Quattro canzoni per apprezzare David Gilmour, il genio dei Pink Floyd
05 marzo 2026 alle ore 23:42, agg. alle 11:02
Solista raffinatissimo, maestro di suono e arrangiamento: quattro canzoni dei Pink Floyd raccontano perché Gilmour resta tra i chitarristi più amati del rock.
Nato il 6 marzo 1946, David Gilmour è uno dei chitarristi più apprezzati della storia del rock. Il suo stile mette d’accordo tutti: chi ama la melodia, chi cerca la creatività chi privilegia il gusto e la sensibilità sonora.
Nei Pink Floyd ha unito capacità solistiche, senso ritmico e talento negli arrangiamenti, creando parti di chitarra che sono diventate la voce più riconoscibile del gruppo. Quattro canzoni bastano per capire perché il suo modo di suonare continua a emozionare generazioni di ascoltatori.
Tutti d'accordo
Se si scorrono le infinite discussioni tra appassionati — tecnica contro creatività, velocità contro gusto, virtuosismo contro sensibilità melodica — il nome di David Gilmour compare quasi sempre come un punto d’incontro. È uno di quei chitarristi che riescono a mettere d’accordo tutti. Il motivo è semplice: il suo modo di suonare tiene insieme dimensioni che spesso nel rock vengono percepite come opposte. Gilmour è un solista straordinario, capace di assolo memorabili e cantabili, ma possiede anche un controllo tecnico rarissimo. Non nel senso della velocità o delle cascate di note: la sua tecnica vive nel dominio assoluto dell’intonazione, nella precisione del bending (tirare la corda per alzare l’intonazione della nota), nel controllo del tempo e soprattutto nella padronanza delle dinamiche.

A questo si aggiunge un talento ritmico e nel creare arrangiamenti altrettanto notevole. Nei Pink Floyd la chitarra di Gilmour non è quasi mai un semplice accompagnamento: arpeggi, figure spezzate e tessiture sonore dialogano costantemente con le tastiere di Richard Wright, la batteria di Nick Mason e con le parti di voce. Basti pensare ai nervosi singhiozzi di chitarra che attraversano “Time” o agli arpeggi vellutati e pieni di modulazioni di “Breathe”. Il suo contributo passa anche attraverso una ricerca timbrica molto raffinata. L’uso del delay (effetto che ripete la nota suonata creando un’eco), spesso ottenuto con l’italianissimo Binson Echorec, diventa parte integrante dell’arrangiamento. In brani come “Run Like Hell” il delay non serve a rendere solo più spettacolare il suono, ma costruisce vere e proprie figure ritmiche che si incastrano con il groove; un’idea che qualche anno dopo diventerà centrale anche nel linguaggio chitarristico di The Edge. Il cuore del suo stile resta però negli assolo. Linee melodiche costruite spesso sulla semplice scala pentatonica, (scala di sole cinque note, utilizzatissima in rock e blues) ma scolpite con un senso della misura quasi chirurgico. È il motivo per cui tra i musicisti circola da sempre una sorta di proverbio: "meglio una sola nota messa al posto giusto, alla David Gilmour, che cento note suonate senza dire nulla."
Quattro canzoni
Ecco quattro canzoni per apprezzare il genio chitarristico di David Gilmour, tra dimensione solistica, maestria nell’arrangiamento e superbe capacità ritmiche.
“Another Brick in the Wall (Part 2)” – Pink Floyd, The Wall (1979)
Quello di “Another Brick in the Wall (Part 2)” è forse l’assolo perfetto di David Gilmour. Arriva quasi inatteso e, pur suonando all’orecchio come una svisata blues improvvisata, ha una scrittura talmente forte che sembra impossibile spostare anche solo mezza nota. Il fraseggio è frammentato, costruito sulla scala blues e pentatonica, con una pronuncia quasi da strumento a fiato. Il suono è nervoso, molto compresso, e si muove sopra una pulsazione ritmica quasi disco, lineare e ostinata. Gilmour lavora molto su note tenute, bending larghi e un vibrato controllatissimo, lasciando respirare ogni frase. Ma la vera magia sta nelle pause: se molti chitarristi impressionano per la quantità di note, qui a colpire sono i silenzi, i vuoti nel fraseggio. Sono proprio quei buchi a generare un’intensità ritmica e un groove straordinario, tanto che paradossalmente l’assolo diventa il momento di maggior spinta ritmica della canzone.
“Comfortably Numb” – Pink Floyd, The Wall (1979)
Il secondo assolo di “Comfortably Numb” è uno dei momenti più intensi nella storia della chitarra rock. Quando si dice che, nel massimo dell’espressività, una chitarra sembra parlare o addirittura piangere, è difficile non pensare a queste note. Sopra una progressione armonica che si ripete quasi ostinatamente, Gilmour costruisce un assolo che cresce come un’orazione sempre più accorata: frasi inizialmente ampie e cantabili si trasformano poco alla volta in un climax emotivo sempre più intenso. Il suono è ampio, cremoso, con un sustain quasi infinito e bending di una precisione impressionante, tanto che la chitarra sembra davvero avvicinarsi alla voce umana. Il risultato è un momento in cui lo strumento finisce quasi per sovrastare anche l’intensità del canto. Eppure, tutto avviene senza alcun virtuosismo gratuito: Gilmour ci commuove con poche note scelte con cura. Curiosamente, quasi per una legge del contrappasso, esiste un altro celebre brano costruito- quasi come un omaggio - sulla stessa identica progressione di accordi: “Technical Difficulties” dei Racer X di Paul Gilbert. Lì, però, lo stesso schema armonico diventa il terreno per un’esibizione pirotecnica fatta di scale e cascate di note! Due modi opposti di affrontare la stessa idea musicale.
“Run Like Hell” – Pink Floyd, The Wall (1979)
“Run Like Hell”, da The Wall, è una dimostrazione lampante di quanto David Gilmour fosse avanti nell’uso degli effetti come strumenti di arrangiamento. Il riff che traina il brano nasce infatti da un delay regolato in modo da diventare parte integrante del ritmo: la nota suonata viene ripetuta come un’eco e si incastra con basso e batteria creando una figura pulsante e ipnotica. Prima di arrivare al delay, però, il segnale della chitarra passa attraverso un compressore MXR Dynacomp (un effetto che uniforma il volume delle note rendendo il suono più compatto e sostenuto) e un flanger Electro-Harmonix Electric Mistress (che crea quella tipica modulazione liquida e fluttuante). Il risultato è una trama sonora modernissima per il 1979. Non a caso un approccio simile diventerà centrale anche nel linguaggio di chitarristi come The Edge degli U2 o Charlie Burchill dei Simple Minds. C’è poi una curiosità: nello stesso anno Andy Summers dei Police usa praticamente la stessa combinazione di effetti in Reggatta de Blanc (1979). Il suono di “Walking on the Moon”, ad esempio, nasce da una catena praticamente identica. Ed è affascinante vedere come la stessa tecnologia, nelle mani di musicisti così diversi, generi estetiche completamente differenti. Ancora una volta la prova che non è l’attrezzatura a fare il suono, ma l’immaginazione di chi la usa.
“Breathe (In the Air)” – Pink Floyd, The Dark Side of the Moon (1973)
“Breathe”, la seconda traccia di The Dark Side of the Moon, è una dimostrazione perfetta della sensibilità ritmica e di arrangiamento di David Gilmour. Il brano si apre con un arpeggio di chitarra liquido e rarefatto, arricchito da modulazioni e delay che anticipano molte soluzioni sonore che diventeranno tipiche della new wave: un tipo di tessitura che si ritroverà anni dopo nei Tears for Fears, nei Police, nei Cure o nei Roxy Music. Su questo tappeto ipnotico Gilmour inserisce un tema melodico suonato con lo slide, il classico ditale d’acciaio associato al fraseggio blues. Qui però lo trasforma completamente: grazie a sustain e riverbero lo slide diventa una voce eterea e sospesa, capace di aumentare la tensione emotiva del brano senza mai appesantirlo. Il risultato è una texture atmosferica che si incastra perfettamente con il groove morbido della sezione ritmica. C’è anche un dettaglio armonico raffinato: nello special compare un accordo di Re7#9, il celebre “accordo di Jimi Hendrix”, a sua volta legato all’estetica jazz di Kind of Blue (1959) di Miles Davis. Un piccolo indizio della cultura musicale ampia e curiosa che i Pink Floyd portano dentro il rock.