MOVING PICTURES, il capolavoro dei Rush
09 febbraio 2026 alle ore 12:01, agg. alle 16:05
MOVING PICTURES aggiorna il progressive senza snaturarlo: suoni moderni, scrittura accessibile e virtuosismo intatto. Il capolavoro dei Rush
All’inizio degli anni Ottanta il progressive rock viene messo alle strette: il punk e la new wave impongono semplicità e immediatezza, mentre una nuova ondata di metal tecnico aggiorna suoni e linguaggio. Molte grandi band scelgono la via dell’adattamento, come mostrano le evoluzioni di Peter Gabriel, dei Genesis o di Phil Collins.
I Rush, invece, fanno una scelta diversa. Con MOVING PICTURES, pubblicato nel febbraio 1981, si aggiornano nel suono e nella scrittura, diventano più accessibili, ma non rinunciano a complessità, virtuosismo e ambizione. Lo spirito è quello del batterista Neil Peart: «Non volevo essere famoso, volevo essere bravo». Una coerenza che rende questo disco un classico del rock senza compromessi.
Un album spartiacque
Se i Rush vengono oggi considerati tra i riferimenti assoluti del progressive, MOVING PICTURES va letto come il momento in cui quel linguaggio riesce a rinnovarsi senza snaturarsi. All’inizio degli anni Ottanta il prog classico non occupa più una posizione centrale: il rock sta cambiando, le forme si accorciano, il suono si fa più diretto. In questo contesto i Rush non scelgono né la fuga né l’adeguamento, ma una strada più complessa e, col senno di poi, più lungimirante. Il percorso è già chiaramente avviato con PERMANENT WAVES (1980), disco in cui la band comincia ad abbandonare l’idea di suite estese per concentrarsi su canzoni più riconoscibili e fruibili. Non si tratta però di una semplificazione in senso stretto: i brani restano articolati, la durata media supera comunque i quattro minuti, e la complessità ritmica e armonica rimane un tratto distintivo. È qui che i Rush iniziano a capire come condensare il proprio vocabolario progressive in forme più compatte, senza rinunciare a spessore e ambizione. MOVING PICTURES porta questa intuizione a piena maturazione. È un disco che intercetta il suono degli anni Ottanta — sintetizzatori, produzione più moderna, attenzione timbrica — ma lo fa anticipandone l’estetica, non inseguendola. E soprattutto dimostra che una band progressive può essere popolare senza rinunciare a virtuosismo, articolazione ritmica e densità espressiva. Lo dirà chiaramente Neil Peart: "non voleva essere famoso, voleva essere bravo". Per questo MOVING PICTURES rappresenta uno spartiacque. Da un lato chiude definitivamente una stagione del prog legata agli anni Settanta; dall’altro apre un modello nuovo, che diventerà riferimento trasversale. Lo si ritrova nel metal più ambizioso dei Metallica, nelle deviazioni eccentriche dei Primus, ma anche in realtà di culto come i King’s X o i Mr. Big, capaci di coniugare tecnica, melodia e accessibilità. L’eredità di MOVING PICTURES emerge con forza negli anni Novanta, quando il progressive riaffiora con band come Symphony X, Angra e soprattutto Dream Theater: un prog che esaspera il virtuosismo, ma con la lezione dei Rush ormai assimilata — complessità al servizio della canzone, apertura al contemporaneo, contaminazioni synth pop, metal e alternative.
Un disco che nasce dal palco
MOVING PICTURES prende forma da una band che ha nel palco il proprio habitat naturale. I Rush non arrivano in studio per “costruire” canzoni: arrivano per metterle in ordine, rifinirle, portarle a una forma definitiva. È un dettaglio decisivo per capire la natura del disco. Tra la fase di composizione e l’ingresso in studio, il trio va in tour, prova dal vivo materiale nuovo, testa l’impatto dei brani davanti al pubblico. “Tom Sawyer” e “Limelight” vengono già suonate sul palco nel settembre del 1980, in appena sedici date negli Stati Uniti. Una band rodatissima, che suona come suonerà poi su disco. La scrittura avviene a Stony Lake, in un clima informale ma disciplinato: orari regolari, lavoro collettivo, jam condivise. L’idea è semplice e radicale allo stesso tempo: suonare insieme, come trio, e lasciare che i brani prendano forma nella stanza. In studio, a Le Studio, questo approccio non cambia. Cambia semmai il livello di concentrazione. MOVING PICTURES richiede più tempo, più precisione, più attenzione al dettaglio rispetto a PERMANENT WAVES. Alcuni brani scorrono senza attriti: “Red Barchetta” viene prodotta quasi off the floor, - suonata e registrata tutti insieme - in presa diretta, come se fosse un’esecuzione dal vivo forte di una dinamica naturale che funziona immediatamente. Altri mettono la band in difficoltà. “Tom Sawyer”, pur già collaudata dal vivo, diventa un rebus in studio: il suono giusto, l’equilibrio tra sezione ritmica e chitarra, la resa del trio nello spettro stereo. A un certo punto pensano persino di accantonarla. C’è poi il lato più cinematografico del disco, come il celebre coro di folla inferocita in “Witch Hunt”: microfoni piazzati nel vialetto di Le Studio, musicisti, tecnici e collaboratori che urlano, si sovraincidono, ridono. Nel realizzare quelle sovraincisioni collettive di voci, Alex Lifeson ha più volte ricordato divertito che che uno dei suoi contributi vocali fu gridare: “fucking football” che può ancora essere udito se si ascolta con attenzione nel mix finale. È questo il cuore di MOVING PICTURES: un disco che non nasce da sovrastrutture di studio, ma dalla forza di tre musicisti che suonano insieme e si divertono nel farlo!. Prima dal vivo, poi su nastro. Ma, soprattutto, lo fanno a un livello che, ancora oggi, resta difficile da eguagliare.
"Tom Sawyer"
“Tom Sawyer” è il centro di gravità di MOVING PICTURES e, più in generale, dell’estetica dei Rush negli anni Ottanta. È un brano che sintetizza tutto: potenza, controllo, modernità e identità da trio. La produzione è asciutta, lucidissima, costruita per valorizzare l’interazione tra basso, batteria e chitarra senza ricorrere a scorciatoie. Il celebre intro con il synth a pedale di Geddy Lee non è un vezzo decorativo: è parte integrante del groove, una massa sonora profonda che apre lo spazio al dialogo con la batteria di Neil Peart, tesa, articolata fino a diventare magnificamente debordante, piena di micro-variazioni. La chitarra di Alex Lifeson entra senza effetti ridondanti, con un timbro secco e definito, pensato per riempire lo spettro stereo restando fedele all’idea di trio reale. È un brano che suona grande senza essere gonfio, complesso senza perdere tiro e mordente. La sua forza sta nell’equilibrio: ogni elemento è esposto, nulla è nascosto dietro strati di produzione. Ed è proprio questa trasparenza a renderlo il manifesto di MOVING PICTURES: una canzone capace di dominare le radio, ma costruita con la mentalità di una band che suona come se fosse ancora sul palco.
La chitarra di Alex Lifeson
In questo equilibrio così raffinato un ruolo decisivo lo gioca la chitarra di Alex Lifeson. Pur essendo un chitarrista saldamente radicato nell’hard rock e nel progressive, e dotato di una tecnica che non ha nulla da dimostrare (ascoltare l'assolo spettacolare di "The Camera Eye" per credere), Lifeson lavora spesso in una direzione sorprendentemente affine a quella dei grandi chitarristi della new wave. Più che imporsi come solista permanente, preferisce agire da collante dell’arrangiamento, in modo non distante da Andy Summers nei Police, da The Edge negli U2, o - addirittura - da Johnny Marr negli The Smiths. La sua chitarra non è solo voce solista, ma tessitura: arpeggi, riff articolati, cesellati al millimetro nelle parti per dare coesione al dialogo tra basso e batteria e uso mirato dell’effettistica e di accordi sofisticati, pensati per vivacizzare l’armonia e valorizzare le parti vocali. In un trio come i Rush, dove Geddy Lee e Neil Peart sono tecnicamente esuberanti, Lifeson costruisce veri e propri tappeti armonici che tengono insieme la struttura e rendono ancora più incisivi e coesi gli arrangiamenti. È questo che rende la sua figura particolarmente innovativa: un chitarrista tecnico e spavaldo, sì, come ci si aspetta in ambito rock e progressive, ma anche profondamente intelligente e dosato. Una sensibilità per allora modernissima, che contribuisce in modo decisivo all’identità sonora di MOVING PICTURES.