Jimmy Page prima dei Led Zeppelin: il session man nascosto nei dischi di Who, Kinks, Bowie e Stones
31 agosto 2026 alle ore 14:23, agg. alle 14:49
Prima degli Yardbirds, Jimmy Page era tra i turnisti più richiesti di Londra: una palestra decisiva per il suono e il metodo dei Led Zeppelin.
Prima di diventare il chitarrista dei Led Zeppelin e uno dei principali architetti dell’hard rock, Jimmy Page aveva già partecipato a centinaia di registrazioni.
Tra il 1962 e il 1966 fu uno dei turnisti più richiesti del circuito londinese, chiamato per aggiungere una chitarra, rinforzare una band, improvvisare un arrangiamento o garantire che una sessione costosa venisse completata senza errori.
È una parte della sua carriera spesso ridotta a una lista di curiosità, ma fondamentale per capire il musicista, il produttore e il leader che sarebbe diventato. Page imparò a lavorare velocemente, attraversò pop, blues, folk, colonne sonore e musica orchestrale, osservando ogni passaggio della registrazione. Incontrò inoltre artisti e musicisti con cui avrebbe nuovamente incrociato il proprio percorso, a partire da John Paul Jones.
Jimmy Page, da “Diamonds” agli studi londinesi
Page aveva cominciato a suonare da adolescente, partecipando alla stagione dello skiffle e apparendo già nel 1957 nel programma televisivo della BBC All Your Own. Dopo l’esperienza dal vivo con Neil Christian & The Crusaders, interrotta anche a causa della mononucleosi, si iscrisse al Sutton Art College. La musica, però, tornò rapidamente al centro.
Le frequentazioni al Marquee e i contatti costruiti nella scena rhythm and blues londinese gli aprirono le porte degli studi. Il produttore e arrangiatore Mike Leander gli offrì lavoro regolare per la Decca. Una delle prime registrazioni fu “Diamonds” di Jet Harris e Tony Meehan, pubblicata nel 1963 e arrivata al numero uno britannico: Page suonava la chitarra ritmica acustica e al basso figurava già il futuro compagno John Paul Jones.
Per distinguerlo da Big Jim Sullivan, riferimento assoluto dei turnisti inglesi, Page diventò “Little Jim”. Arrivò a sostenere tre sessioni al giorno per sei giorni alla settimana. Non era un lettore impeccabile, ma possedeva versatilità, memoria, senso dell’arrangiamento e capacità d’improvvisazione. “Lo trovavo esaltante: entravo e portavo qualcosa alla sessione”, ha ricordato descrivendo un ambiente nel quale un errore poteva produrre straordinari per un’intera orchestra e cancellare future chiamate.
La sua chitarra comparve così in “As Tears Go By” di Marianne Faithfull, “Tobacco Road” dei Nashville Teens, “Downtown” di Petula Clark e “Here Comes The Night” dei Them di Van Morrison. Suonò anche nella prima versione di “Heart Of Stone” dei Rolling Stones, poi pubblicata in Metamorphosis, anche se l’attribuzione di alcune parti resta discussa, come spesso accade per sessioni scarsamente documentate.
Who, Kinks e “Goldfinger”: tra crediti reali e leggende
Shel Talmy comprese presto l’utilità di Page e lo impiegò per rinforzare diverse produzioni. Con i Kinks suonò certamente in “I’m A Lover Not A Fighter” e “I’ve Been Driving On Bald Mountain”. Non eseguì però il celebre assolo di “You Really Got Me”, opera di Dave Davies, e lo stesso Page ha sempre respinto quella leggenda.
Davies ha recentemente smentito anche la presenza del turnista in “All Day And All Of The Night”.
Più precisa è la ricostruzione di “I Can’t Explain” degli Who. Talmy lo portò in studio come secondo chitarrista: Page sostenne il riff sotto la parte dominante di Pete Townshend e usò la fuzz guitar sul lato B, “Bald Headed Woman”. “Pete suonò magnificamente”, avrebbe ricordato, chiarendo definitivamente chi guidasse il brano.
Nel 1964 Page e John Paul Jones parteciparono anche alle sessioni orchestrali di “Goldfinger” di Shirley Bassey, sotto la direzione di John Barry. Page si trovava in prima fila e assistette alla prova fisica della cantante, che al termine della lunga nota conclusiva rimase senza fiato e cadde a terra. Al di là dell’aneddoto, lavorare dentro un’orchestra completa significava imparare spazi, dinamiche e disciplina sonora.
Le sessioni con Bowie e il metodo che portò nei Led Zeppelin
Il 15 gennaio 1965 Talmy convocò Page per registrare con i Manish Boys di Davie Jones, non ancora David Bowie. Il chitarrista portò un nuovo fuzz box e suonò in “I Pity The Fool” e “Take My Tip”, prima composizione di Bowie pubblicata su disco. Durante l’incontro gli mostrò anche un riff che Bowie avrebbe recuperato in “The Supermen” e, molti anni dopo, in “Dead Man Walking”.
Al di là delle collaborazioni con futuri grandi nomi del panorama, il lavoro da session man di Page lo portò a realizzare la sua personale creatura. Lui e John Paul Jones continuarono a incontrarsi, da “Sunshine Superman” di Donovan a “Beck’s Bolero”.
Jones ricordava Page soprattutto con l’acustica, impegnato a costruire ritmiche mentre Big Jim Sullivan affrontava le parti scritte più complesse. Proprio quella conoscenza professionale rese naturale il suo ingresso nei futuri Led Zeppelin.
Page osservava tecnici, microfoni, ambienti e nastri. “Usavo tutto come un apprendistato”, ha spiegato. Da quelle giornate nacquero la disciplina, il gusto per le sovraincisioni, l’eco rovesciata e l’idea di registrare la batteria come uno strumento capace di far respirare una stanza.
E quegli incontri tornarono spesso utili o, almeno, furono una premonizione di ciò che sarebbe stato il futuro, con Page in una posizione decisamente diversa rispetto a quello del ragazzo di talento pronto ad aiutare chi già era pronto al salto o giù di lì.
Dopo la prima “Heart Of Stone”, Page ritrovò gli Stones nel 1974 per “Scarlet”, jam con Keith Richards pubblicata soltanto nel 2020 per la ristampa di "Goats Head Soup". Richards l’ha definita una semplice prova ma “venuta così bene che, con una formazione del genere, dovevamo usarla”.
Prima degli Yardbirds, quindi, Page non stava soltanto accumulando crediti. Stava costruendo il proprio studio ideale, imparando cosa funzionava e soprattutto cosa evitare.
Quando arrivarono i Led Zeppelin, il chitarrista era già pronto a dirigere ogni dettaglio ed entrare per sempre nella storia del rock, sulle sue gambe.