Interviste

Ekkstacy: lasciare il passato per restare emotivi

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Author image Gianluigi Riccardo

22 gennaio 2026 alle ore 18:33, agg. alle 10:38

Dalle batterie programmate al suono di una band, dall’emo all’immaginario cinematografico: Ekkstacy racconta Forever e la sua generazione.

Ekkstacy è stato ospite di Radiofreccia in Hypersonic dove ha suonato un paio di brani in acustico e ha parlato di "forever", il suo ultimo album rilasciato poi anche in una versione ampliata con il titolo "forever and always".

Ekkstacy è il nome d’arte di Khyree Zienty, musicista canadese classe 2002 originario di Vancouver, riconosciuto per la sua capacità di fondere emo, indie rock, post-punk e sonorità elettroniche in un linguaggio emotivo diretto e spesso vulnerabile.

Il 16 maggio 2025 Ekkstacy ha pubblicato il suo terzo album Forever, il primo realizzato con una band completa e pensato come un’evoluzione rispetto al passato.

Qui l’artista lascia alle spalle le batteria programmate dei dischi precedenti per abbracciare un suono più pieno, melodico e allo stesso tempo nostalgico, contaminato da influenze che spaziano tra ’90s alt-rock, shoegaze e dream-pop.

Nell’autunno del 2025 è poi uscita la versione deluxe intitolata Forever and Always, arricchita da nuove tracce come il singolo Chemicals e brani acustici o rivisitati, offrendo una prospettiva più ampia sul materiale originario.

Guarda QUI l'intervista integrale ad Ekkstacy e le versioni acustiche di One day i’ll wake up from this e I want to die in your arms.

L’abbandono del vecchio suono e l’amore per la scena emo

Parlando con Radiofreccia, Ekkstacy ha descritto Forever come una rottura consapevole rispetto ai suoni che lo avevano definito fino ad allora.

“Dipende principalmente da quello che mi piace in quel momento,” spiega riferendosi alla direzione più rock e band-oriented dell’album, dove ascoltava “un sacco di indie rock degli anni zero” e si era profondamente appassionato “all’emo e a gruppi musicali simili come Remo Drive e Japandroids.

Il cambiamento, dice, è nato da un’attrazione reale per quel suono: “Mi sono innamorato di quel suono. Quindi ho semplicemente iniziato a provare a farlo da solo”.

Questa transizione ha richiesto di mettere da parte vecchie abitudini. Come racconta: “Credo di essermi lasciato alle spalle le vecchie batterie programmate… Credo siano stupide e senza senso ormai. Mi piacciono le persone che le usano ma non mi piace più farlo. Ne ho abbastanza.”

Con un tono schietto, confessa di essersi “veramente stufato” del disco precedente fino al punto di non volerlo più ascoltare una volta finito.

Fare musica nuova, racconta Ekkstacy, significa ritrovare divertimento e autenticità nel processo creativo: “Se non mi sto divertendo, allora so che sto facendo la cosa sbagliata.”


Vita, scrittura e la generazione Z

Se "forever" riflette un’evoluzione sonora, il rapporto dell’artista con la propria vita e la scrittura delle canzoni è parso più complesso. A proposito dell’influenza della sua quotidianità sui testi, ammette con franchezza: “Beh, la mia vita non mi ispira più come una volta… direi che forse ‘annoiata’ è la parola giusta per la mia vita.” Questa noia, o forse maturità, non costituisce per lui un blocco creativo, bensì un punto di partenza per una prospettiva riflessiva.

Ekkstacy ha anche offerto un commento interessante sul rapporto tra le generazioni nell’odierno panorama rock. Riferendosi ai critici più tradizionalisti che contestano il rock delle nuove leve, risponde con un secco: “Ma chi se ne frega? … tutte le persone che ammiro mi hanno detto che apprezzano quello che faccio, quindi per me è una conferma sufficiente. Non mi interessa davvero.”

Sottolinea che la comunità rock “deve fare un grande salto e abbracciare questa nuova generazione di artisti che stanno facendo un sacco di cose fantastiche”, pur riconoscendo che “non sarà roba figa come quella del passato ma è comunque cool, è semplicemente diversa.”

A proposito di cosa la Generazione Z abbia da offrire, Ekkstacy osserva: “So che abbiamo un gusto musicale più ampio… abbiamo semplicemente accesso a più informazioni… più generi, più cose da cui attingere.” Pur apprezzando profondamente l’eredità delle generazioni precedenti (“È lì che si trovano le radici di gran parte di tutto questo”), invita a guardare avanti con curiosità.


Tra vulnerabilità, tecnologia e performance

Un altro punto chiave dell’intervista riguarda il modo in cui Ekkstacy si rapporta alle proprie canzoni una volta finite. Descrive un rituale quasi di distacco: “Quando faccio qualcosa mi piace davvero molto… poi comincio a pensare: ‘Oh, non so se sia davvero così buono’… e semplicemente non le ascolto più,” spiegando che dopo la registrazione le cancella dal telefono per poter “solo andare avanti”.

E sul rapporto con i live e i tour, emerge una dualità intensa: “Voglio dire, andare in tour fa schifo, è la cosa peggiore del mondo… non c’è nulla di stimolante in questo… è terribile.” Tuttavia, precisa subito: “Non odio esibirmi dal vivo. Adoro esibirmi dal vivo,” mostrando come il viaggio e la logistica possano essere estenuanti, ma l’atto performativo resta una delle sue passioni più sincere.

Quanto alla tecnologia e alla presenza online, sembra quasi insofferente: “Non mi piace Internet… è solo uno strumento… lo uso pochissimo… mi viene l’ansia quando ci vado.” Per lui, essere artista oggi significa fare i conti con queste dinamiche, ma senza mai perdere autenticità.

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