Quando i Pearl Jam entrarono in studio per registrare Ten
11 marzo 2026 alle ore 12:57, agg. alle 13:37
Un demo spedito per posta, un surf all’alba e un mese in studio: così nacque Ten, il debutto dei Pearl Jam che nel 1991 cambiò il rock mondiale.
L’11 marzo 1991 una band ancora senza storia entrò ai London Bridge Studios di Seattle per registrare il disco che avrebbe definito un’epoca: Ten, il debutto dei Pearl Jam.
All’epoca il gruppo era ancora in una fase di transizione. Solo pochi mesi prima si chiamava Mookie Blaylock e portava addosso le cicatrici lasciate dalla fine dei Mother Love Bone dopo la morte del cantante Andrew Wood nel 1990.
La nuova formazione – Eddie Vedder alla voce, Stone Gossard e Mike McCready alle chitarre, Jeff Ament al basso e Dave Krusen alla batteria – arrivò in studio con gran parte del materiale già scritto. Le sessioni con il produttore Rick Parashar furono rapide e durarono poco più di un mese, concludendosi il 26 aprile 1991.
Quella velocità non era casuale: molte canzoni erano già state provate dal vivo o registrate in forma embrionale nei mesi precedenti. Alcuni brani esistevano addirittura prima dell’arrivo di Eddie Vedder.
“Ten era soprattutto Stone e Jeff; io ed Eddie eravamo quasi dei passeggeri all’inizio”, avrebbe raccontato anni dopo Mike McCready ricordando la genesi del disco.
Ma per capire davvero cosa successe in quelle settimane bisogna tornare indietro, all’estate del 1990, quando tutto era ancora incerto.
Dalle ceneri dei Mother Love Bone: la nascita di una nuova band
Dopo la morte di Andrew Wood, Jeff Ament e Stone Gossard si trovarono improvvisamente senza band. Il progetto Temple of the Dog – nato come tributo all’amico scomparso insieme a Chris Cornell – fu un modo per elaborare il lutto, ma non rappresentava ancora una nuova direzione.
La vera ripartenza arrivò quando Gossard iniziò a scrivere nuovi riff e a registrarli su cassette demo insieme ad Ament e al chitarrista Mike McCready. Quelle prime tracce strumentali includevano embrioni di canzoni destinate a diventare fondamentali nel repertorio dei Pearl Jam: tra queste “Alive”, “Once” ed “Even Flow”.
Il problema era trovare la voce giusta. La band provò diversi cantanti senza risultati convincenti. A quel punto entrò in scena Jack Irons, ex batterista dei Red Hot Chili Peppers e amico del gruppo.
Irons ricevette una delle cassette demo e la spedì a un suo conoscente di San Diego: Eddie Vedder, cantante dei Bad Radio e impiegato in una stazione di servizio.
Quel gesto casuale avrebbe cambiato la storia del rock.
Il surf, la cassetta e la “Mamasan Trilogy”
Vedder ascoltò il demo una sera del 1990 e ne rimase completamente assorbito. Il mattino seguente andò a fare surf con la musica ancora nella testa. Fu lì che nacquero le prime parole.
Ricordando quel momento, Vedder raccontò:
“Quando non dormi da giorni diventi estremamente sensibile. Andai a fare surf e avevo quella musica in testa. Stavo letteralmente scrivendo alcune parole mentre affrontavo le onde”.
Tornato a casa registrò le parti vocali sopra le basi strumentali e spedì la cassetta a Seattle. Dentro c’erano tre canzoni collegate tra loro: “Alive”, “Once” e “Footsteps”.
Quella trilogia narrativa – in seguito ribattezzata “Mommasan Trilogy” – raccontava la storia di un ragazzo segnato da un trauma familiare che scivola verso la violenza e la follia.
Quando Gossard e Ament ascoltarono il nastro capirono immediatamente che avevano trovato il cantante giusto. Vedder fu invitato a Seattle e durante il viaggio scrisse il testo di un’altra canzone destinata a diventare centrale nell’album: “Black”.
Le prove furono fulminanti. Nel giro di una settimana la band aveva già scritto circa undici canzoni. Poco dopo arrivò anche la prima esibizione dal vivo, il 22 ottobre 1990 al club Off Ramp di Seattle.
Nel frattempo il gruppo aveva adottato il nome Mookie Blaylock, dal giocatore NBA. Il numero della sua maglia, il 10, avrebbe poi dato il titolo all’album di debutto.
Demo, contratto e le prime registrazioni
Dopo i primi concerti la band tornò ai London Bridge Studios per registrare una demo più professionale delle nuove canzoni. Tra queste c’era anche “Alive”, registrata già nel gennaio 1991.
Quella versione possedeva una potenza tale che durante le sessioni ufficiali del disco il gruppo decise di mantenerla quasi intatta. “Avevamo catturato quella canzone in quel momento”, ricordò il batterista Dave Krusen spiegando perché non riuscirono mai a replicarne l’intensità.
Intanto l’industria discografica iniziava ad accorgersi della band. Epic Records mise sotto contratto il gruppo alla fine del 1990, mentre Vedder si trasferiva definitivamente a Seattle per lavorare al disco.
Quando arrivò marzo 1991, i Pearl Jam erano pronti a registrare.
L’11 marzo 1991 la band entrò ufficialmente ai London Bridge Studios con il produttore Rick Parashar. Le registrazioni durarono circa un mese e si conclusero il 26 aprile.
Molte canzoni erano già strutturate, ma la registrazione non fu priva di tensioni. Il brano “Even Flow”, per esempio, mise a dura prova la pazienza della band: secondo i racconti dei musicisti, il pezzo fu suonato decine di volte prima di ottenere la versione definitiva.
Le canzoni riflettevano storie personali e temi sociali molto forti.
Musicalmente, invece, il disco era un equilibrio tra la potenza hard rock e la sensibilità melodica tipica della scena di Seattle. Gossard portava riff pesanti e quasi metal, McCready aggiungeva assoli blues influenzati da Stevie Ray Vaughan, mentre Vedder trasformava tutto in un racconto generazionale.
Il risultato era un album emotivamente intenso e monumentale dal punto di vista sonoro.
Agosto 1991: il mondo cambia
Ten uscì il 27 agosto 1991 per Epic Records. All’inizio non fu un successo immediato. Le vendite crebbero lentamente grazie al passaparola e all’attività live della band.
Poi accadde qualcosa di irripetibile nella storia della musica. Nel giro di poche settimane il rock alternativo americano esplose su scala mondiale. Il 24 settembre uscì Nevermind dei Nirvana, mentre Soundgarden e Alice in Chains consolidavano la scena di Seattle. E non dimentichiamo che, nel giro di meno di un mese, tra agosto e settembre uscirono alcuni dei dischi più importanti del rock moderno. Oltre a "Ten" e "Nevermind", anche il 'Black Album' dei Metallica, il doppio "Use Your Illusions" dei Guns N'Roses e "Blood Sugar Sex Magik" dei Red Hot Chili Peppers.
Improvvisamente quella musica nata nei club underground del Pacific Northwest era diventata il suono dominante del rock globale.
Il successo di Ten fu graduale ma enorme. Il disco arrivò al numero 2 della classifica Billboard e rimase in classifica per oltre cinque anni. Nel tempo ha venduto più di 13 milioni di copie negli Stati Uniti ed è diventato uno dei debutti più venduti della storia del rock.
Ma il vero impatto dell’album fu culturale. Ten diede voce a una generazione segnata da alienazione, fragilità emotiva e rabbia repressa.
Guardando indietro, è difficile credere che tutto sia iniziato con una cassetta spedita per posta, un surf all’alba e cinque musicisti chiusi per un mese in uno studio di Seattle.
Eppure è esattamente così che nacque uno dei dischi più importanti degli anni Novanta.