History

Radiohead, THE BENDS: la quiete tra due tempeste

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Author image Gianni Rojatti

13 marzo 2026 alle ore 10:49, agg. alle 12:47

Tra la furia di PABLO HONEY e le svolte sperimentali successive, THE BENDS (1995) è la terra di mezzo dei Radiohead: grande scrittura rock e raffinatezza sonora.

Tra l’esordio di Pablo Honey (1993) e le rivoluzioni sonore che seguiranno, The Bends (1995) rappresenta una terra di mezzo nella storia dei Radiohead. Le chitarre restano centrali, ma la furia dell’alternative iniziale si placa per lasciare spazio a una scrittura più raffinata, delicata e introspettiva

Pubblicato il 13 marzo 1995, l’album consolida il legame con il pubblico grazie a “High and Dry”, ideale continuazione emotiva di “Creep”, mentre “Fake Plastic Trees” rivela già la profondità artistica e il potenziale sconfinato della band.

La quiete tra due tempeste

Nel 1995 i Radiohead pubblicano The Bends (1995), il disco che spesso viene definito – forse con un po’ troppa fretta – un lavoro di passaggio. In realtà è qualcosa di più interessante: non la quiete prima della tempesta, ma la quiete tra due tempeste. La prima è quella dell’esordio, Pablo Honey (1993), un debutto impetuoso che presenta una band giovanissima e già dotata di una personalità sorprendente. È un disco che vive della veemenza sonora dell’alternative dei primi anni ’90: chitarre feroci, dinamiche esplosive, una tensione elettrica che in certi momenti sfiora perfino territori quasi metal. Anche se a fronte degli sviluppi della loro storia, verrà definito come un "Brutto Anatroccolo", a consacrare Pablo Honey è soprattutto “Creep”, un singolo talmente forte da finire per oscurare il resto del disco e, paradossalmente, per incasellare i Radiohead come "quelli di “Creep”. La seconda tempesta arriverà subito dopo. Nei dischi successivi la band guidata da Thom Yorke comincerà a spingersi sempre più lontano dal rock tradizionale, avvicinandosi all’elettronica, alla sperimentazione e a una scrittura sempre più visionaria. È la traiettoria che porterà a lavori radicali e influenti come Ok Computer (1997), KID A (2000) e oltre. The Bends si colloca esattamente nel mezzo di questo movimento. È il momento in cui la band sembra fermarsi, tirare il fiato, e semplicemente scrivere grandi canzoni. Per questo resta forse il disco più “classico” della loro discografia: un lavoro profondamente chitarristico, ancora saldamente ancorato alla forma canzone e alla tradizione del rock melodico. Siamo a metà anni Novanta e l’ondata più feroce del grunge sta già rallentando. Se proprio si volesse forzare una definizione stilistica, The Bends potrebbe essere letto come un disco vicino al Britpop che domina la scena britannica del periodo. Ma è un Britpop che non si lascia mai davvero contenere dentro i suoi confini. Dentro queste canzoni convivono psichedelia, folk, alternative rock e persino accenni di shoegaze. Le strutture sono spesso limpide, quasi pop, ma le tessiture sonore raccontano già la curiosità e l’irrequietezza di una band destinata a spingersi molto oltre. Una parte di questa personalità emerge dal lavoro chitarristico di Jonny Greenwood, che pur restando dentro arrangiamenti relativamente tradizionali inizia già a sperimentare con effetti, timbri e stratificazioni sonore. È uno dei primi segnali di quella ricerca timbrica che diventerà uno dei marchi di fabbrica dei Radiohead. Il disco contiene due brani che, più di altri, ne riassumono l’identità. Il primo è “High and Dry”. Spesso considerato uno dei pezzi più accessibili e “facili” del repertorio della band, in realtà è un esempio perfetto della loro eleganza compositiva. La dinamica degli arrangiamenti, la scelta dei suoni e la costruzione melodica sono talmente curate da rendere il brano molto più raffinato di quanto la sua immediatezza possa far pensare. Ma soprattutto “High and Dry” svolge una funzione strategica: crea una continuità diretta con “Creep”. Chi aveva scoperto i Radiohead attraverso quella ballad alternative – dolce e melodica ma immersa nelle sonorità inquietanti dell’alternative rock – trova qui una conferma. Solo quel pezzo, da solo, avrebbe potuto giustificare l’album e consolidare il rapporto con il pubblico.


“Fake Plastic Trees”

Il vero sigillo artistico del disco, però, arriva con “Fake Plastic Trees”. È una canzone che supera di colpo il contesto del Britpop chitarristico che dominava la scena inglese in quegli anni. La struttura è quella di un pop lento e malinconico, quasi disperato, ma la tensione emotiva che attraversa il brano è molto più profonda: un senso di malinconia e inquietudine che convive con una sorprendente capacità melodica di creare scorci di luce nella coltre nera della depressione. È proprio questa combinazione – bellezza immediata e cupezza emotiva – che diventerà uno dei tratti più riconoscibili dei Radiohead. In “Fake Plastic Trees” emerge anche un’altra influenza decisiva: quella di Jeff Buckley. Yorke aveva assistito a un concerto di Buckley poco prima delle registrazioni e ne era rimasto profondamente colpito. Il crescendo vocale che porta il brano alla sua esplosione emotiva finale – con quel falsetto fragile e straziante – nasce proprio da quell’ispirazione.  Se Pablo Honey era l’esplosione iniziale di una fulgida giovane band travolta dall’energia del rock, The Bends è il momento in cui i Radiohead si fermano a respirare, affinano la scrittura e mostrano quanto possano essere sofisticati anche dentro una forma apparentemente semplice. Un disco meno radicale di quelli che verranno, ma forse proprio per questo il più limpido nel mostrare una band capace di scrivere canzoni memorabili senza ancora bisogno di reinventare il linguaggio del rock. E ascoltandolo oggi si ha quasi la sensazione di assistere a quel momento rarissimo in cui un gruppo, prima di cambiare definitivamente pelle, si concede il lusso di dimostrare quanto sia già bravo a fare – semplicemente – grande musica.


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