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I cinque dischi rock unplugged imperdibili

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Author image Gianluigi Riccardo

16 gennaio 2026 alle ore 12:17, agg. alle 12:33

Dal successo di Clapton alla rilettura dei Nirvana: i cinque album unplugged che hanno segnato un passaggio chiave nella storia del rock.

Nel panorama del rock, l’unplugged rappresenta una verifica tecnica e culturale più che una semplice scelta stilistica. Ridurre una canzone alla sua struttura acustica significa esporre la solidità della scrittura, la qualità dell’interpretazione e la credibilità dell’artista al di fuori di qualsiasi supporto sonoro.

Per questo motivo, i dischi unplugged più rilevanti non coincidono necessariamente con i più spettacolari, ma con quelli che hanno inciso in modo duraturo sul linguaggio del rock dal vivo.

A partire dai primi anni Novanta, anche grazie alla diffusione televisiva del format di MTV, l’unplugged diventa un passaggio strategico nelle carriere di molti artisti affermati. In alcuni casi rafforza un’identità già consolidata, in altri la ridimensiona o la rilegge, offrendo al pubblico una prospettiva diversa sul repertorio.

Il valore di questi dischi non risiede soltanto nella qualità delle esecuzioni, ma nella loro capacità di ridefinire il rapporto tra artista e canzone, spostando l’attenzione dall’impatto sonoro alla sostanza compositiva.

Eric Clapton e Nirvana: il formato unplugged tra successo globale e ridefinizione artistica

Eric Clapton – MTV Unplugged (1992) rappresenta il punto di partenza obbligato. È l’album che ha trasformato l’unplugged da format televisivo a prodotto discografico centrale. Clapton rilegge il proprio repertorio in chiave acustica con un approccio misurato e coerente, puntando su blues, ballate e riletture strutturali dei brani più noti.

La nuova versione di Layla diventa il caso emblematico: rallentata, riorganizzata, completamente ripensata.

Tears in Heaven porta nel disco un elemento autobiografico che contribuisce a rafforzarne l’impatto emotivo, ma senza scivolare nell’enfasi. Il successo è immediato e duraturo: vendite elevate, riconoscimenti critici e sei Grammy Award. Dopo questo disco, l’unplugged diventa un passaggio legittimante per artisti affermati.



Di segno opposto ma altrettanto influente è Nirvana – MTV Unplugged in New York (1994). A differenza di Clapton, Kurt Cobain utilizza il formato per sottrazione: elimina i brani più noti, evita qualsiasi approccio celebrativo e costruisce una scaletta basata su canzoni meno esposte e cover poco prevedibili. L’obiettivo non è rafforzare l’immagine della band, ma spostarne la percezione.

L’esecuzione è controllata, spesso fragile, lontana dall’aggressività tipica del grunge elettrico. Le versioni acustiche mettono in evidenza l’impianto melodico e l’influenza folk, fino ad allora marginale nella narrazione dei Nirvana. L’album assume col tempo un valore storico che va oltre il contesto MTV, diventando uno dei live più citati e studiati della musica rock contemporanea.

Alice in Chains e Chris Cornell: l’acustico come verifica estrema

Alice in Chains – MTV Unplugged (1996) è uno dei pochi casi in cui il formato unplugged mantiene un peso sonoro elevato pur rinunciando all’elettricità. Le chitarre acustiche conservano una struttura armonica densa, mentre la voce di Layne Staley resta centrale e dominante.

La scaletta privilegia brani introspettivi e lenti, che nell’esecuzione acustica acquisiscono maggiore evidenza testuale.

Il disco viene spesso citato come esempio di unplugged non conciliatorio: non semplifica il linguaggio della band, né ne attenua le tematiche.

Al contrario, rende più esplicite fragilità e tensioni interne. Per questo è considerato uno dei live più rappresentativi del lato più oscuro del rock anni Novanta.



Più radicale nella forma è Chris Cornell – Songbook (2011). Qui l’unplugged perde qualsiasi dimensione collettiva: Cornell si presenta da solo, con chitarra acustica e voce. Il repertorio attraversa Soundgarden, Audioslave e la carriera solista, dimostrando la tenuta delle canzoni al di fuori dei contesti originali.

L’elemento centrale è la voce, utilizzata con controllo e ampiezza dinamica. Brani nati come hard rock vengono ricondotti a strutture essenziali, mettendo in primo piano melodia e testo.

Songbook è spesso considerato il riferimento per le performance acustiche soliste nel rock moderno, proprio per la sua impostazione rigorosa e priva di mediazioni.

Foo Fighters: l’unplugged come adattamento contemporaneo

Foo Fighters – Skin and Bones (2006) chiude la lista come esempio di unplugged post-classico. Il progetto nasce dalla volontà di riorganizzare un repertorio noto per l’impatto elettrico e adattarlo a contesti teatrali. A differenza degli unplugged anni Novanta, qui l’acustico non è sinonimo di minimalismo.

Gli arrangiamenti includono strumenti non tradizionali per il rock acustico, come violino e fisarmonica, e puntano a una resa più ampia e stratificata. Canzoni come Everlong e Times Like These mantengono riconoscibilità e struttura, ma cambiano dinamica e funzione espressiva.

Dave Grohl emerge come interprete più che come frontman, mentre il progetto dimostra come l’unplugged possa essere utilizzato come strumento di aggiornamento del linguaggio rock, senza rinunciare a una dimensione popolare. Skin and Bones resta uno dei pochi esempi riusciti di adattamento acustico per una band da grande pubblico negli anni Duemila.


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