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Paul McCartney, “The Boys Of Dungeon Lane”: il disco che riporta i Beatles prima dei Beatles

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Author image Gianluigi Riccardo

25 maggio 2026 alle ore 17:21, agg. alle 20:39

Paul McCartney torna il 29 maggio con un album che guarda a Liverpool, all’infanzia e ai giorni prima dei Beatles. Tra rock, psichedelia e memoria.

A quasi ottantaquattro anni, Paul McCartney continua a fare una cosa che pochi artisti della sua generazione riescono ancora davvero a fare: evitare di trasformarsi nella caricatura nostalgica di sé stesso.

“The Boys Of Dungeon Lane”, il nuovo album in uscita il 29 maggio, parte dalla memoria ma non si limita mai alla celebrazione. Non è un monumento ai Beatles. Non è un disco-souvenir. E soprattutto non è il classico lavoro crepuscolare costruito sul peso della leggenda.

McCartney sceglie invece una direzione più precisa e anche più interessante: tornare a prima dei Beatles.

Prima del mito, prima della Beatlemania, prima che Lennon, McCartney, Harrison e Starr diventassero simboli culturali universali. “The Boys Of Dungeon Lane” racconta quattro ragazzi cresciuti nella Liverpool del dopoguerra, dentro quartieri operai dove “non avevamo molto, ma non ci importava perché le persone erano fantastiche”, come racconta lo stesso McCartney parlando della zona di Speke.

È un disco che funziona come una lunga immersione nella memoria. Ma la memoria, qui, non è mai statica. Cambia forma continuamente. Diventa rock, psichedelia, pop orchestrale, Laurel Canyon, quasi prog, perfino honky tonk. E proprio questa instabilità sonora impedisce all’album di diventare un esercizio vintage.

Anzi: “The Boys Of Dungeon Lane” è probabilmente il disco più vivo e sorprendentemente energico di McCartney da molti anni a questa parte.

Ed è forse questo il dato più impressionante dell’intero progetto: un musicista che va verso gli ottantaquattro anni, con la consapevolezza di non avere nulla da dimostrare in quanto genio creativo tra i più importanti dell'era moderna, e decide comunque di non giocare facile.

Non c’è la ricerca forzata del singolo radiofonico, non c’è il tentativo di inseguire trend contemporanei in maniera artificiale, ma nemmeno la comfort zone della legacy act che ripete sé stessa all’infinito. McCartney continua invece a fare ciò che, probabilmente, gli ha sempre consentito di restare un passo avanti rispetto a quasi tutti i grandi del rock classico: seguire la curiosità.

È la curiosità che lo porta a lavorare con Andrew Watt invece di rifugiarsi in un produttore rassicurante. È la curiosità che lo spinge a trasformare una fantasia psichedelica ambientata a Glastonbury in “Mountain Top”. È la curiosità che gli fa recuperare vecchie cassette dimenticate, registrare su uno Studer a quattro piste dei Beatles o costruire un disco che alterna momenti quasi heavy, Laurel Canyon, orchestrazioni vintage e rock’n’roll diretto senza preoccuparsi troppo della coerenza commerciale.

E forse proprio per questo “The Boys Of Dungeon Lane” suona così credibile: perché non cerca disperatamente di dimostrare qualcosa. È semplicemente il lavoro di un artista che continua ad avere voglia di scoprire cosa può succedere entrando in studio.



Il significato di “The Boys Of Dungeon Lane”: Liverpool prima del mito Beatles

Il titolo è la chiave di tutto.

Così come “Penny Lane” trasformava una strada reale in una geografia emotiva, anche Dungeon Lane diventa un luogo simbolico. Una strada nella zona di Speke che McCartney frequentava da bambino. È lì che osservava le allodole salire nel cielo quando a dieci anni usciva da solo con il suo libro sugli uccelli, ma è anche lì che venne rapinato da due ragazzi.

Quei ragazzi eranoi ragazzi di Dungeon Lane, esattamente come lui e i suoi amici.

È fondamentale.

Perché McCartney non sta raccontando soltanto sé stesso. Sta raccontando una generazione, un ambiente, un’umanità precisa. Il disco non riguarda i Beatles superstar, ma i ragazzi che esistevano prima che il mondo li trasformasse in icone.

In questo senso l’album arriva anche nel momento perfetto. Prima che il progetto cinematografico di Sam Mendes riporti i Beatles al centro della cultura pop nel 2028, McCartney sembra voler riappropriarsi della dimensione umana della storia.

Non i Fab Four, ma Paul, John, George e Ringo.

Ragazzini squattrinati che facevano autostop.

Ragazzi che vivevano in case minuscole senza percepirsi poveri.

Amici che trasformavano Liverpool nel centro del proprio universo ancora prima che il resto del mondo se ne accorgesse.

“Days We Left Behind”, il primo singolo, sintetizza perfettamente questa idea. Apparentemente è il manifesto malinconico del disco. In realtà è quasi un falso indizio. Certo, il brano lavora sulla perdita e sulla distanza temporale, ma musicalmente l’album si muove molto più lontano dalla semplice nostalgia.

McCartney lo spiega chiaramente: “Mi chiedo spesso se sto semplicemente scrivendo del passato. Poi penso: di cos’altro puoi scrivere davvero?”.

Ed è esattamente lì che “The Boys Of Dungeon Lane” trova la sua forza narrativa.


Andrew Watt e il suono moderno di Paul McCartney

La seconda grande intuizione del disco si chiama Andrew Watt.

Negli ultimi anni Watt è diventato il produttore di riferimento per artisti storici che cercano un linguaggio contemporaneo senza perdere identità. Ma qui il suo lavoro va molto oltre il semplice aggiornamento sonoro.

Su “The Boys Of Dungeon Lane” riesce in qualcosa di rarissimo: costruire un suono enorme senza sacrificare le dinamiche.

Le canzoni respirano. Ogni strumento conserva spazio. Le chitarre esplodono ma non schiacciano il resto del mix. I bassi hanno corpo senza appesantire. Gli arrangiamenti possono accumulare livelli sonori mantenendo leggibilità e movimento.

È una qualità che ricorda il lavoro dei grandi produttori classici come Quincy Jones più che quello della produzione pop contemporanea. E non è casuale che il rapporto creativo tra Watt e McCartney venga descritto quasi come un gioco tra due musicisti ossessionati dai dettagli sonori.

L’inizio dell’album nasce letteralmente così.

McCartney arriva nello studio di Watt senza grandi programmi. Prende una chitarra mancina e costruisce una sequenza di accordi che parte da uno che non esiste come dice lui stesso. “Non so ancora oggi che accordo sia”, racconta. Da lì nasce “As You Lie There”, una delle tracce più sorprendenti del disco.

Ed è qui che emerge un altro elemento decisivo: la batteria.

McCartney suona praticamente tutta la batteria dell’album, spinto proprio da Watt che, per una volta, sacrifica Chad Smith. Una scelta tutt’altro che marginale. Perché il drumming di McCartney non assomiglia a quello di un batterista tradizionale, per sua stessa ammissione.

Ed è esattamente quel carattere “anomalo” a dare personalità al disco.

“As You Lie There” parte quasi blues, si apre in direzioni psych e arriva a un finale hard rock che ricorda una versione ipertrofica di “Flaming Pie”, uno dei lavori più sottovalutati della carriera solista di McCartney. Il suono è pieno, stratificato, ma conserva sempre spontaneità.

Watt capisce perfettamente che il punto non è rendere McCartney moderno a forza. Il punto è rendere gigantesco ciò che McCartney è sempre stato.


Tra psichedelia, Laurel Canyon e memoria: le canzoni migliori del disco

Una delle qualità più interessanti di “The Boys Of Dungeon Lane” è il modo in cui il disco si muove continuamente tra epoche e linguaggi differenti.

“Lost Horizon”, recuperata da una vecchia cassetta grazie allo storico studio manager Eddie Klein, mantiene volutamente una struttura classica. McCartney racconta di averla registrata originariamente in vacanza, da solo con la chitarra. La nuova versione conserva quell’immediatezza ma viene immersa in una produzione molto più ampia. Il risultato richiama certi Wings più melodici senza trasformarsi in semplice revival.

“Ripples On A Pond” invece apre il lato più pop dell’album. McCartney racconta di aver detto apertamente a Watt: "Si suppone tu sia un produttore pop, e allora facciamo qualcosa di pop!" E infatti il brano gioca con melodie luminose e chitarre enormi che riportano a certe atmosfere quasi anni Ottanta.

Poi arriva “Mountain Top”, probabilmente il momento più imprevedibile del disco.

Un trip psichedelico nato osservando la moglie Nancy durante i festival di Glastonbury e immaginando una giovane donna sotto acidi al festival. Il pezzo cambia continuamente forma, sfiora il prog e in certi passaggi richiama persino il Canterbury sound britannico.

“Down South” è invece il centro emotivo del disco.

Una canzone semplicissima nella struttura ma devastante nel peso emotivo. McCartney racconta i viaggi in autostop con George Harrison prima dei Beatles.

"Per raccontare tutti quei ricordi servirebbero almeno altri 50 versi". Ed è proprio questa incompiutezza a renderla così potente. Non cerca il grande momento epico. Funziona come un frammento di vita rimasto sospeso nel tempo.

Anche “We Two” lavora sulla memoria Beatles, ma lo fa indirettamente. Registrata usando uno Studer a quattro piste originale, lo stesso tipo di macchina utilizzata durante le session dei Beatles, possiede inevitabilmente un’atmosfera che richiama brani come “A Day In The Life”. Non per imitazione, ma per approccio mentale.

Sul lato B il disco cambia ancora pelle.

“Come Inside” è rock’n’roll diretto, quasi honky tonk, volutamente essenziale.

“Never Know” invece guarda apertamente al Laurel Canyon di Joni Mitchell, dei Byrds, del 'rivale' Brian Wilson. McCartney parla esplicitamente di quell’immaginario fatto di 'fattoni che suonavano le chitarre'. Il risultato è un brano morbido, arioso, quasi west coast, che conferma quanto il disco lavori continuamente per associazioni emotive più che cronologiche.


“Home To Us”: Paul McCartney e Ringo Starr insieme come non erano mai stati

Il momento più simbolico dell’album arriva però con “Home To Us”.

Perché il disco che racconta i ragazzi prima dei Beatles finisce inevitabilmente per riunire gli unici due Beatles ancora vivi.

La canzone nasce da una base di batteria registrata da Ringo Starr nello studio di Andrew Watt. All’inizio non succede nulla. Poi McCartney riascolta quelle tracce e decide di costruirci sopra un brano intero.

Il tema è chiarissimo: le origini comuni.

Liverpool. Le case popolari. La working class inglese. La sensazione di non avere nulla ma di non percepirlo davvero come un problema perché tutto il resto — amici, famiglia, quartiere — bastava a creare un’identità.

“Ringo, tra tutti i Beatles, era quello che maggiormente veniva dal nulla”, racconta McCartney. E “Home To Us” diventa esattamente questo: un riconoscimento reciproco tra due uomini che hanno condiviso lo stesso punto di partenza prima ancora di condividere il successo più grande della storia della musica popolare.

La vera novità è che Paul e Ringo cantano insieme come non avevano mai fatto davvero prima. Non semplici armonie o cori sparsi, ma un vero dialogo vocale.

E funziona.

Anche grazie alla presenza di Chrissie Hynde dei Pretenders e Sharleen Spiteri dei Texas nei cori, scelta inedita per McCartney, che raramente aveva lavorato con backing vocals femminili fuori dall’esperienza Wings.

Un disco sulla memoria che non suona mai fermo

La parte più sorprendente di “The Boys Of Dungeon Lane” è che, pur essendo costruito quasi interamente sul passato, non suona mai immobile.

Anzi, spesso il disco sembra avanzare proprio mentre guarda indietro.

“Life Can Be Hard”, nata durante il periodo del Covid osservando un bambino reagire a una sequenza di accordi suonata in casa, diventa una fotografia familiare ma con cambi di tempo quasi prog e aperture orchestrali inattese.

“Salesman Saint” è forse il brano più emotivamente esplicito: il racconto dei genitori di McCartney durante la guerra, dei bombardamenti su Liverpool, della normalità costruita dentro il caos. Le orchestrazioni jazz e big band entrano nel pezzo come fantasmi sonori della musica ascoltata dai suoi genitori.

E poi c’è “Momma Gets By”, chiusura perfetta di questo viaggio.

McCartney la definisce  una storia totalmente inventata. Ma dopo un disco intero dedicato al rapporto tra memoria e identità, la distinzione tra vero e immaginato perde quasi importanza.

Perché “The Boys Of Dungeon Lane” funziona esattamente così: come una scatola piena di fotografie scolorite dove alcuni ricordi sono reali, altri ricostruiti, altri ancora semplicemente emotivamente plausibili.

Ed è forse questo il motivo per cui il disco colpisce così tanto.

Non prova a ricostruire il passato con precisione documentaria. Cerca invece di ricostruire la sensazione del passato. Il modo in cui i ricordi cambiano consistenza con il tempo.

Alla fine, “The Boys Of Dungeon Lane” non è un album sui Beatles. È un album su quello che esisteva prima del mito. Su quattro ragazzi di Liverpool che ancora non sapevano di stare per cambiare la storia della musica.

E forse è proprio questa la cosa più sorprendente: dopo tutto questo tempo, Paul McCartney riesce ancora a trovare nuovi modi per raccontare sé stesso senza sembrare prigioniero della propria leggenda.

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