History

Il primo videoclip della storia moderna: Subterranean Homesick Blues di Bob Dylan

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Author image Gianluigi Riccardo

08 maggio 2026 alle ore 15:51, agg. alle 19:14

Nel 1965 Bob Dylan rivoluziona musica e immagine: “Subterranean Homesick Blues” diventa il prototipo del videoclip moderno.

Il 1965 non è soltanto l’anno della svolta elettrica di Bob Dylan, ma anche il momento in cui la musica popolare cambia definitivamente il suo rapporto con l’immagine.

“Subterranean Homesick Blues”, brano d’apertura dell’album "Bringing It All Back Home", diventa il fulcro di un esperimento visivo destinato a fare scuola.

Non si tratta ancora di un videoclip nel senso contemporaneo del termine, ma di un frammento filmato inserito nel documentario "Dont Look Back" di D. A. Pennebaker.

Il risultato è una delle prime forme riconoscibili di promozione musicale audiovisiva moderna.

Il brano stesso è già un punto di rottura. Registrato a New York il 14 gennaio 1965 e pubblicato come singolo dalla Columbia Records, entra nella Top 40 statunitense e nella Top 10 britannica, segnando il primo vero successo pop di Dylan. Musicalmente è un ibrido tra folk, blues e rock elettrico, con un testo rapido, quasi parlato, che anticipa strutture poi associate al rap. Le fonti inglesi sottolineano come il pezzo rappresenti un cambio di paradigma nella scrittura di Dylan, sempre più orientata a immagini frammentate e linguistiche urbane.

L’idea del videoclip: i cartelli, il montaggio e l’assenza di regia tradizionale

Il segmento filmato che accompagna “Subterranean Homesick Blues” nasce da un’idea dello stesso Dylan. Durante le riprese londinesi del tour del 1965, il cantante propone di visualizzare il testo della canzone attraverso cartelli scritti a mano, che vengono mostrati alla camera uno dopo l’altro mentre il brano scorre. L’operazione è minimalista: nessuna scenografia, nessuna recitazione, nessuna struttura narrativa.

I cartelli vengono preparati da Dylan insieme a figure come il poeta Allen Ginsberg, il musicista Bob Neuwirth e altri collaboratori. La scelta del formato non è casuale: il linguaggio è centrale, ma viene spezzato, isolato, ridotto a parole-chiave che scorrono davanti allo spettatore. La cinepresa rimane fissa, mentre Dylan sfoglia i cartelli con un ritmo sincronizzato ma volutamente imperfetto.

Il segmento non era inizialmente concepito come videoclip autonomo, ma come apertura del film documentario Dont Look Back. Solo successivamente diventa un oggetto indipendente, riconosciuto come prototipo del videoclip musicale moderno. Non esiste un set strutturato: la logica è quella del “girato in strada”, coerente con l’estetica documentaria di Pennebaker.


Il luogo delle riprese: l’alley dietro il Savoy Hotel a Londra

Le riprese principali avvengono in un vicolo dietro il Savoy Hotel, in una zona centrale di Londra vicino al Tamigi. Più precisamente, l’area è identificata come Savoy Steps, un passaggio stretto tra edifici che ancora oggi conserva una struttura molto simile a quella degli anni ’60. È uno spazio urbano funzionale, non estetizzato, coerente con il tono del brano.

La scelta della location è coerente con il linguaggio del pezzo: “Subterranean Homesick Blues” parla di alienazione urbana, di caos informativo, di frammentazione sociale. Il vicolo londinese diventa quindi un’estensione visiva del testo. Sullo sfondo compaiono spesso Ginsberg e Neuwirth, quasi come presenze casuali, elementi di contesto più che attori.

Vennero realizzate versioni alternative della stessa idea: una ripresa in un giardino pubblico vicino al Savoy e un’altra su un tetto non identificato. Tuttavia, è il vicolo a diventare iconico, anche perché utilizzato nella sequenza finale del documentario.

Il contesto culturale e l’impatto: nascita inconsapevole del videoclip

Il progetto nasce all’interno di Dont Look Back, film che documenta il tour inglese di Dylan nel 1965. Pennebaker costruisce un’opera di cinema diretto, basata sull’osservazione non mediata. In questo contesto, il segmento dei cartelli assume una funzione quasi sperimentale: un’interruzione del flusso documentaristico che introduce un linguaggio nuovo.

Non è un caso che la critica contemporanea abbia identificato questo momento come una delle prime forme di videoclip promozionale della storia. Il principio è semplice ma rivoluzionario: la canzone non viene interpretata, viene “mostrata”. Il testo diventa immagine, la parola diventa ritmo visivo.

La struttura a cartelli è stata ripresa, parodiata e reinterpretata da numerosi artisti, tra cui INXS negli anni ’80 e varie produzioni televisive e pubblicitarie. Anche piattaforme digitali moderne hanno utilizzato la stessa logica di sincronizzazione tra testo e interfaccia visiva.

Le riprese principali avvengono in un vicolo dietro il Savoy Hotel, in una zona centrale di Londra vicino al Tamigi. Più precisamente, l’area è identificata come Savoy Steps, un passaggio stretto tra edifici che ancora oggi conserva una struttura molto simile a quella degli anni ’60. È uno spazio urbano funzionale, non estetizzato, coerente con il tono del brano.

Oltre al valore storico, il segmento girato da Pennebaker segna un punto di svolta nella comunicazione musicale. La canzone di Dylan non è più soltanto un prodotto audio, ma un sistema semiotico complesso che integra parola, immagine e contesto urbano.



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