Permanent Waves: i Rush al punto di svolta
14 gennaio 2026 alle ore 16:34, agg. alle 16:59
Nel 1980 i Rush riscrivono il proprio linguaggio: meno prog estremo, più canzone, senza perdere identità. Un disco chiave del rock moderno.
Quando Permanent Waves esce nel gennaio del 1980, i Rush non sono più soltanto una band di culto del progressive rock. Sono un gruppo che sta ridefinendo il proprio linguaggio, cercando un equilibrio nuovo tra complessità musicale, sintesi formale e accessibilità.
È un disco di transizione, ma anche di affermazione. Un album che segna un punto di non ritorno nella discografia della band canadese e che, a oltre quarant’anni di distanza, continua a essere uno dei titoli più influenti e citati della loro carriera.
Alla fine degli anni Settanta il progressive rock classico è in evidente difficoltà. Le grandi suite, i concept monumentali e l’estetica barocca non parlano più allo spirito del tempo. Il punk ha spazzato via molte certezze, la new wave sta nascendo, e anche band tecnicamente impeccabili come i Rush capiscono che qualcosa deve cambiare.
Dopo A Farewell to Kings (1977) e Hemispheres (1978), due album fortemente concettuali e dominati da composizioni lunghe e strutturalmente complesse, la band avverte il rischio di autoreferenzialità.
Neil Peart lo ammetterà anni dopo: "Sentivamo di esserci spinti molto lontano. Era il momento di tornare a scrivere canzoni, non solo composizioni".
Permanent Waves nasce esattamente da questa esigenza: mantenere l’identità tecnica e intellettuale dei Rush, ma incanalarla in forme più dirette, più compatte, più contemporanee.
Un cambio di suono consapevole
L’album viene registrato ai Le Studio di Morin-Heights, in Québec, con Terry Brown alla produzione, storico collaboratore della band. È l’ultimo capitolo di una lunga collaborazione, e non a caso uno dei più equilibrati dal punto di vista sonoro.
Il primo elemento che colpisce ascoltando Permanent Waves è la durata dei brani. Per la prima volta dopo anni, la band rinuncia quasi del tutto alle suite estese. The Spirit of Radio, Freewill, Jacob’s Ladder e Entre Nous sono canzoni vere e proprie, con strutture riconoscibili, hook melodici e una maggiore attenzione al groove.
Alex Lifeson riduce l’uso massiccio di chitarre stratificate, privilegiando riff più asciutti e taglienti. Geddy Lee affina il suo stile di basso, rendendolo più funk, più elastico, meno barocco. Neil Peart, pur restando uno dei batteristi più complessi del rock, lavora sulla sottrazione, sul tempo, sulla dinamica.
Il risultato è un suono più aperto, meno “chiuso in studio”, che guarda al futuro senza rinnegare il passato. Un equilibrio raro, che pochissime band progressive sono riuscite a trovare in quel periodo.
Dal punto di vista lirico, Permanent Waves rappresenta un’evoluzione altrettanto significativa. Neil Peart abbandona in parte i riferimenti mitologici e fantasy per concentrarsi su temi più concreti, pur mantenendo una forte impronta filosofica.
Freewill è forse l’esempio più chiaro: un manifesto razionale contro il fatalismo, ispirato apertamente al pensiero di Ayn Rand, figura già centrale nell’immaginario di Peart. "If you choose not to decide, you still have made a choice", canta Geddy Lee, in uno dei versi più citati dell’intera discografia Rush.
The Spirit of Radio, il singolo di punta, nasce invece da un’esperienza reale: l’ascolto della storica emittente canadese CFNY-FM, simbolo di libertà musicale e indipendenza. È una celebrazione della radio come mezzo culturale, ma anche una critica alla commercializzazione dell’industria musicale. Un tema che, nel 1980, suona già profetico.
Un aneddoto significativo riguarda Jacob’s Ladder: il brano nasce da un’immagine osservata da Peart durante un volo, i raggi di sole che attraversano le nuvole dopo un temporale. Un momento contemplativo tradotto in una composizione che cresce lentamente, stratificandosi, senza mai esplodere in modo artificiale.
Impatto e controversie
Come spesso accade con i dischi di svolta, Permanent Waves divide parte del pubblico storico. I fan più legati al prog puro accusano i Rush di essersi “ammorbiditi”, di aver ceduto a logiche più radiofoniche. Accuse che la band respinge con decisione.
Neil Peart sarà sempre molto chiaro: "Non abbiamo mai scritto pensando alle classifiche. Scrivevamo per necessità artistica". E i numeri, paradossalmente, gli danno ragione.
Geddy Lee racconterà in seguito: "Per la prima volta non volevamo dimostrare nulla a nessuno. Volevamo solo fare buone canzoni".
Permanent Waves è il primo album dei Rush a entrare nella Top 5 della Billboard 200. Vende oltre un milione di copie solo negli Stati Uniti e apre definitivamente alla band le porte del grande pubblico, senza comprometterne la credibilità.
Ma l’impatto più duraturo è quello sull’evoluzione del rock degli anni Ottanta. Band come Tool, Dream Theater e persino gruppi alternative riconosceranno in questo disco un modello: complessità sì, ma al servizio della canzone.