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Gorillaz, la band mutante: cinque album per capire un’idea che ha cambiato la musica

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Author image Gianluigi Riccardo

25 febbraio 2026 alle ore 11:17, agg. alle 12:13

Nati da una crisi di Damon Albarn, diventati laboratorio globale: viaggio nei capitoli chiave che spiegano identità e mutazione dei Gorillaz.

Nati da una crisi personale e diventati uno dei progetti più innovativi del nuovo millennio, i Gorillaz hanno ridefinito il concetto stesso di band.

Dalla fine del Britpop alla dissoluzione delle sue rivalità simboliche, analizziamo il loro percorso attraverso cinque album fondamentali che ne raccontano evoluzione, visione e identità.

I Gorillaz nascono in un momento di transizione culturale e personale. Alla fine degli anni Novanta il Britpop è già quasi diventato memoria, e Damon Albarn sente che l’identità costruita attorno ai Blur non può più essere l’unico orizzonte possibile.

Nascono ufficialmente nel 1998, ma l’idea prende forma qualche anno prima, in un momento di frattura personale e artistica per Damon Albarn con i Blur già oltre l'apice e la la trasformazione americana dell’omonimo album del 1997.

Qualcosa, all'interno della band, del rapporto con Graham Coxon e anche della vita privata di Damon Albarn si è incrinato, portando l'artista inglese ad un momento di riflessione.

Nascita di una band bidimensionale

C'è stanchezza, un bisogno di disinnescare la macchina mediatica che aveva ridotto Albarn al volto simbolo di una stagione - insieme ai Gallagher - con tutto il seguito di eccessi, droghe, tabloid, riflettori e insicurezze che ne derivavano.

Nel frattempo anche la relazione con Justin Frischmann, frontwoman delle Elastica, volge al termine, la pressione della fama si fa più ingombrante e l’idea stessa di “band tradizionale” comincia a stargli stretta. 

Non c’è un annuncio ufficiale di scioglimento dei Blur, ma c’è un allontanamento progressivo, una pausa che somiglia a un esilio volontario. Albarn cerca una via di fuga dal formato classico della band rock: quattro persone, una dinamica interna fissa, una narrativa ripetuta.

Albarn si rifugia spesso a casa dell’amico Jamie Hewlett,creatore del fumetto Tank Girl. È lì, davanti alla televisione accesa su MTV, che nasce l’intuizione: se la cultura pop è diventata superficiale e bidimensionale, perché non creare una band letteralmente bidimensionale?

Nasce così il concetto di “cartoon band”: quattro personaggi animati – 2D, Murdoc, Noodle e Russel – come alter ego, come filtro, come maschera.

I Gorillaz diventano da subito un progetto transmediale: musica, fumetto, animazione, website interattivi. Una band che non esiste fisicamente ma che suona, pubblica, collabora. Un paradosso che si rivela straordinariamente concreto.



Un progetto mutante e in anticipo sui tempi

Fin dall’inizio i Gorillaz non sono un gruppo nel senso tradizionale. Sono un organismo fluido. Un laboratorio in cui ogni disco ridefinisce il perimetro.

L’idea di “band mutante” si manifesta nella scrittura e nella produzione. Albarn diventa regista più che protagonista: costruisce brani attorno agli ospiti, assorbe linguaggi, mette in dialogo mondi distanti: rock, hip hop alternativo, dub, elettronica, pop britannico, soul, synth wave, abbattendo qualsiasi tipo di recinto.

Fin dal primo disco, il progetto si nutre di contaminazioni e ogni album dà vita ad un ecosistema completamente diverso.

Il risultato è una discografia in cui ogni capitolo suona differente dal precedente, ma conserva un filo rosso: malinconia melodica, groove obliqui, attenzione al dettaglio produttivo.

Dal punto di vista concettuale, i Gorillaz anticipano l’era della playlist globale. Prima che lo streaming rendesse normale l’ascolto ibrido, loro mescolavano generi e provenienze in modo naturale. Non c’è gerarchia tra mainstream e underground, tra cultura alta e bassa.

L’anonimato dei personaggi animati permette alla musica di stare davanti a tutto. L’ego è mascherato, la narrazione è filtrata, l’attenzione si sposta sull’idea. Paradossalmente l'impianto visivo creato dalla mano di Hewlett è fondamentale e catalizzatore del progetto la cui importanza, comunque, resta nella visione complessiva.

Molto prima che si parlasse di avatar digitali e concerti nel metà verso, i Gorillaz costruivano tour con ologrammi e schermi animati, giocando sull’assenza/presenza dei personaggi. La tensione tra reale e virtuale è sempre stata parte integrante del progetto, anticipando dinamiche oggi centrali come l'identità, la narrazione transmediale e la serialità musicale.

Dal punto di vista tematico, la loro discografia è attraversata da una critica sottile alla contemporaneità. "Demon Days" intercetta le paure post-11 settembre, il clima di insicurezza globale. "Plastic Beach" affronta la crisi ambientale attraverso la metafora dell’isola di rifiuti. "Humanz" riflette su un mondo polarizzato e instabile.

Nel tempo il progetto si evolve anche nella forma. "The Now Now" rappresenta il momento più introspettivo, quasi minimalista, con Albarn di nuovo al centro.

"Cracker Island", invece, compatta il suono in una forma più pop e luminosa, dimostrando che la maturità non coincide con la ripetizione.


5 dischi chiave per capire i Gorillaz

Per capire davvero i Gorillaz non basta seguire la cronologia. Serve individuare i momenti chiave, i dischi che hanno segnato una svolta artistica o culturale.

Dai primi esperimenti che hanno frantumato l’eredità britpop, alla consacrazione internazionale, fino al capitolo che ha simbolicamente chiuso la “battaglia” degli anni Novanta con la collaborazione tra Damon Albarn e Noel Gallagher, questi cinque album rappresentano le tappe decisive di una band mutante.

Non necessariamente i più venduti, ma quelli che spiegano meglio come e perché i Gorillaz siano diventati un modello per il pop del XXI secolo.


"Gorillaz" (2001)

Il debutto non è solo un primo capitolo: è una rottura netta con il passato. In un’epoca dominata ancora dall’estetica post-britpop e dal rock alternativo tradizionale, "Gorillaz" introduce un suono ibrido, urbano, volutamente sporco.

Clint Eastwood diventa la sintesi perfetta del progetto: beat minimale, atmosfera dub, spoken rap rilassato e un ritornello malinconico firmato Albarn. È un brano che unisce introspezione e ironia, distacco e immediatezza. 19-2000 mostra il lato più giocoso e pop, mentre tracce come Tomorrow Comes Today evidenziano una vena più cupa e atmosferica.

Il disco si muove tra elettronica lo-fi, hip hop alternativo e melodie brit disilluse.

È un album di fondazione perché stabilisce le regole del gioco: nessun genere dominante, nessuna scena di appartenenza, massima libertà. E soprattutto dimostra che la cartoon band non è un espediente promozionale, ma un progetto artistico credibile.


"Demon Days" (2005)

Se il debutto era una dichiarazione di intenti, "Demon Days" è la consacrazione. Prodotto con una visione più compatta e cinematografica, il disco costruisce un’atmosfera coerente dall’inizio alla fine.

Feel Good Inc. diventa un classico immediato, ma ridurre l’album al suo singolo più celebre sarebbe un errore. C’è una tensione costante tra groove e inquietudine. I cori gospel, le linee di basso profonde, le collaborazioni rap non sono accessori: sono parti di un mosaico che racconta un mondo attraversato da paura e instabilità.

Il contesto è quello del post-11 settembre, delle guerre preventive, di una percezione diffusa di precarietà globale.

"Demon Days" intercetta queste ansie senza trasformarsi in un disco programmatico. Musicalmente riesce in un equilibrio raro: è oscuro ma accessibile, stratificato ma immediato. Per molti resta il vertice creativo dei Gorillaz, il punto in cui visione e canzone coincidono perfettamente.



"Plastic Beach" (2010)

Con "Plastic Beach" i Gorillaz spostano l’asse dalla dimensione urbana a quella globale. Il concept dell’isola artificiale fatta di rifiuti è una metafora chiara della crisi ambientale, ma anche della sovrapproduzione culturale contemporanea.

Il suono si fa più stratificato e ambizioso. Synth luminosi, arrangiamenti complessi, atmosfere quasi orchestrali. L’album è meno immediato rispetto a "Demon Days", ma più visionario. Ogni brano contribuisce a costruire un paesaggio sonoro coerente, sospeso tra eleganza pop e inquietudine futuristica.

È il disco che consolida definitivamente i Gorillaz come progetto artistico totale. Non più esperimento, non più sorpresa: una band capace di costruire un mondo narrativo e musicale complesso senza perdere presa sul pubblico.



"Humanz" (2017)

"Humanz" è il disco del caos. Non cerca compattezza, non insegue l’armonia interna. È costruito come una festa sull’orlo dell’apocalisse. La produzione è fortemente elettronica, contemporanea, quasi club-oriented in alcuni passaggi.

Albarn arretra e lascia spazio agli ospiti. È una scelta coerente con il momento storico: un mondo frammentato, polarizzato, attraversato da tensioni politiche e sociali. L’album arriva nel pieno del clima post-Brexit e intercetta quella sensazione di instabilità collettiva.

Ma il punto simbolico è un altro: la presenza di Noel Gallagher in 'We Got The Power' (con Jhenny Beth).

Per chi ha vissuto la stagione Britpop, è un gesto che vale più di qualsiasi dichiarazione. La rivalità tra Blur e Oasis, uno dei miti mediatici degli anni Novanta, si scioglie in una collaborazione naturale, priva di enfasi.

 C’è semplicemente la constatazione che quella battaglia non ha più senso. "Humanz" diventa così il disco che certifica la morte simbolica della guerra Britpop.

Non è il lavoro più compatto dei Gorillaz, ma è uno dei più importanti dal punto di vista storico e culturale.



"Song Machine, Season One: Strange Timez" (2020)

Più che un album tradizionale, è un progetto seriale. Ogni brano viene pubblicato come episodio autonomo, accompagnato da un video animato che espande l’universo narrativo. È la risposta dei Gorillaz all’era dello streaming e della fruizione frammentata.

Musicalmente è uno dei lavori più vari della loro carriera. Ogni collaborazione apre una direzione diversa, ma l’insieme mantiene una sorprendente coerenza. È la dimostrazione che il formato album può essere ripensato senza perdere profondità.

"Song Machine" conferma che, a oltre vent’anni dalla nascita, i Gorillaz non sono prigionieri della propria mitologia. Possono adattarsi al presente, reinterpretare il concetto di uscita discografica e restare rilevanti senza inseguire il passato.



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