Il figlio di Chris Martin e Gwyneth Paltrow al debutto discografico
13 gennaio 2026 alle ore 10:44, agg. alle 11:56
Moses Martin, 19enne figlio del cantante dei Coldplay e dell'attrice, ha firmato con Interscope per pubblicare il debut con la band People I've Met
Moses Martin, 19 anni, figlio del frontman dei Coldplay Chris Martin e dell’attrice Gwyneth Paltrow, ha lanciato ufficialmente la sua carriera musicale con il gruppo People I’ve Met, pubblicando il loro primo singolo “Promise” su Interscope Records.
Il brano, annunciato dallo stesso Moses sui social con parole di orgoglio e gratitudine verso i compagni di band e il produttore, segna il primo passo professionale del giovane artista verso la scena alt-rock internazionale.
Il progetto People I’ve Met – formato da Moses insieme ad Andrew Suster e Orlando Wiltshire – punta a un sound più oscuro e psichedelico rispetto alle sonorità pop-rock più solari della band del padre, pur mostrando alcune influenze stilistiche riconoscibili.
La scelta di un’etichetta di primo piano come Interscope, che ha in catalogo artisti di calibro globale, evidenzia come il debutto sia stato accompagnato da un sostegno industriale significativo.
La carriera di Moses Martin prima dei People I've Met
La carriera di Moses non nasce dal nulla: già in passato ha contribuito come voce e autore ad alcuni brani dei Coldplay, tra cui “All My Love”, “Orphans” e “The Astronaut”, oltre ad aver cantato con la band sul palco del Glastonbury Festival quando era ancora adolescente.
È stato confermato che Moses ha cantato voci di sottofondo nel coro di "Humankind", uno dei brani inclusi nell’ultimo album Music Of The Spheres dei Coldplay.
Moses (all’epoca bambino) salì insieme alla sorella Apple sul palco durante la performance dei Coldplay al Glastonbury Festival del 26 giugno 2016. I due figli furono accolti con entusiasmo dal pubblico, cantando con Chris Martin verso la fine dello show
Il debutto con People I’ve Met rappresenta però il primo progetto completamente originale e autonomo, un banco di prova importante per dimostrare che il giovane talento possa affermarsi oltre l’ombra ingombrante dei genitori.
Dal punto di vista del mercato, l’ingresso di Moses Martin nel circuito discografico evidenzia una tendenza sempre più radicata: i figli di artisti affermati non solo ereditano competenze artistiche, ma spesso ottengono un trampolino di lancio che può facilitare l’accesso alle risorse e alle reti del settore.
Tuttavia, ciò non garantisce automaticamente un successo duraturo: la sfida principale resta la costruzione di un’identità artistica riconoscibile e di un pubblico proprio.
Tra eredità e identità: i figli d’arte nel rock e pop/rock
Nel panorama musicale contemporaneo sono numerosi i casi di figli d’arte che cercano di costruirsi una carriera indipendente, con risultati e percorsi molto diversi tra loro.
Un esempio di successo piuttosto consolidato è quello di Elijah Hewson, frontman della band irlandese Inhaler e figlio di Bono degli U2. Formatosi con i compagni di scuola a Dublino, Inhaler ha pubblicato il suo album di debutto It Won’t Always Be Like This nel 2021, raggiungendo la vetta delle classifiche nel Regno Unito e affermando il gruppo come una delle realtà rock emergenti più ascoltate. Il percorso di Elijah, pur favorito dalla notorietà familiare, ha richiesto anni di tour e sviluppo di una proposta propria, dimostrando come il cognome possa aprire porte ma non sostituire il lavoro sul campo.
Un’altra traiettoria interessante è quella di Eliot Sumner, figlia del musicista Sting. Sumner iniziò la sua carriera musicale da adolescente con il progetto I Blame Coco, firmando un contratto discografico con Island Records già a 17 anni e pubblicando album e tour negli anni successivi. La sua esperienza illustra la doppia sfida dei figli d’arte: sfruttare l’accesso alle risorse creative e industriali, ma allo stesso tempo definire uno stile musicale e un’identità artistica che non siano percepiti semplici riflessi del genitore.
Situazioni analoghe si vedono anche nell’ambito rock e metal: i figli di Lars Ulrich dei Metallica, Myles e Layne, hanno formato la band Taipei Houston, pubblicando il loro primo singolo e iniziando a calcare palchi dal vivo con un approccio garage rock alternativo, distinto dal thrash metal del padre. In contesti simili, il mantenimento dell’eredità artistica di famiglia rappresenta spesso più un punto di partenza che un destino già scritto.
Parallelamente, nei sottogeneri più estremi come il metalcore, figlie e figli di musicisti affermati – ad esempio Griffin Dickinson (figlio del cantante Bruce Dickinson degli Iron Maiden) o altri nomi citati nei gruppi underground – dimostrano come anche in nicchie più specializzate esista un network di connessioni familiari, pur con esiti artistici molto variabili.
Questi esempi indicano che il “peso del cognome” nel mondo musicale può risultare sia un vantaggio competitivo, sia un limite da superare: la notorietà iniziale è spesso bilanciata da aspettative critiche più alte e da confronti diretti con l’opera dei genitori. Per artisti emergenti come Moses Martin, la chiave del successo potrebbe risiedere proprio nella capacità di definire un linguaggio musicale autonomo che risuoni con il pubblico contemporaneo, senza essere percepito unicamente come derivativo.