono una band di nicchia, ma perfetta per rappresentare una componente che ha sempre fatto parte dell’immaginario del rock: lo stupore per il virtuosismo chitarristico. Nei Racer X questa dimensione viene portata all’estremo. Paul Gilbert — poi diventato una rock star con i Mr. Big — e Bruce Bouillet costruiscono un dialogo fatto di armonizzazioni velocissime, riff intricati suonati all’unisono e continui botta e risposta solistici. La base è uno speed metal solidissimo, con un songwriting tutt’altro che banale, ma il vero spettacolo è la teatralità con cui i due chitarristi sfidano continuamente i limiti dello strumento. Dal vivo ne facevano davvero di tutti i colori: scambi di assoli impossibili, parti suonate all’unisono a velocità folle, fino a momenti in cui suonavano la stessa chitarra insieme, uno diteggiando le note sulla tastiera e l’altro pizzicando le corde. Il risultato è quasi circense, ma sempre sorretto da una precisione tecnica impressionante, che ancora oggi resta difficilmente eguagliabile.