History

L’anima soul del punk e dell’hard rock

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Author image Gianluigi Riccardo

10 luglio 2026 alle ore 15:07, agg. alle 15:30

Cinque cover mostrano che dietro tamburelli e armonie vocali c’erano già la velocità, l’impatto e la furia poi esplosi nel rock.

Il 10 luglio 1963 usciva per la Gordy, etichetta della galassia Motown, “(Love Is Like a) Heat Wave” di Martha and the Vandellas. Scritta da Holland–Dozier–Holland, sarebbe diventata il primo numero uno R&B del gruppo e uno dei modelli fondamentali del cosiddetto Motown Sound.

Riascoltata oggi, non sembra affatto un brano “leggero” nel senso debole del termine. È breve, incalzante, quasi sovraeccitato: batteria e tamburello spingono continuamente in avanti, i cori rispondono alla voce principale e Martha Reeves canta il desiderio come una condizione fisica, qualcosa che provoca febbre, perdita di controllo, combustione.

È proprio questa energia a spiegare perché “Heat Wave” potesse diventare un brano dei Jam senza dover essere snaturata.

La versione registrata dal gruppo chiude "Setting Sons" del 1979; esistono inoltre incandescenti esecuzioni dal vivo, fra cui quella documentata al Brighton Centre nello stesso anno. I Jam accelerano il tempo, irrigidiscono la chitarra e trasformano il canto in un assalto collettivo, ma la struttura fondamentale rimane quella dell’originale: una macchina ritmica compatta costruita per produrre eccitazione.

La loro cover non rappresenta quindi un incontro occasionale tra generi lontani. Rivela piuttosto una parentela che il rock ha spesso cercato di dimenticare.


La violenza nascosta del formato pop

Il soul e il rhythm and blues degli anni Sessanta, compreso quello dei gruppi vocali femminili, hanno consegnato al punk e all’hard rock almeno cinque elementi fondamentali.

Il primo è la concisione. Molti singoli Motown, Stax e delle girl group duravano due o tre minuti. Entravano rapidamente nel ritornello, eliminavano ogni passaggio superfluo e concentravano tutta l’energia in un numero ridotto di accordi. È già, in buona parte, l’economia formale del punk.

Il secondo è il ritmo come forza fisica. Tamburelli, battiti di mani, pianoforti percossi, bassi melodici e rullanti molto presenti producevano un suono più duro di quanto suggeriscano le successive classificazioni da “oldies”. La distorsione delle chitarre non era ancora centrale, ma lo era l’impatto.

Il terzo è la ripetizione. Titoli, frasi e cellule ritmiche vengono ripetuti fino a diventare slogan. Il procedimento che nel soul crea trance e desiderio, nel punk diventerà insistenza, provocazione e appartenenza collettiva.

Il quarto è il rapporto fra voce solista e gruppo. Il call and response proveniente dal gospel passa dai cori Motown ai ritornelli gridati da una band e dal suo pubblico. Molti inni punk funzionano come una versione elettrificata e secolarizzata di quella stessa dinamica comunitaria.

Il quinto è l’estremismo emotivo. Nelle canzoni delle Ronettes, delle Shangri-Las, delle Supremes o delle Vandellas non esistono quasi mai sentimenti moderati. Si ama fino alla febbre, si aspetta fino alla disperazione, si viene abbandonati, traditi o travolti. Sotto l’eleganza delle orchestrazioni c’è spesso un mondo adolescenziale assoluto e catastrofico, non molto distante dall’immaginario punk.

Non è dunque sorprendente che gruppi apparentemente furiosi abbiano riconosciuto in quel repertorio qualcosa di proprio.

Cinque cover per seguire la trasformazione

1. The Jam – “Heat Wave”

Originale: Martha and the Vandellas, 1963
Cover: The Jam, 1979

I Jam non riscrivono davvero il brano: ne mettono in evidenza lo scheletro. La batteria diventa più secca, il basso più impetuoso, la chitarra introduce una ruvidità quasi da rissa, ma l’energia era già contenuta nella composizione di Holland–Dozier–Holland.

La scelta ha anche un significato culturale. La scena mod britannica aveva costruito una parte importante della propria identità sul soul americano - sul Tamigi diventato 'Northern soul' -  sulla Motown e sui singoli R&B.

Per Paul Weller, recuperare “Heat Wave” significava ricordare che il punk-mod dei Jam non nasceva esclusivamente dal rock chitarristico, ma anche dalle piste da ballo e dalla cultura dei 45 giri esplosa in club iconici come il Casino di Wigan o il Twisted Wheel.

Nelle versioni dal vivo la canzone diventa esplosiva perché viene meno l’ultima separazione fra concerto rock e festa soul: il ritornello non è più semplicemente cantato, ma lanciato contro il pubblico.


2. The Slits – “I Heard It Through the Grapevine”

Prime incisioni Motown: Gladys Knight and the Pips e Marvin Gaye
Cover: The Slits, 1979

Inserita in Cut, la versione delle Slits non si limita ad aumentare il volume. Smonta completamente il pezzo, trasformandolo in un intreccio irregolare di basso, chitarra, dub e percussioni. La pubblicazione è del 1979.

La tensione dell’originale — gelosia, sospetto, informazione che passa clandestinamente di bocca in bocca — viene trasformata in paranoia post-punk. Ari Up non cerca la levigatezza di una cantante soul tradizionale: spezza le parole, le ripete, le rende quasi infantili e minacciose.

È un esempio decisivo perché mostra che l’influenza dell’R&B sul punk non passa necessariamente attraverso l’imitazione. Le Slits conservano il principio essenziale del brano, cioè un groove ossessivo che sostiene un’emozione incontrollabile, ma ne cambiano interamente il linguaggio.


3. Motörhead – “Leaving Here”

Originale: Eddie Holland, 1963
Cover: Motörhead, registrata negli anni Settanta

“Leaving Here” fu pubblicata da Eddie Holland nel dicembre 1963 ed era firmata dal trio Holland–Dozier–Holland.I Motörhead ne fecerp uno dei propri primi cavalli di battaglia, ispirandosi anche alla precedente versione dei Birds.

Qui il passaggio al suono pesante è particolarmente rivelatore. I Motörhead aumentano drasticamente velocità, volume e saturazione, ma non deve modificare la logica del pezzo. Il riff vocale era già perentorio, la pulsazione già orientata in avanti, il testo già costruito come un avvertimento rivolto direttamente agli uomini della città.

La cover dimostra quanto la distanza fra un singolo Motown e ciò che sarebbe diventato punk-metal possa essere più timbrica che strutturale. Cambiano gli amplificatori; rimangono l’urgenza, la ripetizione e la necessità di arrivare immediatamente al punto.


4. Van Halen – “Dancing in the Street”

Originale: Martha and the Vandellas, 1964
Cover: Van Halen, 1982

La versione dei Van Halen compare in Diver Down e fu pubblicata anche come singolo nel 1982.

Qui la trasformazione avviene attraverso la spettacolarizzazione. Il battito collettivo della Motown viene ricreato con sintetizzatori, chitarre enormi e la teatralità di David Lee Roth. La festa urbana dell’originale diventa una sorta di carnevale hard rock.

Eppure “Dancing in the Street” aveva già qualcosa dell’inno da arena: un invito collettivo, una geografia di città chiamate una dopo l’altra e un ritornello pensato per essere cantato da una folla. Martha Reeves aveva interpretato la canzone con un’energia quasi da esecuzione dal vivo, trasformando una prima idea più morbida in una chiamata pubblica alla danza.

I Van Halen non fanno altro che trasferire quell’idea dalla strada allo stadio, stravolgendola sia rispetto all'originale che rispetto alla più celebre versione pubblicata da Bowie e Mick Jagger.


5. Red Hot Chili Peppers – “Higher Ground”

Originale: Stevie Wonder, 1973
Cover: Red Hot Chili Peppers, 1989

Pubblicata come primo singolo tratto da Mother’s Milk, la versione dei Red Hot Chili Peppers trasforma “Higher Ground” in uno dei manifesti del nascente funk metal. Il sintetizzatore pulsante dell’originale viene tradotto nel basso slap di Flea, mentre la chitarra di John Frusciante e la batteria di Chad Smith accentuano la componente più dura e fisica del brano.

Anche in questo caso, tuttavia, la violenza della cover non viene applicata dall’esterno. È già contenuta nella registrazione di Stevie Wonder: nella linea ritmica circolare, nella ripetizione quasi ipnotica e in un canto che procede come una predicazione febbrile. I Red Hot Chili Peppers non fanno che trasferire quella tensione da un linguaggio funk costruito intorno al clavinet a uno dominato da basso elettrico, chitarra distorta e impatto da concerto rock.

La cover permette inoltre di allargare il discorso oltre la Motown degli anni Sessanta e oltre le sole formazioni vocali femminili. Mostra come la grammatica elaborata dal soul e dal funk — groove, sincopi, ripetizione, call and response e centralità del basso — abbia contribuito direttamente alla nascita di forme di rock molto più aggressive.

Più che rendere “pesante” Stevie Wonder, i Red Hot Chili Peppers rivelano quanto “Higher Ground” fosse già, nella sua struttura, un brano durissimo.



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