Paul McCartney: fuga, colpa e rinascita dopo i Beatles
20 marzo 2026 alle ore 13:00, agg. alle 13:16
Tra lo scontro con John Lennon, le tensioni con George Harrison e Ringo Starr, McCartney paga la “Grande Colpa”, ma riparte dalle Highlands e da una nuova band
Sei al centro del mondo. Le ragazzine sono disposte a buttarsi sotto la tua auto perché tu ti fermi. L’isteria altrui è una febbre erotica, le tue canzoni hanno contribuito a far elaborare agli americani il lutto dell’assassinio di JFK. Non ti lasciano neppure un momento per pisciare in pace.
Basta coi live, rinchiudiamoci in studio e inventiamo magie. Blocchi Londra suonando su un tetto. Poi, d’improvviso, decidi di trasfomarti in un contadino, in un pecoraio onorario su un remoto campo scozzese: la tua scalcinata fattoria ti costringe ad arrampicarti sul tetto per ripararlo, Mick Jagger ti percula a distanza.
Mull Of Kintyre, in gaelico “fine terra”. È a questo punto della storia che Paul McCartney si trasforma in Atlante: uscire dai Beatles è già uno strappo personale, se te ne prendi la responsabilità dovrai accollartene il peso sulla schiena, sentendo quel gravame cosmico finché non invecchi e pure la tua anima rischia di spezzarsi.
Il docu ‘Man on the run’ (su Prime Video), diretto dal premio Oscar Morgan Neville, racconta la fuga di un uomo da se stesso dopo aver depredato il pianeta della favola pop più travolgente del Novecento. La sottile crepa della narrazione è che questo film biografico è prodotto dallo stesso protagonista: che, come è ovvio sia, tenta agiograficamente di smarcarsi dalla Grande Colpa di aver mandato in pezzi i Fab Four.
Ma resta la vertigine del destino di un artista che, all’ultimo atto della leggenda della band, è ancora poco più che un ragazzo. Come sottolinea lui, è sempre stato in gruppo dagli anni della scuola: adesso si ritrova solo, e costretto a bere il veleno che gli somministrano i fans.
La grande colpa di McCartney
Perché i Beatles si sono sciolti? È lui il responsabile della catastrofe, magari per quella stramaledetta vocazione da capitano che lo fa sentire superiore agli altri tre?
Paul lo nega: ricorda che il primo ad andarsene, nell’aprile ’69, era stato John. E prima ancora, ma sul dettaglio il documentario sorvola, c’erano state le bizze di George. Però Lennon non si espone e il cerino acceso resta nelle mani di McCartney per via della scelta dei compagni di affidarsi a un manager astutamente ambiguo come Allen Klein: secondo il bassista quel “dear pig” prosciugherà le casse della Apple, perciò si sente costretto a fargli causa.
Ove mai ve ne fosse bisogno, l’azione legale riconferma che dopo la morte di Epstein i quattro musicisti avevano perso la guida, il collante, il fratello maggiore con in mano i piani strategici della missione. I Beatles dovrebbero pensare a suonare? Ok, ma Klein è uno squalo e Paul opta per smarcarsi, platealmente.
‘Man on the run’ non lo ricorda, ma quando i tre ex-compagni mandano il pacioso Ringo a fare un’ambasciata di pace a casa McCartney, questi gli chiude la porta in faccia.
Così, d’un tratto, dalla fama universale, il Nostro precipita in un buco nero di accuse. E di solitudine, se non ci fosse Linda a salvarlo. Una socialite newyorchese disposta a seguire il suo uomo in una bicocca agreste portandosi dietro due bambine, tra polli e raffiche di quel vento tanto gelido da tagliarti la faccia.
Salvo grazie a Linda e ai Wings
Una fotografa che, per stare appresso all’untore del rock, acconsente a trasformarsi in una musicista. Non sa neppure il giro di do su una tastiera, il marito glielo insegnerà. Sa cantare Linda? Sì, stando a Paul: “Me ne sono reso conto la prima notte di nozze”.
Diventano vegetariani, una coppia bucolica che – curiosamente – potrebbe essere sospetta di familismo come e peggio dei Lennon: con la differenza che John & Yoko predicano la Pace sul pianeta, Paul & Linda la praticano in casa. E su quel palco che divideranno nell’avventura Wings: ma per arrivare a riprendersi un microfono, McCartney è chiamato ad affrontare il sentiero penitenziale del primo album solista, dove finalmente suona tutto lui, poi a farsi stroncare 'Ram’ da una critica che gli rimprovera esattamente il senso del progetto: che è di allontanarsi il più possibile dagli echi Beatles, nella consapevolezza che mai nulla potrà essere come prima, e di quella scala di grandezza.
Quella di McCartney è la tragedia artistica e psicanalitica di un giovane uomo che improvvisamente si sente disprezzato da quella stessa comunità che lo aveva idolatrato: Lennon gli sputa addosso ‘How do you sleep’, il pubblico medita di voltargli le spalle. Anche perché se i Sixties erano turbolenti, ma con una cucchiaiata di sogno psichedelico sopra la torta, i Seventies sono destinati a essere allucinati, paranoidi, rabbiosi, malati.
All you need is love un cazzo: se questi Wings vogliono propinarci della muzak, o del pop-rock al saccarosio, vuol dire che non hanno colto lo spirito dei tempi nuovi.
Però, incredibilmente, e al netto degli impossibili paragoni con il passato, lo step funziona. McCartney riparte davvero da zero, e dopo il buen retiro nelle Highlands coinvolge la moglie e forma la sua nuova combriccola di musicisti con un concerto-prova all’Università di Nottingham a 50 penny per biglietto; il tour su un pullman scoperto che fa vaudeville e non magic bus, un terrificante special tv con topini animati e pian piano la giostra si rimette in moto, Wings come cura e come leva per togliersi dalla schiena la carogna della Grande Colpa.
A suo modo, anche questa del primo passaggio post-Beatles di Paul è una fabula inimmaginabile. Non così incantata come Sgt.Pepper, ma dannatamente istruttiva.