Gatto nero, superstizione e rock: cinque rockstar che hanno sfidato la sfortuna
17 agosto 2026 alle ore 17:36, agg. alle 17:48
Il 17 agosto è il Black Cat Appreciation Day: da Ozzy Osbourne a John Lennon, cinque rockstar con superstizioni, amuleti e rituali decisamente particolari.
Il rock ha costruito una parte della propria mitologia sfidando regole, convenzioni e persino il buon senso. Quando si parla di superstizione, però, anche alcune delle rockstar apparentemente più impermeabili alla paura hanno mostrato qualche punto debole. Colori da evitare, numeri capaci di ritornare ossessivamente, date da trascorrere possibilmente senza uscire di casa, amuleti e piccoli rituali da rispettare prima di salire sul palco.
Il 17 agosto si celebra il Black Cat Appreciation Day, ricorrenza nata nel 2011 per contrastare i pregiudizi che continuano a circondare i gatti neri e incoraggiarne anche l’adozione. La giornata viene collegata alla storia di Wayne H. Morris, che la istituì in memoria della sorella e del suo gatto nero Sinbad.
Un’occasione perfetta, quindi, per entrare nella parte più scaramantica della storia del rock. Perché tra Ozzy Osbourne, John Lennon, Keith Richards, Geezer Butler e Jeff Beck c’è chi, davanti alla possibilità di attirarsi la sfortuna, preferiva non correre rischi.
Perché il gatto nero è diventato un simbolo di sfortuna
L’associazione tra gatto nero, stregoneria e cattiva sorte ha radici molto più antiche della cultura pop moderna. In Europa il rapporto tra felini e occulto si rafforzò durante il Medioevo e, già nel XIII secolo, documenti ecclesiastici contribuirono ad associare i gatti alle rappresentazioni del demonio. FOUR PAWS cita in particolare la Vox in Rama promulgata da Papa Gregorio IX nel 1233 come uno dei passaggi storici che contribuirono alla demonizzazione del gatto nero. Nei secoli successivi, con la diffusione delle persecuzioni per stregoneria, anche la vicinanza a un gatto poteva essere interpretata come un elemento sospetto.
Da qui discende anche una delle superstizioni più conosciute: un gatto nero che attraversa la strada porterebbe sfortuna. Una convinzione entrata anche nella tradizione popolare italiana e statunitense, ma tutt’altro che universale. In Gran Bretagna e in Giappone, per esempio, l’animale che attraversa il cammino può essere considerato esattamente il contrario: un presagio positivo. In Scozia l’arrivo di un gatto nero davanti a casa è tradizionalmente associato alla prosperità, mentre nella tradizione marinara britannica e irlandese la sua presenza su una nave poteva addirittura garantire un viaggio sicuro.
Insomma, più che portare fortuna o sfortuna, il gatto nero dimostra quanto la superstizione dipenda da chi guarda. Esattamente come succede nel rock.
Ozzy Osbourne e John Lennon: un colore proibito e l’ossessione per il numero 9
Quando si parla di superstizione e rock, Ozzy Osbourne sembra quasi un candidato troppo facile. Non tanto per l’immaginario dei Black Sabbath, costruito anche attraverso riferimenti all’occulto, quanto per alcune convinzioni personali decisamente meno teatrali.
Nel 2020 Jack Osbourne raccontò a Rolling Stone che suo padre era realmente superstizioso e citò un esempio estremamente concreto: Ozzy non avrebbe mai posseduto un’automobile verde, colore che considerava poco propizio. Jack collegava la convinzione a una vecchia superstizione legata al mondo dei motori e alla generazione della Seconda guerra mondiale. Il verde, del resto, è stato per decenni considerato un colore sfortunato anche in alcune tradizioni dell’automobilismo sportivo.
Molto diverso il rapporto di John Lennon con il numero 9, diventato quasi un filo invisibile attraverso la sua biografia e la sua musica. Lennon era nato il 9 ottobre 1940 e, con il passare degli anni, cominciò a notare quanto quel numero continuasse a presentarsi nella propria vita. La fascinazione si intrecciò poi con il suo interesse per la numerologia.
Musicalmente gli esempi sono evidenti. C’è soprattutto “Revolution 9”, il collage sonoro del White Album costruito anche attorno alla celebre ripetizione di “number nine”, ma anche “#9 Dream”, pubblicata nel 1974. Parlando di “Revolution 9”, Lennon spiegò che inizialmente la presenza del numero era quasi casuale, nata da una registrazione di prova di un tecnico EMI, ma aggiunse: "Il nove si rivelò essere il mio compleanno e il mio numero fortunato".
Quello che era iniziato quasi come uno scherzo diventò così parte della sua mitologia personale. Non necessariamente paura della sfortuna, quindi, ma la convinzione che determinati segni potessero accompagnare l’esistenza con una frequenza troppo insistente per essere ignorata.
Keith Richards, Geezer Butler e Jeff Beck: rituali, amuleti e date da evitare
Per Keith Richards la scaramanzia assume invece una forma molto più concreta: lo shepherd’s pie. Il chitarrista dei Rolling Stones ha trasformato il tradizionale piatto britannico in uno dei rituali backstage più famosi della storia del rock. Non bastava che fosse disponibile prima dello show: la crosta superiore doveva rimanere intatta finché non fosse stato Richards stesso a romperla.
Nella sua autobiografia Life, Keith mise la questione in termini inequivocabili: "Nessuno tocca lo shepherd’s pie finché non ci sono arrivato io. Non rompete la mia crosta". Nel tempo la richiesta è diventata una vera regola da tour. Più che una superstizione dichiaratamente soprannaturale, è il classico rituale che nel mondo dello spettacolo finisce per assumere un valore quasi propiziatorio: se ha funzionato fino a ieri, perché cambiare proprio stasera?
Con Geezer Butler e i Black Sabbath la storia diventa invece molto più vicina al terreno tradizionale di maledizioni e amuleti. Butler ha raccontato che, agli inizi della carriera, un’organizzazione legata alla magia nera avrebbe chiesto ai Sabbath di esibirsi per loro in un cerchio di pietre. Il gruppo rifiutò e venne informato di essere stato maledetto. Poco dopo, secondo Butler, una persona che si presentò come esponente della “magia bianca” contattò il management suggerendo ai musicisti di indossare delle croci come protezione.
I Sabbath decisero di non rischiare. Il padre di Ozzy, che lavorava il metallo, realizzò per i quattro musicisti delle grandi croci metalliche, destinate a diventare parte della loro immagine. Butler, ricordando la storia molti anni dopo, ammise che tutto poteva sembrare assurdo, ma aggiunse semplicemente: "È per questo che abbiamo iniziato a portare le croci".
Probabilmente il caso più sorprendente è però quello di Jeff Beck. Secondo Blow by Blow, recente biografia del chitarrista firmata da Brad Tolinski e Chris Gill, Beck sviluppò un'autentica paura superstiziosa del 2 novembre. La ragione era legata a due incidenti avvenuti nella stessa data.
Da bambino era stato investito mentre andava in bicicletta, riportando una ferita alla testa. Anni dopo, il 2 novembre 1969, Beck rimase coinvolto in un gravissimo incidente automobilistico dopo l’esplosione di uno pneumatico: venne sbalzato dalla vettura e riportò, tra le altre conseguenze, una frattura al cranio. Scoprire che i due episodi erano accaduti nello stesso giorno fu sufficiente. Da quel momento, secondo Tolinski, Beck preferiva trascorrere il 2 novembre senza esporsi a inutili rischi.
Di fronte all’imprevedibilità, anche chi ha trascorso una vita facendo esplodere amplificatori, attraversando tour interminabili e costruendo la propria immagine sull’assenza di paura può scegliere una soluzione estremamente umana: tenersi stretto un numero fortunato, indossare una croce, lasciare intatta una crosta oppure semplicemente restare a casa nel giorno sbagliato.
E se oggi un gatto nero dovesse attraversare la strada? Dipende da dove siete. Potrebbe persino essere un ottimo segno.