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Eric Clapton: 5 dischi che raccontano una chitarra che ha attraversato il rock

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Author image Gianni Rojatti

29 marzo 2026 alle ore 22:09, agg. alle 13:04

5 dischi solisti per raccontare Clapton: bluesman incendiario, songwriter e interprete acustico. Una voce sempre riconoscibile attraverso epoche e stili diversi

Eric Clapton è uno dei pochi chitarristi ad aver incarnato tutte le anime dello strumento: virtuoso, interprete, autore. Senza mai restare fermo, ha attraversato epoche e linguaggi mantenendo una voce sempre riconoscibile.

Questa selezione di cinque album solisti segue la sua evoluzione fuori dal contesto delle band, mostrando come abbia saputo adattarsi ai cambiamenti senza perdere identità e direzione.

Virtuoso, bluesman, songwriter

Il modo più interessante per celebrare Eric Clapton non è fermarsi a un singolo momento della sua carriera, ma seguirlo lungo le trasformazioni che ha attraversato. Pochi chitarristi, nella storia del rock, sono riusciti a incarnare con tale coerenza tutte le declinazioni del ruolo: virtuoso incendiario, interprete profondo, songwriter raffinato, musicista capace di leggere e orientare i cambiamenti del gusto. Per capire da dove parte tutto, bisogna tornare alla metà degli anni Sessanta. È un periodo febbrile, in cui la chitarra elettrica cerca una nuova identità. Attorno a Clapton orbitano nomi destinati a diventare giganti – Hendrix, Beck, Page, Townshend – ma nel 1966 è lui a compiere il salto decisivo. Con i Bluesbreakers di John Mayall cambia il suono dello strumento: abbandona le timbriche sottili della prima stagione beat e introduce volume, saturazione, sustain, controllo del feedback. La chitarra diventa una voce espressiva autonoma. Quella spinta trova la sua forma più esplosiva nei Cream, ma la traiettoria di Clapton non si ferma lì. Dopo gli anni bui, la rinascita di 461  Ocean Boulevard (1974) e la maturità di Slowhand(1977) raccontano un musicista che ridimensiona il virtuosismo per lavorare su suono, misura e scrittura. La chitarra smette di essere dimostrazione e diventa funzione. Questa attitudine riemerge anche negli anni Ottanta con Behind The Sun (1985): nel contesto degli anni 80 dominato da sintetizzatori e produzioni levigate, Clapton accoglie quel linguaggio senza perdere identità. E lo stesso accade nei Novanta, quando con Unplugged contribuisce a riportare l’acustico al centro del rock. Dentro tutte queste trasformazioni resta costante il blues: una matrice che Clapton traduce in chiave personale, attraversando epoche e collaborazioni – dai Beatles a Phil Collins, passando per Sting, Ozzy Osbourne, Roger Waters e Pino Daniele.

Cinque dischi

Abbiamo quindi selezionato cinque dischi solisti che permettono di leggere questa evoluzione dall’interno, seguendo una traiettoria che cambia forma senza perdere coerenza.

Eric Clapton (1970)


Con questo debutto solista Eric Clapton compie un passaggio decisivo: smette i panni del virtuoso all’interno di una super band e si assume pienamente il ruolo di autore e leader. Non è una rinuncia alla sua irruenza chitarristica — tutt’altro: il disco è feroce, attraversato da una Gibson Les Paul ancora indiavolata, con fraseggi tesi, vibrato largo, un controllo del sustain che resta tra i più espressivi del periodo. La differenza sta nel contesto. Da un lato c’è il blues britannico, nella sua componente più aggressiva e viscerale, quasi “esplosiva” sul piano strumentale; dall’altro il rock americano, che introduce un’attenzione diversa al songwriting, più melodico, più diretto, con un occhio anche alla forma canzone e a una comunicazione più immediata. In mezzo, Clapton costruisce un equilibrio sorprendente: il groove diventa centrale, il blues si tinge di gospel e soprattutto di funk, e brani come “After Midnight” funzionano proprio per questo incedere ritmico asciutto e trascinante. È un disco da guitar hero, pieno di prove tecniche, espressive, riconoscibili, ma che non si esaurisce lì: ogni scelta chitarristica è già dentro una visione più ampia, quella di un autore che mette il suono al servizio della musica.


Slowhand (1977)

Con Slowhand, Clapton arriva a una forma di equilibrio che nella sua carriera non aveva mai raggiunto con questa lucidità. Dopo gli anni turbolenti e la rinascita di 461 Ocean Boulevard  (1974), qui mette definitivamente a fuoco un linguaggio in cui la chitarra smette di essere il centro assoluto e diventa parte di un disegno più ampio. Il virtuosismo non scompare, ma viene contenuto, dosato, reso funzionale alla canzone. Il disco si muove con naturalezza tra blues, rock, country e soul, trovando una sintesi che evita sia l’eccesso tecnico degli esordi sia le urgenze del tempo – è il 1977, l’anno del punk – scegliendo invece una strada elegante, misurata, consapevole. Brani come “Cocaine”, “Wonderful Tonight” e “Lay Down Sally” mostrano un Clapton più completo: cantante, autore e arrangiatore capace di far respirare ogni elemento.


Just One Night (1980) 


Registrato al Budokan di Tokyo,  è il disco che fotografa Clapton nel suo equilibrio più impressionante dal vivo. È ancora capace delle impennate incendiarie ereditate dai Cream, ma senza quelle derive più levigate e pop che caratterizzeranno parte della sua produzione successiva. Qui è un chitarrista totale: suono pieno, overdrive dinamico, fraseggio che alterna tensione e respiro con una naturalezza disarmante. Il contesto live è decisivo: senza filtri, sostenuto da una band solidissima e da una produzione che privilegia impatto e fedeltà, Clapton mostra una padronanza assoluta dello strumento. Emblematica la versione di “Cocaine”: devastante per intensità, espressività e ferocia nel fraseggio, è uno dei momenti in cui si percepisce tutta la sua autorità sul palco. Non è solo una prova di forza, ma una lezione continua su costruzione dell’assolo, gestione del timing, uso del vibrato e del tocco. È uno di quei dischi che chiunque studi chitarra elettrica dovrebbe affrontare nota per nota: dentro c’è tutto ciò che serve per capire cosa rende un assolo davvero espressivo.


Behind The Sun (1985)

Behind The Sun è uno dei passaggi più sorprendenti nella traiettoria di Clapton. Un musicista che aveva contribuito a ridefinire il blues elettrico negli anni Sessanta, spingendolo verso territori sempre più aggressivi fino a lambire l’hard rock, si ritrova qui immerso in un’estetica sonora completamente diversa: sintetizzatori, produzioni levigate, batterie profonde e riverberate. La presenza di Phil Collins, che suona e co-produce, è decisiva in questo senso. Eppure il disco funziona proprio per questo equilibrio. Clapton non subisce il suono degli anni ’80, lo attraversa: le Stratocaster sono più pulite e controllate, ma quando serve riemerge una distorsione più aggressiva e calda con echi di quel “woman tone” che aveva segnato l’epoca dei Cream. Brani come “Forever Man” e “She’s Waiting” tengono insieme anima blues e struttura pop, dimostrando una versatilità rara: cambiano i suoni, cambiano i contesti, ma la voce chitarristica resta immediatamente riconoscibile.


Unplugged (1992)


Clapton compie un altro passaggio decisivo: non si limita ad adattarsi a un formato, ma intercetta e anticipa una direzione che il rock prenderà di lì a poco. Dopo l’esplosione del grunge e la sua carica aggressiva, emerge infatti un bisogno opposto nel rock: essenzialità, dinamica, suono acustico. In questo senso, insieme all’Unplugged dei Nirvana, è proprio quello di Clapton il coìncerto e album che lanciare quella stagione del rock anni 90 che si rilegge in acustico. Registrato in presa diretta, con un suono caldo e naturale, il disco ridisegna il suo repertorio in chiave intima, senza mai perdere profondità. La versione di “Layla” è esemplare per misura e reinvenzione, ma il cuore del disco resta “Tears in Heaven”, scritta dopo la tragica scomparsa del figlio Conor: una ballad spoglia, trattenuta, che amplifica ogni sfumatura espressiva. È un lavoro che mostra un’altra forma di virtuosismo: non più l’impatto, ma il controllo, il tocco, il peso delle pause, la dolcezza di note suonate con maestria e trasporto inarrivabili.

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