Pete Townshend: 5 brani per capire il chitarrista che ha cambiato il rock
19 maggio 2026 alle ore 15:24, agg. alle 16:58
Pete Townshend ha cambiato la chitarra rock trasformandola in energia ritmica e potenza sonora: 5 brani per capire il suo genio.
Nato il 19 maggio 1945, Pete Townshend è il chitarrista che ha trasformato la sei corde rock in un motore ritmico, fisico e sonoro. Più che sul virtuosismo, ha costruito il suo stile su riff, volume, feedback e impatto collettivo della band.
Prima del punk, del grunge e dell’alternative rock, Townshend aveva già intuito una nuova idea di guitar hero: meno assoli, più energia, tensione e identità sonora. Cinque brani imprescindibili per entrare nel suo universo musicale.
5 Canzoni
Quando si parla dei grandi chitarristi degli anni Sessanta, il pensiero corre subito a figure come Jimi Hendrix, Eric Clapton o Jeff Beck: musicisti che hanno rivoluzionato il linguaggio solista della chitarra rock attraverso tecnica, improvvisazione e virtuosismo. Pete Townshend ha scelto un’altra strada. E forse è proprio questo ad averlo reso uno dei chitarristi più influenti di sempre. Con gli Who trasforma la chitarra elettrica in una forza ritmica, fisica e orchestrale. Più che sugli assolo, costruisce il proprio stile su accordi giganteschi, volume esasperato, feedback, dinamica e impatto collettivo della band. È uno dei primi musicisti a dimostrare che nel rock la chitarra non deve necessariamente stare davanti a tutti: può essere il motore che trascina tutto il gruppo. Ecco cinque brani fondamentali per entrare nel suo mondo.
“I Can’t Explain” My Generation (1965)
Il primo manifesto del linguaggio chitarristico di Townshend. Pubblicato nel 1964, il brano mostra già una concezione completamente diversa della chitarra rock: riff secchi, attacco aggressivo, groove serrato e un uso embrionale del feedback come elemento espressivo. Più che impressionare con la tecnica, Townshend cerca impatto, tensione e presenza sonora.
“My Generation” My Generation (1965)
Qui nasce gran parte del rock chitarristico moderno. Gli accordi diventano fendenti ritmici, quasi colpi di batteria suonati con una sei corde. Dentro c’è già l’embrione del punk, dell’hard rock e persino dell’alternative rock. Townshend costruisce un suono sporco, violento, fisico, che sposta completamente il ruolo della chitarra: non più decorazione virtuosistica, ma energia trainante della band.
“Substitute” Magic Bus: The Who on Tour (1968)
Uno dei brani che meglio raccontano la sua capacità di fondere immediatezza pop e aggressività ritmica. Il riff è compatto, nervoso, quasi meccanico. Townshend lavora sugli spazi, sugli accenti e sulle sospensioni ritmiche più che sulle melodie solistiche. È un approccio che influenzerà profondamente punk, power pop e brit rock.
“Pinball Wizard” Tommy (1969)
Dentro la rock opera Tommy (1969), Townshend dimostra quanto il suo chitarrismo sia anche narrativo e capace di creare arrangiamenti musicali stupefacenti. L’introduzione acustica è una lezione di dinamica e gestione del ritmo: accordi aperti, movimento continuo, energia teatrale. Riesce a essere spettacolare senza mai trasformare la canzone in una gara di tecnica.
“Won’t Get Fooled Again” Who’s Next (1971)
La sintesi definitiva della sua idea di rock. Chitarra, sintetizzatori e sezione ritmica si fondono in un muro sonoro potentissimo. Gli accordi sparati a volume assurdo, il controllo del feedback e il dialogo continuo con Keith Moon e John Entwistle mostrano un chitarrista che pensa come un arrangiatore e come un produttore, prima ancora che come un solista.
È anche per questo che Townshend ha influenzato generazioni di musicisti molto più vicini al punk, al grunge e all’alternative che al blues rock classico. La sua grande intuizione è stata capire che la chitarra elettrica poteva essere soprattutto energia, impatto, identità sonora e linguaggio collettivo. E che quattro accordi, se suonati con quella forza e quella personalità, potevano cambiare il rock quanto — e forse più — di qualsiasi assolo virtuosistico.