History

Genesis, Invisible Touch: il suono degli anni Ottanta al servizio di grandi canzoni

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Author image Gianni Rojatti

09 giugno 2026 alle ore 13:00, agg. alle 15:05

Tra sintetizzatori, batterie elettroniche e hit da classifica, i Genesis firmano un disco che unisce successo globale e grande songwriting.

La storia di una band che, dopo l'uscita di Peter Gabriel e il tramonto del progressive rock, riuscì a reinventarsi senza perdere identità. Un passaggio delicato che trovò in Invisible Touch il suo compimento.

Pubblicato il 9 giugno 1986, il disco restò per quasi un anno nella Billboard 200 e portò i Genesis a quattro concerti consecutivi sold out allo stadio di Wembley nel 1987, consacrandoli tra i protagonisti assoluti del pop-rock degli anni Ottanta.

Interpreti di un suono diverso

Quando si parla di Invisible Touch (1986), spesso ci si concentra sul suo enorme successo commerciale, sulle hit che hanno dominato le radio e sul fatto che rappresenti il momento di massima popolarità dei Genesis. In realtà il disco è interessante soprattutto perché chiude una delle fasi più controverse e delicate della storia della band. Una fase iniziata nel 1975 con l'uscita di Peter Gabriel. Per molti osservatori Gabriel non era soltanto il cantante dei Genesis, ma il principale interprete della loro dimensione più sofisticata, teatrale e visionaria. Del resto, pochi anni prima, la band aveva pubblicato lavori come Selling England by the Pound (1973), ancora oggi considerato uno dei vertici assoluti del progressive rock. Come se non bastasse, mentre i Genesis cercavano di ricostruire la propria identità, il mondo della musica stava cambiando rapidamente. Il punk, il post punk e soprattutto la new wave avevano imposto un'estetica completamente diversa. Le lunghe suite, gli arrangiamenti elaborati e certe complessità tipiche del progressive apparivano improvvisamente fuori tempo. Allo stesso modo, molti dei suoni che avevano caratterizzato il rock degli anni Settanta lasciavano spazio a sintetizzatori, batterie elettroniche e produzioni sempre più tecnologiche. Spesso si racconta che i Genesis abbiano abbracciato questo cambiamento per necessità, quasi per istinto di sopravvivenza. Eppure la loro storia racconta qualcosa di diverso. Molte band rock dell'epoca adottano quei nuovi linguaggi perché sono di moda. Phil Collins, Tony Banks e Mike Rutherford riescono invece ad assimilarli e a trasformarli in qualcosa di personale. La loro preparazione tecnica, la loro curiosità musicale e la loro capacità compositiva sono tali da permettere loro non soltanto di adattarsi agli anni Ottanta, ma di diventare tra i più efficaci interpreti di quell'estetica pop-rock moderna che avrebbe definito il decennio.


Battaglia tra prog e pop

In questo senso Invisible Touch rappresenta il punto di arrivo di un percorso iniziato anni prima con dischi come Duke (1980) e Abacab (1981). È il momento in cui la trasformazione si compie definitivamente. Ma è anche il disco che manda in crisi una parte del pubblico storico dei Genesis. Per molti sostenitori del progressive quelle sonorità così moderne, quei sintetizzatori, quelle batterie elettroniche e quella maggiore immediatezza melodica rappresentavano un tradimento imperdonabile. Eppure, osservando oggi il disco con un po' di distanza, viene da pensare che il problema non fosse la qualità della musica, ma il pregiudizio verso la sua forma. Quando Collins, Banks e Rutherford iniziano a lavorare a Invisible Touch, tutti e tre stanno vivendo un momento creativo straordinario. Collins arriva dal successo di No Jacket Required (1985) ed è ormai una delle figure centrali della musica pop internazionale. Rutherford sta sviluppando il successo dei Mike + The Mechanics, mentre Banks prosegue la propria attività solista. Non si trovano di fronte perché mancano idee, ma perché ne hanno fin troppe. E questa energia si riflette in un disco che vive di una freschezza e di una naturalezza sorprendenti. Anche nei momenti più accessibili, i Genesis continuano comunque a comportarsi come musicisti cresciuti nel progressive rock. "Tonight, Tonight, Tonight" contiene un lungo sviluppo strumentale che sfida apertamente le convenzioni radiofoniche dell'epoca. "Domino" mantiene una struttura articolata e ambiziosa. "Brazilian" è addirittura un brano strumentale. Sono scelte che una vera macchina pop difficilmente si sarebbe concessa nel 1986. Forse è proprio questo l'aspetto più affascinante di Invisible Touch quarant'anni dopo. Non il fatto che abbia vinto la battaglia tra prog e pop, ma il fatto che l'abbia resa irrilevante, schiacciandola sotto il pezzo di canzoni così belle da oscurare il contesto stilistico e gli arrangiamenti che le ospitavano. Dietro i sintetizzatori, i riverberi e le batterie elettroniche c'erano ancora gli stessi musicisti che avevano contribuito a scrivere alcune delle pagine più importanti del progressive rock. Solo che, nel frattempo, avevano imparato una lingua nuova.


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