Pearl Jam, “Do The Evolution”: il video che racconta l’autodistruzione dell’uomo
28 agosto 2026 alle ore 13:45, agg. alle 14:04
Nell'agosto del 1998 i Pearl Jam tornarono al videoclip con un’opera animata diretta da Todd McFarlane e Kevin Altieri.
Nell'agosto 1998, all’interno di “120 Minutes” su MTV, i Pearl Jam presentarono il video di “Do The Evolution”.
Non era una pubblicazione ordinaria: la band non realizzava un videoclip dai tempi di “Oceans”, ultimo estratto da Ten, e nell’immaginario collettivo il precedente rimaneva soprattutto “Jeremy”, diventato nel 1992 uno dei simboli dell’epoca d’oro dell’emittente.
Il ritorno avvenne senza mostrare neppure per un istante Eddie Vedder e gli altri musicisti. Al loro posto c’erano la storia dell’umanità, la Morte e una catena di violenza lunga quattro minuti.
l difficile rapporto dei Pearl Jam con i videoclip
Dopo l’enorme successo di “Jeremy”, i Pearl Jam avevano scelto di sottrarsi progressivamente alle regole promozionali dell’industria musicale. Il video diretto da Mark Pellington aveva vinto quattro MTV Video Music Awards, ma aveva anche contribuito a trasformare la band, e soprattutto Vedder, in un fenomeno difficilmente controllabile.
Il cantante spiegò così la sua diffidenza: “Vorrei qualcosa che non esiste, dove ognuno possa proiettare ciò che vuole sulle canzoni e lasciare me fuori. In un video diventi più importante della canzone, e io non voglio che accada”. Jeff Ament fu altrettanto netto: “Tra dieci anni non voglio che la gente ricordi le nostre canzoni come dei video”.
Per Vs., Vitalogy e No Code non arrivarono quindi videoclip tradizionali. “Do The Evolution” rappresentava la soluzione al problema: tornare su MTV senza trasformare i componenti dei Pearl Jam in protagonisti visivi. La scelta accompagnava inoltre il rilancio discografico di Yield, quinto album della band, pubblicato il 3 febbraio 1998 dopo i risultati più contenuti e il carattere volutamente irregolare di No Code.
Il brano, pur non essendo stato distribuito come singolo commerciale, ricevette una forte promozione radiofonica. La musica era stata composta da Stone Gossard, autore anche della parte di basso al posto di Jeff Ament, mentre Vedder aveva scritto il testo. Alla registrazione parteciparono inoltre Mike McCready, Jack Irons e il produttore Brendan O’Brien, presente anche nei cori con Alana Baxter, Mary Olsen e Mark Raver.
Dalla VHS di Eddie Vedder a Todd McFarlane
L’idea nacque dopo che Vedder vide su HBO la serie animata di Spawn. Il cantante registrò alcuni episodi su VHS, ne selezionò le sequenze e, utilizzando un sistema di montaggio Avid, costruì personalmente una versione artigianale del video, sincronizzando quelle immagini con “Do The Evolution”. Poi spedì il risultato a Todd McFarlane, creatore di Spawn.
“Era davvero impressionante”, ha ricordato McFarlane. “Telefonai a Eddie e gli chiesi: ‘È forte, chi l’ha fatto?’. Mi rispose: ‘Io’. Gli domandai chi avesse curato il montaggio e disse ancora: ‘Io’. Era bravo”.
McFarlane portò il progetto alla Epoch Ink Animation con una consegna precisa, concordata con Vedder: “Fate qualcosa di forte, visivo e tagliente, e consegnatelo in sedici settimane”. La produzione fu affidata a Joe Pearson, presidente di Epoch Ink, e Terry Fitzgerald della Todd McFarlane Entertainment. Pearson coinvolse Kevin Altieri, già regista di numerosi episodi di Batman: The Animated Series, che sviluppò e scrisse il video insieme a lui, con il contributo di McFarlane e Vedder.
Sedici settimane e più di cento animatori
La preproduzione si svolse negli studi Epoch Ink di Santa Monica. In meno di sei settimane Kevin Altieri, Brad Coombs, Jim Mitchell, Young Yoon Gi e Kalvin Lee elaborarono storyboard, personaggi e ambientazioni. Tina Oliva e Lisa Pearson definirono i colori dei personaggi, Zhao Ping realizzò i dipinti guida per gli sfondi e Graham Morris si occupò della temporizzazione.
Dopo l’approvazione di Vedder, McFarlane e Sony Music, il materiale fu trasferito a Seoul. Gli studi Sun Min Image Pictures e Jireh Animation completarono l’animazione in quattro settimane, impiegando più di cento artisti al lavoro praticamente senza interruzioni. Il girato tornò quindi a Los Angeles, dove Altieri, McFarlane e Vedder montarono la versione definitiva.
Vedder partecipò attivamente senza bloccare il lavoro della squadra. Secondo McFarlane fu “estremamente coinvolto, ma senza interferire con quello che stavamo facendo”. Il risultato rispettava la filosofia dei Pearl Jam: ampliare il significato della canzone senza mettere la band davanti alla macchina da presa. Il gruppo presentò il progetto con una definizione volutamente meno solenne: “In sostanza, abbiamo cercato di realizzare un buon video per fattoni”.
La Morte attraversa la storia dell’uomo
“Do The Evolution” parte dalla nascita della vita, attraversa i dinosauri e arriva rapidamente all’ascesa dell’uomo. Da quel momento l’evoluzione biologica diventa regressione morale. Una figura femminile pallida, chiamata Death Girl e disegnata da Brad Coombs, danza e ride mentre osserva massacri, schiavitù, colonialismo, crociate, Ku Klux Klan, totalitarismi, campi di concentramento, guerre mondiali e bombardamenti in Vietnam.
Il montaggio collega epoche diverse per mostrare la continuità della violenza. Un formicaio calpestato diventa un campo minato; gli uomini d’affari precipitano dai grattacieli durante il crollo di Wall Street; un candidato politico viene manovrato come una marionetta. Seguono vivisezione, caccia alle balene, inquinamento, clonazione, controllo tecnologico e infine una guerra nucleare capace di devastare il pianeta.
Pearson ha spiegato: “Il testo è un urlo di rabbia contro ciò che stiamo facendo a noi stessi e alla Terra. Il video non fa altro che riecheggiare quelle parole”. L’origine concettuale risaliva anche a Ishmael di Daniel Quinn, romanzo che mette in discussione l’idea dell’uomo come vertice della creazione. Vedder descrisse il protagonista del brano come “qualcuno ubriaco di tecnologia, convinto di essere l’essere vivente che controlla il pianeta. Non sto cantando nei panni di me stesso”.
“Do The Evolution” ottenne due candidature ai Grammy del 1999: Best Hard Rock Performance per la canzone e Best Music Video per il filmato. Per i Pearl Jam non fu la fine del rifiuto della promozione convenzionale, ma un’eccezione perfettamente costruita: un video senza rockstar, nel quale erano le immagini a rendere ancora più feroce il brano.