"Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me", l'equilibrio instabile dei Cure
25 maggio 2026 alle ore 19:29, agg. alle 19:47
“Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me”, il doppio album che segna la fase in cui i Cure si aprono al successo globale e ad un mondo di suoni
Quando esce nel maggio del 1987, "Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me" rappresenta per i Cure un passaggio cruciale, una vera e propria dichiarazione di espansione dei propri confini.
È il settimo album in studio della band, il primo doppio della loro carriera, e arriva dopo una fase di crescita costante iniziata con "The Head on the Door" (1985).
In quel momento, Robert Smith ha già consolidato il suo ruolo di centro decisionale assoluto del progetto, ma la direzione musicale si apre in modo più evidente a contributi esterni e dinamiche collettive.
Il contesto è quello di una band che ha appena guadagnato una forte esposizione internazionale, soprattutto negli Stati Uniti, e che si trova a gestire una transizione: da culto post-punk britannico a formazione capace di incidere nel mercato pop alternativo globale.
La fase preparatoria dell’album segna un cambio di metodo. Smith chiede ai membri del gruppo di portare idee autonome, registrando cassette con materiale embrionale che viene poi selezionato collettivamente. Una dinamica non del tutto democratica, ma più aperta rispetto al passato.
La fase centrale del disco si svolge tra Francia e altre sessioni di mixaggio tra Bahamas e Belgio, con il cuore operativo negli studi Miraval, nel sud della Francia.
Il contesto è determinante: isolamento, tempi dilatati e una certa distanza dalla pressione dell’industria britannica. Le registrazioni si estendono tra agosto 1986 e gennaio 1987, con un approccio che privilegia la spontaneità.
Robert Smith ha descritto quel periodo come un processo rapido e poco mediato dalla post-produzione: le canzoni venivano spesso completate in modo diretto, senza sovrastrutture eccessive, con un approccio quasi istintivo alla composizione. La logica non è quella della perfezione tecnica, ma della resa emotiva immediata.
La band si trovava in una insolita fase di forte coesione operativa, ma anche di tensioni latenti tipiche dei progetti che vanno avanti per le lunghe, dando il tempo alle frizioni di sedimentare. La scelta di trasformare il materiale in un doppio album nasce proprio dall’abbondanza di idee e dalla difficoltà di riduzione. Il risultato è un lavoro che non punta alla coerenza stilistica, ma alla moltiplicazione dei linguaggi: pop, rock, venature funk, psichedelia e derive più oscure convivono senza una sintesi definitiva.
L’identità frammentata dei Cure
"Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me" è costruito come un catalogo di possibilità più che come un concept. L’apertura con “The Kiss” imposta subito un tono più aggressivo rispetto al passato recente: chitarre in primo piano, dinamica tesa, e una scrittura meno rarefatta rispetto alle atmosfere di "Pornography" o "Faith". È una dichiarazione di discontinuità.
Il primo grande snodo commerciale arriva con “Why Can’t I Be You?”, brano esplicitamente pop, costruito su una struttura ritmica energica e su un’estetica quasi caricaturale. È uno dei punti più discussi dell’album: da una parte la sua accessibilità lo rende un successo radiofonico, dall’altra introduce un elemento di frizione con l’immagine dark della band.
“Just Like Heaven” rappresenta invece il momento di equilibrio più riuscito tra scrittura pop e identità Cure. Il brano si basa su una progressione melodica essenziale ma altamente riconoscibile, ed è spesso indicato dalla critica come uno dei vertici compositivi della carriera di Smith. La sua costruzione è lineare, ma estremamente efficace nella gestione dinamica.
Sul versante opposto, brani come “If Only Tonight We Could Sleep” o “The Snakepit” riportano il gruppo verso territori più ipnotici e dilatati. Qui emerge la volontà di non abbandonare del tutto la dimensione atmosferica, mantenendo un legame con la fase più oscura della produzione precedente.
Un caso a parte è “Hot Hot Hot!!!”, che ha spesso diviso critica e pubblico per la sua impostazione quasi ironica, con influenze funk e arrangiamenti volutamente eccentrici. Anche “A Thousand Hours” e “The Perfect Girl” mostrano invece una scrittura più controllata, vicina a una forma pop minimale ma strutturata.
Dispersivo ma rappresentativo dei nuovi Cure
Dal punto di vista discografico, "Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me" occupa una posizione fondamentale. Non è l’album più compatto dei The Cure, e probabilmente nemmeno il più unitario, ma è quello che mostra con maggiore evidenza la loro capacità di allargare il perimetro sonoro senza perdere identità. La scelta del doppio album nasce proprio da questa abbondanza di materiale: Robert Smith e il gruppo decidono di non ridurre, di non sintetizzare artificialmente. Il risultato è un lavoro volutamente dispersivo, ma anche estremamente rappresentativo della natura dei Cure nella seconda metà degli anni Ottanta.
È qui che la band smette definitivamente di essere soltanto un riferimento del post-punk britannico e diventa un nome trasversale. L’album consolida la crescita commerciale iniziata con The Head on the Door e spalanca ai Cure il mercato americano.
Negli Stati Uniti, il disco entra nella Top 40 di Billboard e soprattutto beneficia in modo decisivo della rotazione televisiva su MTV. In particolare, i video di “Why Can’t I Be You?”, “Just Like Heaven” e “Hot Hot Hot!!!” trasformano l’immagine della band: non più soltanto figure cupe e introspettive, ma una formazione capace di giocare con ironia, teatralità e cultura pop senza perdere credibilità artistica.
Anche visivamente, Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me rappresenta un cambio di passo. I video abbandonano in parte l’estetica austera e minimale del primo periodo per introdurre elementi più colorati, quasi surreali. In “Why Can’t I Be You?” Robert Smith compare in travestimenti grotteschi e volutamente caricaturali, mentre “Just Like Heaven” costruisce una dimensione più romantica e sospesa, perfettamente coerente con il tono del brano. È una trasformazione importante perché amplia il linguaggio dei Cure senza spezzarne la continuità: la malinconia resta centrale, ma viene espressa attraverso codici più accessibili.
Sul piano interno, il disco fotografa probabilmente la versione più equilibrata della formazione classica dei Cure: Robert Smith, Simon Gallup, Porl Thompson, Boris Williams e Lol Tolhurst.
Il disco ha però generato anche reazioni contrastanti. Una parte della critica britannica dell’epoca accusò i Cure di eccessiva dispersione e di un avvicinamento troppo esplicito al pop. Con il tempo, però, la percezione dell’album è cambiata radicalmente. Oggi viene spesso considerato uno dei lavori più rappresentativi del gruppo proprio per la sua natura irregolare e multiforme.
Per qualcuno è come una sorta di “enciclopedia” dei Cure: dentro ci sono la tensione oscura di Pornography, il pop obliquo di The Head on the Door, le derive psichedeliche di The Top e perfino elementi funk o jazz che il gruppo non svilupperà mai più in modo così esplicito. Alcuni ascoltatori lo definiscono addirittura il “White Album” dei Cure per la quantità di direzioni stilistiche contenute nello stesso lavoro.