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Radiofreccia Rock Campus, undicesima puntata: Ludovico, Wally e Bruce Springsteen

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Author image Gianluigi Riccardo

04 marzo 2026 alle ore 15:15, agg. alle 15:27

Dai Blink ai Rammstein fino a Springsteen: la libertà è scelta, rumore, assolo e voglia di correre verso sé stessi.

C’è una parola che attraversa tutta l’undicesima puntata di Radiofreccia Rock Campus: rivoluzione. Ma non quella da slogan o da piazza. Quella quotidiana, personale, quasi silenziosa. A guidare il viaggio sono Wally e Ludovico, studente di musica elettronica al Conservatorio e anima punk, in un dialogo che trova il suo centro nevralgico in Born to Run di Bruce Springsteen.

"Facile fare i punk con le schitarrate. Più difficile farlo con una ballad", dice Ludovico a un certo punto. Ed è già una dichiarazione di poetica.

La rivoluzione, ogni giorno

La puntata si apre con una domanda semplice e spiazzante: cos’è la rivoluzione?

"Secondo me ogni piccolo gesto, per come lo compi, è una rivoluzione a suo modo. Non ci deve essere per forza grande carica di piazza", risponde Ludovico. Una definizione che sposta l’asse dal rumore all’intenzione, dall’estetica all’essenza.

Wally rilancia sul terreno della musica, che per Ludovico è doppia identità: elettronica e punk, sintetizzatori e chitarre distorte. "Si incollano come un suono bello compresso", racconta. Due mondi che si fondono, si contaminano, si riscrivono ogni giorno. È già una forma di libertà.


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Dall’attitudine punk alla ballad

Il percorso musicale della puntata passa da Blink-182, capaci di trasformare l’attitudine punk in ballata emotiva, fino ai paesaggi industrial dei Rammstein e al noise creativo dei Sonic Youth.

Parlando dei Rammstein, Ludovico racconta il fascino per la loro estetica sinestetica, per quella copertina metal con un fiore gigante sullo sfondo, e per un suono che unisce chitarre, sintetizzatori e ritmo in modo quasi architettonico. “Loro sono una sintesi di quello che mi piace fare”, spiega.

Con i Sonic Youth il discorso si fa ancora più radicale: errore, rumore, sperimentazione. “Non c’è nessun errore in questa cosa”, gli disse un liutaio durante la costruzione di uno strumento montato storto. “L’errore, il rumore non esiste. L’essenza della musica sta anche nel noise”.

Ed è qui che la rivoluzione prende forma: nella scelta personale, nella libertà di suonare fuori dagli schemi, nella possibilità di cambiare.

Born to Run: correre per ritrovarsi

Il cerchio si chiude con “Born to Run”. Una canzone che Ludovico ha respirato fin da piccolo: “Mi è arrivata all’orecchio perché mia mamma, grande fan di Springsteen, l’ha fatta suonare almeno una volta nel mio stereo di casa, come in macchina, ancora coi cd”.

All’inizio non era esattamente il suo mondo. Poi qualcosa è cambiato.

“Oltre che essere un pezzone dal punto di vista compositivo musicale, ti trasporta l’idea del born to run, di quel correre e magari anche scappare correndo. La ritrovi”.

E soprattutto c’è quel momento chiave:

“Il solo di sax… all’inizio dicevo: classico solo sborone. E invece quel solo concorre a raccontarti quella voglia di andar via. È un musicista che si libera dalla ritmica e dice: ora voglio esprimermi, voglio liberarmi”.

In quel solo, nel cuore del muro sonoro che richiama la lezione di Phil Spector, c’è l’atto di emancipazione. Non solo musicale. Esistenziale.

La libertà come tempo concesso a sé stessi

Per Wally, “Born to Run” incarna “lo spirito della rivolta interiore, la possibilità di cambiamento, ma soprattutto l’auto-concessione di tempo”. Tempo per vagabondare, per raccogliere souvenir di vita, per smarrirsi e poi tornare.

Correre non per fuggire, ma per cercarsi.

Nel finale, tra applausi e diploma simbolico consegnato in diretta, la lezione è chiara: l’incontro tra generazioni funziona quando entrambi escono arricchiti. “Continua a inseguire i tuoi sogni, continua a fare quello che la musica ti racconta di fare”, dice Wally.

E allora sì: nati per correre. Ma soprattutto nati per scegliere la propria direzione. 

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