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Quando Ian Gillan lasciò i Black Sabbath riportando in vita i Deep Purple Mark II

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Author image Gianluigi Riccardo

10 marzo 2026 alle ore 13:11, agg. alle 13:26

Tra la fine del capitolo Sabbath e il ritorno con Blackmore, Lord, Glover e Paice: i giorni in cui Gillan diventa il punto di svolta tra due giganti del rock.

Il 10 marzo 1984 è una data che raramente compare tra i grandi anniversari del rock, ma rappresenta uno snodo fondamentale nella storia dell’hard rock britannico.

In quei giorni Ian Gillan chiude ufficialmente la sua breve e caotica esperienza nei Black Sabbath e, quasi contemporaneamente, emerge la notizia che la formazione Mark II dei Deep Purple sta per riunirsi per la prima volta dal 1976.

Nel giro di poche settimane si riallineano cinque musicisti che avevano definito un’epoca — Gillan, Ritchie Blackmore, Jon Lord, Roger Glover e Ian Paice — dopo oltre dieci anni di separazione e rivalità. Per i Sabbath è la fine di una delle fasi più confuse della loro storia; per i Deep Purple è l’inizio di uno dei comeback più importanti degli anni Ottanta.

In mezzo, c’è una breve finestra temporale in cui le traiettorie delle due band più influenti dell’hard rock inglese si incrociano in modo quasi simbolico.

Il capitolo Born Again: l’esperimento Sabbath con Ian Gillan

Quando Ian Gillan entra nei Black Sabbath nel 1983, il gruppo di Tony Iommi è già molto lontano dall’era classica con Ozzy Osbourne.

Dopo la stagione guidata da Ronnie James Dio e l’instabilità interna che segue la sua uscita, la band cerca una nuova direzione. L’arrivo della voce storica dei Deep Purple appare inizialmente come una mossa sorprendente, ma anche potenzialmente esplosiva.

L’ingresso di Gillan avviene in modo quasi casuale. Il cantante ha raccontato più volte che l’idea nacque durante una serata passata a bere con Iommi e Geezer Butler: una notte che, tra battute e improvvisazioni, finì per trasformarsi in una proposta concreta. Il risultato di quell’incontro è "Born Again", pubblicato nell’agosto 1983.

Il disco è ancora oggi uno dei capitoli più controversi della discografia dei Black Sabbath. Musicalmente è oscuro, aggressivo, quasi proto-doom in alcuni passaggi, mentre la voce di Gillan introduce una teatralità più vicina all’hard rock classico. Il problema principale è la produzione, spesso criticata per il suono estremamente cupo e impastato.

Nonostante le perplessità, l’album ottiene buoni risultati commerciali — arriva al quarto posto nella classifica britannica — e il tour che segue diventa immediatamente da ricordare. Sul palco compare uno dei set più assurdi della storia del metal: un gigantesco Stonehenge in polistirolo progettato con dimensioni sbagliate, talmente grande da creare problemi logistici in molte venue.

Dietro le quinte, però, è chiaro che la collaborazione è destinata a durare poco. Gillan non si sente davvero parte dell’identità dei Sabbath. Il cantante proviene da un contesto musicale più blues e hard rock, mentre la band di Iommi si muove ormai verso territori heavy metal sempre più cupi.

Nel marzo del 1984 arriva la decisione definitiva. Gillan lascia il gruppo dopo meno di un anno. Negli anni successivi parlerà di quell’esperienza con un misto di ironia e rispetto, definendola una parentesi intensa ma inevitabilmente temporanea.

L’idea della reunion: quando i Deep Purple tornano a parlarsi

Mentre l’esperienza Sabbath si conclude, nella storia dei Deep Purple sta maturando qualcosa che pochi anni prima sarebbe sembrato impossibile. La formazione Mark II — Gillan, Blackmore, Lord, Glover e Paice — non suona insieme dal 1973 e si è ufficialmente sciolta nel 1976 dopo anni di tensioni interne.

Il rapporto tra Ian Gillan e Ritchie Blackmore è stato uno dei più conflittuali della storia del rock. Divergenze artistiche, personalità fortissime e rivalità personali avevano reso la convivenza praticamente impossibile negli anni Settanta.

All’inizio degli anni Ottanta, tuttavia, lo scenario cambia. Le carriere soliste dei vari membri hanno avuto fortune alterne e cresce la consapevolezza che la chimica dei Deep Purple fosse qualcosa di unico. Il bassista Roger Glover ricorderà in seguito i primi contatti: “Ian venne dall’Inghilterra per parlare con Ritchie e con me della possibilità di riformare i Deep Purple. C’erano state molte telefonate tra noi e a un certo punto ci siamo ritrovati a parlarne seriamente”.

Il vero momento decisivo arriva nei primi mesi del 1984, quando i cinque musicisti accettano di incontrarsi negli Stati Uniti. Dopo undici anni senza condividere una stanza, la tensione è palpabile. Glover descriverà quell’incontro con una scena quasi cinematografica: “Eravamo tutti un po’ nervosi e ci comportavamo in modo strano. Ritchie, ovviamente, fu l’ultimo ad arrivare”.

Eppure bastano poche ore per capire che la chimica musicale non è scomparsa. Jon Lord, il tastierista che aveva sempre mantenuto rapporti relativamente buoni con tutti, svolge un ruolo importante nel ricucire i rapporti. Anche Ian Paice, l’unico membro presente in quasi tutte le incarnazioni dei Purple, spinge per una ripartenza pragmatica.

La notizia della reunion inizia a circolare proprio in quei giorni di marzo 1984, quasi in parallelo con l’uscita di Gillan dai Black Sabbath.

Marzo 1984: il punto di incrocio tra due giganti dell’hard rock

Osservato oggi, quel passaggio tra il 10 marzo e le settimane successive appare come un vero nodo storico per l’hard rock britannico. Due delle band che avevano definito il genere negli anni Settanta attraversano contemporaneamente una fase di trasformazione.

Per i Black Sabbath è l’ennesima ripartenza. Dopo l’uscita di Gillan, Tony Iommi continuerà a guidare la band attraverso nuovi cambi di formazione, cercando di adattare il suono del gruppo alla nuova scena metal degli anni Ottanta.

Per i Deep Purple, invece, il 1984 segna l’inizio di una seconda vita. I cinque membri della Mark II entrano in studio negli Stati Uniti e registrano "Perfect Strangers", pubblicato nell’ottobre dello stesso anno. Il disco diventa immediatamente un successo internazionale e dimostra che la band è ancora capace di produrre musica potente e contemporanea.

Ian Gillan descriverà anni dopo la logica dietro quella reunion con una riflessione piuttosto semplice: dopo lo scioglimento di una band così importante, “vai in giro a fare le tue cose e alla fine capisci che era lo sforzo collettivo a far funzionare tutto”.

In altre parole, la magia dei Deep Purple non stava solo nei singoli musicisti, ma nell’equilibrio tra cinque personalità molto diverse. Ed è proprio quell’equilibrio che, nel marzo del 1984, torna improvvisamente possibile.


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