Mick Ronson, il musicista che rese Bowie più duro e moderno
29 aprile 2026 alle ore 17:40, agg. alle 19:27
Dal glam al proto-punk: il suono abrasivo di Mick Ronson cambiò Bowie e si innamorò della melodia italiana di Battisti.
Quando si parla di David Bowie, soprattutto del periodo Ziggy Stardust, il rischio è sempre quello di trasformare tutto in un racconto estetico, teatrale, quasi mitologico. Ma dietro quella rivoluzione sonora c’era un musicista fondamentale: Mick Ronson.
Non soltanto il chitarrista degli Spiders From Mars, ma anche arrangiatore, produttore, architetto sonoro e detonatore elettrico di alcuni dei dischi più importanti degli anni Settanta.
Ronson è stato spesso raccontato come il “braccio destro” di Bowie. Riduttivo.
In realtà fu il musicista che diede corpo, volume e aggressività alle intuizioni dell'alieno caduto sulla terra. Il suo stile chitarristico, partito dal blues rock britannico, aveva qualcosa di molto più feroce rispetto alla media dell’epoca: un suono abrasivo, rumoroso, saturo, quasi punk prima ancora che il punk esistesse davvero.
Ed è proprio questo l’aspetto più interessante del suo modo di suonare. Anche nei brani apparentemente più morbidi, più melodici, Ronson lasciava sempre una traccia sporca, nervosa, aggressiva.
Basta ascoltare 'Soul Love': sotto la superficie elegante del brano, in mezzo alle linee di sax, si muove una chitarra tagliente, asciutta, quasi sgradevole nel senso migliore del termine. Un effetto simile a quello ottenuto da Keith Richards in “Jumpin’ Jack Flash”: riff sporchi, apparentemente semplici, ma con una tensione interna continua.
Le origini di Mick Ronson e l’ingresso nella band di Bowie
Michael Ronson nasce il 26 maggio 1946 a Kingston upon Hull, nello Yorkshire. Prima di diventare uno dei simboli del glam rock inglese, cresce musicalmente dentro il blues britannico e il rock elettrico degli anni Sessanta. Suona con gruppi locali come The Rats, sviluppando un approccio molto diverso rispetto ai chitarristi virtuosi dell’epoca.
Ronson non era interessato all’eleganza jazzistica né alla pulizia tecnica. Il suo linguaggio era fisico, diretto, costruito su sustain, feedback, attacco violento della pennata e un uso della Gibson Les Paul quasi “industriale”. Il suo suono nasceva da una combinazione diventata leggendaria: Gibson Les Paul, Marshall e wah-wah Cry Baby lasciato spesso in posizione fissa per scolpire determinate frequenze.
L’incontro con David Bowie avviene nel 1969 grazie al batterista John Cambridge. Bowie stava cercando musicisti in grado di trasformare le sue canzoni in qualcosa di più duro e contemporaneo. Ronson fu decisivo immediatamente.
Non era soltanto il chitarrista ideale. Era il musicista capace di capire cosa mancasse alle composizioni di Bowie.
Il produttore Ken Scott, che lavorò con entrambi durante il periodo classico di Bowie, ha spiegato quanto fosse centrale il contributo di Ronson: “Ronno era una parte fondamentale della squadra che portò David al centro della musica moderna”.
È una frase importante perché fotografa bene la situazione. Bowie aveva visione, carisma e capacità narrativa. Ronson traduceva quelle idee in impatto sonoro.
Il suono abrasivo di Ronson: glam rock, hard rock e proto-punk
La definizione di “glam rock” spesso ingabbia Mick Ronson dentro una categoria estetica. In realtà il suo stile aveva molto più in comune con il garage rock americano, con gli Stooges e con certa brutalità hard rock.
Ascoltando “Moonage Daydream”, “Hang On to Yourself” o “Width of a Circle”, emerge chiaramente una caratteristica: Ronson suonava sempre leggermente “contro” il brano. Le sue chitarre non accompagnavano semplicemente la melodia. La disturbavano.
Era questo a rendere i dischi di Bowie così moderni.
Perfino in “Life on Mars?” il lavoro di Ronson va oltre l’assolo. Fu lui a costruire buona parte degli arrangiamenti orchestrali, sfruttando una sensibilità musicale molto più ampia rispetto alla semplice dimensione rock.
Eppure, anche quando arrangiava archi o pianoforti, rimaneva riconoscibile quella tensione chitarristica nervosa e sporca.
Earl Slick, uno dei chitarristi che sostituirono Ronson nella band di Bowie, ha detto anni dopo: “Ronson era il maestro. Era perfetto per David in quel momento della sua carriera”.
La definizione è precisa. Bowie aveva bisogno di un chitarrista che rendesse le sue canzoni meno “arty” e più fisiche. Ronson fece esattamente questo.
In molti, col senno di poi, hanno individuato nel suo approccio elementi che anticipano il punk e perfino certa attitudine dell’hard rock successivo. Non tanto per velocità o tecnica, ma per l’uso della distorsione come elemento emotivo.
Non è un caso che tantissimi chitarristi arrivati dopo — da Randy Rhoads fino a Johnny Marr — abbiano riconosciuto il peso enorme del suo linguaggio.
Il rapporto con Bowie e il contributo ai dischi fondamentali
Tra il 1970 e il 1973 Mick Ronson diventa essenziale nella costruzione della cosiddetta “età classica” di Bowie.
Suona in “The Man Who Sold the World”, “Hunky Dory”, “The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars” e “Aladdin Sane”. Ma soprattutto contribuisce a definire il suono di quei lavori.
Il rapporto con Bowie fu creativo, intenso e inevitabilmente complicato.
Ronson aveva un carattere più schivo e operaio rispetto all’ambizione quasi teatrale di Bowie. Ma proprio questa differenza generava equilibrio.
Roger Taylor dei Queen ricordò una frase di Bowie molto significativa: “Quando trovai Mick Ronson, trovai il mio Jeff Beck”.
Ronson non si limitò ai dischi di Bowie. Fu determinante anche nella produzione di “Transformer” di Lou Reed, dove lavorò sugli arrangiamenti di “Perfect Day” e “Satellite of Love”.
Lou Reed stesso dichiarò: “Ronson era un chitarrista incredibile. Un grande produttore e arrangiatore”.
Con il passare del tempo, però, il rapporto con Bowie si incrinò. Bowie stava cambiando pelle ancora una volta, come avrebbe fatto continuamente durante tutta la carriera. Lo scioglimento degli Spiders From Mars nel 1973 segnò la fine di quell’equilibrio artistico.
Ma il punto centrale resta questo: senza Mick Ronson, il Bowie dei primi anni Settanta avrebbe avuto un suono completamente diverso.
La carriera dopo Bowie e il culto di “Slaughter on 10th Avenue”
Dopo l’esperienza con Bowie, Ronson costruisce una carriera ricchissima ma spesso sottovalutata.
Collabora con Bob Dylan durante il Rolling Thunder Revue, lavora con Ian Hunter, Morrissey, Lou Reed, Van Morrison e molti altri. Diventa uno dei musicisti più rispettati dell’ambiente rock inglese e americano.
Nel 1974 pubblica il suo primo album solista, “Slaughter on 10th Avenue”, disco che ancora oggi rappresenta probabilmente il manifesto più completo della sua identità musicale.
Dentro quel lavoro convivono hard rock, glam, arrangiamenti orchestrali, soul e una continua tensione elettrica.
Ed è proprio lì che compare uno degli episodi più sorprendenti della sua carriera: Music Is Lethal.
“Music Is Lethal”, Lucio Battisti e il ponte tra rock inglese e musica italiana
Uno degli aspetti meno raccontati della carriera di Mick Ronson riguarda il suo rapporto con la musica italiana. E non si tratta di una curiosità marginale.
Negli anni Settanta Ronson sviluppò un interesse autentico per alcuni autori italiani, soprattutto per la scrittura melodica e armonica di Lucio Battisti. In un ambiente rock inglese spesso chiuso dentro schemi blues o hard rock, quella fascinazione era abbastanza insolita.
“Music Is Lethal” resta il documento più evidente di questa passione.
Il brano nasce dalla trasformazione in lingua inglese di “Io vorrei… non vorrei… ma, se vuoi”, uno dei pezzi più sofisticati del repertorio Battisti-Mogol.
David Bowie scrisse il testo inglese mentre Ronson rielaborò completamente l’impianto musicale.
Il risultato è sorprendente perché non si limita a “tradurre” Battisti nel linguaggio glam rock.
Ronson rallenta alcune dinamiche emotive del pezzo originale, rende le chitarre più dense e drammatiche, costruisce un’atmosfera quasi crepuscolare. Dove Battisti giocava su una malinconia elegante e mobile, Ronson introduce peso sonoro, tensione e oscurità.
È un dettaglio importante perché dimostra quanto fosse sofisticata la sua sensibilità musicale.
Molti chitarristi rock britannici dell’epoca guardavano quasi esclusivamente agli Stati Uniti: blues di Chicago, rock’n’roll, soul, rhythm and blues. Ronson invece mostrava curiosità per strutture melodiche più europee, più sentimentali e armonicamente complesse.
Ma Battisti non fu l’unico nome italiano ad attirare la sua attenzione.
Ronson apprezzava anche Claudio Baglioni, soprattutto per la costruzione melodica e per un certo gusto orchestrale che sentiva vicino alla propria idea di arrangiamento. È un elemento che racconta molto del suo approccio musicale.
Dietro l’immagine del chitarrista duro, aggressivo e rumoroso, esisteva infatti un musicista con una forte cultura armonica.
Non bisogna dimenticare che Ronson aveva studiato musica da ragazzo e suonava anche il pianoforte e il violino. Gli arrangiamenti orchestrali di “Life on Mars?”, “Starman” o “Rock ’n’ Roll Suicide” non nascevano casualmente.
La sua attrazione verso Battisti e Baglioni derivava probabilmente proprio da questo: canzoni costruite su melodie forti, movimenti armonici meno scontati rispetto al rock anglosassone standard e una componente emotiva molto pronunciata.
In un certo senso, Ronson riusciva a unire due mondi apparentemente lontani. Da una parte il suono abrasivo della chitarra inglese dei primi Settanta. Dall’altra una sensibilità melodica quasi mediterranea.
Ed è probabilmente questo a rendere ancora oggi così particolare il suo stile.
La cosa più interessante è che Ronson non trattò mai la musica italiana come un elemento esotico o “colto”. La considerava semplicemente grande scrittura pop.
E forse è anche per questo che “Music Is Lethal” funziona ancora oggi: non suona come un omaggio intellettuale, ma come una reinterpretazione sinceramente innamorata di quella melodia.
Ed è forse proprio per questo che il suo stile continua a sembrare moderno ancora oggi.
In un’epoca piena di chitarristi tecnicamente impeccabili, Ronson aveva qualcosa di più raro: personalità sonora immediatamente riconoscibile.