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Pantera, Cowboys From Hell: il groove che cambiò il metal

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Author image Gianni Rojatti

24 luglio 2026 alle ore 12:00, agg. alle 12:24

Con Cowboys From Hell i Pantera spostano il metal dalla velocità al groove, ridefinendone linguaggio, suono e pesantezza per tutti gli anni Novanta.

All'inizio degli anni Novanta il metal sembrava aver esaurito la spinta innovativa degli anni Ottanta. I Pantera colsero prima di molti altri il bisogno di cambiare prospettiva, riportando il ritmo al centro del linguaggio.

Pubblicato il 24 luglio 1990, Cowboys From Hell non fu soltanto un grande album: codificò il groove metal e indicò una nuova direzione destinata a influenzare profondamente l'intero decennio

Un linguaggio nuovo

Se l’inizio degli anni Novanta viene ricordato soprattutto per la rivoluzione del grunge, è perché in quel momento il rock stava manifestando un’esigenza generale: lasciarsi alle spalle formule che sembravano ormai esaurite. Non era soltanto Seattle a reclamare un linguaggio nuovo. Anche il metal, dopo un decennio straordinario, cominciava a dare la sensazione di ripetere sé stesso. Da una parte c’erano l’hair metal e l’hard rock più tecnico, patinato ed edonistico, popolati da musicisti formidabili ma sempre più vincolati alle proprie convenzioni; dall’altra il thrash di Metallica, Megadeth, Slayer e Anthrax, che aveva spinto velocità, complessità e aggressività verso livelli estremi. Mondi molto diversi, accomunati però dall’avere ormai definito regole precise. Pubblicato il 24 luglio 1990, Cowboys From Hell non si limita a intercettare questa richiesta di cambiamento: diventa il manifesto del nuovo metal di cui c’era bisogno. I Pantera non rinunciano alla violenza del thrash, ma ne spostano il centro. A impressionare non sono più soltanto la quantità delle note, la tortuosità dei riff o la velocità dell’esecuzione: è il peso ritmico attribuito a ogni passaggio. Le canzoni respirano attraverso sincopi, stop and go, improvvise accelerazioni e tempi dimezzati. Il riff non ha più necessariamente bisogno di correre: deve incastrarsi con la batteria, spostare gli accenti e generare quella trazione fisica che negli anni successivi verrà identificata con il groove metal. In contesti differenti, anche Red Hot Chili Peppers e Rage Against the Machine costruiranno parte decisiva del proprio linguaggio sullo stesso principio: il futuro del rock passava nuovamente dal ritmo.


Chitarra e batteria

Il segreto di Cowboys From Hell è soprattutto nell’interplay quasi telepatico tra Dimebag Darrell e suo fratello Vinnie Paul. Chitarra e batteria sembrano appartenere allo stesso strumento: ogni pennata trova una corrispondenza nella cassa, nel rullante o nell’apertura di un piatto, mentre i continui cambi di passo non compromettono mai la compattezza dell’insieme. È significativo che, parlando ai giovani chitarristi, Dimebag consigliasse di trovare qualcuno con cui suonare, perché lavorare con un batterista significa imparare a «far partire il meccanismo, andare a tempo e stare nel groove». Una dichiarazione che descrive perfettamente il cuore dei Pantera. Durante le registrazioni ai Pantego Sound Studios di Arlington, con Terry Date alla produzione, la band lavorò ossessivamente sull’allineamento ritmico tra gli strumenti; Rex Brown completò l’incastro con un basso aderente alla chitarra, contribuendo alla precisione quasi microscopica della sezione ritmica. Anche il suono di Darrell rompeva con le convenzioni del periodo. Mentre il rock continuava a venerare soprattutto il calore e la dinamica degli amplificatori valvolari tipo Marshall (il DNA del suono rock da Hendrix a Van Halen passano per Angus Young), lui utilizzava Randall a transistor: più secchi, taglienti, poveri di quella morbidezza normalmente associata al grande suono rock, ma dotati di un attacco formidabile. In un contesto blues o hard rock tradizionale quel timbro avrebbe potuto apparire sgraziato, zanzaroso, persino sgradevole. Nei Pantera era esattamente ciò che serviva: rendeva leggibile ogni sincope e trasformava i riff in strutture compatte, nette, riconoscibili fin dalla prima pennata. Phil Anselmo completava la formula con una voce feroce ma anche profondamente ritmica, capace di alternare urla, aperture melodiche e strofe dalla scansione percussiva, costruite per dialogare con il riff.


Tradizione e futuro

Cowboys From Hell, però, non cancella la tradizione metal degli anni Ottanta: ne conserva gli aspetti migliori e li proietta dentro una forma nuova. Dimebag Darrell era un solista spaventoso, cresciuto ascoltando Eddie Van Halen, Randy Rhoads e Ace Frehley, ma anche immerso nel blues, nel country e nel rock texano che attraversavano lo studio del padre Jerry Abbott. «Mi interessano il feeling, il valore della nota e la melodia», spiegava nel 1992, aggiungendo di poter continuare a suonare velocissimo senza considerare lo shredding l’unica finalità della chitarra. Nei suoi assoli convivono infatti fraseggi tecnicissimi, inflessioni blues, bending, armonici artificiali, dive bomb, fischi e improvvise deviazioni timbriche. Anche senza indicarlo necessariamente come un riferimento fondativo, è difficile non avvertire l’onda lunga dell’irruenza e della stravaganza che Steve Vai aveva portato nel rock: l’idea che la chitarra potesse diventare un laboratorio di rumori, gesti estremi e trovate sonore, non soltanto uno strumento melodico. In questo senso Dimebag, come più tardi Tom Morello, incarna forse l’eredità più profonda di Vai senza riprodurne il linguaggio. “Cowboys from Hell”, “Cemetery Gates”, “Psycho Holiday” e “Domination” mostrano già tutte le coordinate che troveranno la loro espressione più compiuta in Vulgar Display Of Power (1992). Ma è questo disco a fissare il nuovo standard. Dopo i Pantera, anche le band più tecniche e strutturate dovranno confrontarsi con una diversa idea di pesantezza: precisione brutale, impatto fisico e riff che, prima ancora di stupire per il suono o per l’articolazione strumentale, riescono inesorabilmente a trascinare la testa sul tempo. Cowboys From Hell non chiede al metal di rinunciare alla tecnica: gli ricorda che la tecnica diventa davvero efficace quando ogni strumento concorre a creare lo stesso, irresistibile movimento.


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