History

Neil Peart: il batterista che ha insegnato al progressive a diventare moderno

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Author image Gianni Rojatti

07 gennaio 2026 alle ore 15:24, agg. alle 19:12

Con i Rush Neil Peart ha trasformato il progressive in un linguaggio moderno: virtuosismo, tecnologia e forma canzone in equilibrio tra complessità e fruibilità.

Neil Peart, batterista, autore e pensatore musicale dei Rush (scomparso il 7 gennaio 2020), è stato uno dei pochi musicisti capaci di rileggere il progressive senza irrigidirlo, adattandolo ai cambiamenti del rock tra anni Settanta e Ottanta.

Con i Rush ha mostrato una strada possibile per il progressive: una direzione seguita tanto da band tecniche come Dream Theater, Symphony X e Angra, quanto da realtà come Tool e Porcupine Tree, dove la complessità tecnica si è progressivamente messa al servizio del songwriting.


MOVING PICTURES

Quando si parla di Neil Peart, il rischio è sempre lo stesso: fermarsi alla superficie del virtuosismo. Alla batteria monumentale, alle poliritmie, ai cambi di tempo impossibili. Tutto vero, naturalmente. Ma riduttivo. Perché Peart è stato prima di tutto un musicista capace di leggere il proprio tempo e di adattare un linguaggio complesso a un rock che, tra anni Settanta e Ottanta, stava cambiando pelle. Cresciuto nel solco del progressive più rigoroso, Peart si forma su una batteria cerebrale, tecnica, costruita su strutture ampie e su una concezione quasi architettonica del ritmo. Eppure, a differenza di molti colleghi dell’epoca, capisce presto che il futuro non è nell’accumulo ma nella sintesi. Mentre il prog classico si avvita su sé stesso, lui sceglie una strada diversa: semplificare senza banalizzare, rendere accessibile senza rinunciare alla profondità. Il confronto con batteristi come Bill Bruford o Carl Palmer è illuminante. Bruford lavora di sottrazione, swing jazz e minimalismo; Palmer punta su una potenza sinfonica teatrale. Peart invece costruisce parti narrative: il drumming diventa racconto, struttura che accompagna la canzone, mai caos improvvisativo. La tecnica non è mai fine a sé stessa, ma funzionale al brano. Questo cambio di paradigma esplode con MOVING PICTURES, il disco che più di ogni altro fotografa l’evoluzione dei Rush. Qui il progressive si fa “snello”: brani più brevi, produzioni pulite, hook immediati. “Tom Sawyer”, “Red Barchetta”, “YYZ” mostrano come sia possibile inserire ritmi dispari e soluzioni raffinate dentro strutture chiaramente song-oriented. È un disco che guarda al futuro, intercettando l’urgenza di un’epoca segnata da new wave, synth pop e AOR


Il Professore

Peart, soprannominato “The Professor”, non innova solo nel linguaggio ritmico. È autore della maggior parte dei testi dei Rush e contribuisce a liberarli dalla retorica utopistica del prog anni Settanta. I temi diventano più concreti, razionali, spesso legati a tecnologia, individualismo, letteratura. Anche sul fronte strumentale è un pioniere: integra elettronica e percussioni digitali nel suo set senza mai snaturare la batteria acustica, anticipando un approccio ibrido che diventerà comune negli anni a venire. Il suo kit, enorme e scenografico, non è mai ostentazione. Ogni piatto, ogni pad elettronico ha una funzione precisa all’interno di un sistema orchestrale coerente. Peart è capace di lunghi assoli senza perdere tensione narrativa, mantenendo sempre un senso musicale e mai esibizionistico. Dietro questa disciplina c’è uno studio costante, alimentato da influenze che vanno da Buddy Rich a Keith Moon, fino a John Bonham, suo dichiarato riferimento. Un batterista che non ha mai smesso di mettersi in discussione. La sua storia personale conosce poi una frattura dolorosissima alla fine degli anni Novanta, con la perdita della figlia e della moglie in pochi mesi. Peart si allontana da tutto, trovando rifugio nei viaggi in motocicletta e nella scrittura. Da quell’esperienza nasce "Ghost Rider", testimonianza intensa di un uomo prima ancora che di un musicista. Il ritorno con i Rush arriverà solo nel 2002. Oggi, nel ricordarlo, ha senso celebrare Neil Peart non come semplice fuoriclasse della batteria, ma come esempio raro di intelligenza musicale: uno che ha saputo traghettare il progressive fuori dal proprio recinto, rendendolo vitale, moderno e profondamente umano. L’eredità di MOVING PICTURES e, più in generale, del lavoro dei Rush diventa evidente negli anni ’90, quando il progressive riaffiora con band come Symphony X, Angra e soprattutto Dream Theater. Un prog che non rinuncia al virtuosismo, anzi lo esaspera, ma lo fa con la lezione dei Rush ormai assimilata: complessità al servizio della canzone, apertura al contemporaneo, contaminazioni synth pop, metal e persino alternative.


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