È morta Dolly Parton, addio alla regina del country diventata un'icona americana
26 agosto 2026 alle ore 11:36, agg. alle 11:54
Dolly Parton è morta a 80 anni dopo una breve battaglia contro il cancro. Le reazioni del rock e il ritratto di un'icona americana.
Dolly Parton è morta martedì 25 agosto 2026 a Nashville, all'età di 80 anni. Il suo portavoce Marcel Pariseau ha successivamente precisato che la cantautrice è scomparsa al Vanderbilt-Ingram Cancer Center, circondata dai propri cari, dopo aver affrontato "una breve battaglia contro il cancro".
Non è stato specificato quale tipo di tumore le fosse stato diagnosticato. Negli ultimi mesi Parton aveva ridotto gli impegni pubblici e parlato di diversi problemi di salute, senza però rivelare la diagnosi oncologica. Nel marzo 2025 aveva inoltre perso il marito Carl Dean, sposato nel 1966 e rimasto al suo fianco per quasi sessant'anni.
La quantità e soprattutto la varietà dei tributi arrivati nelle ore successive spiegano immediatamente quanto Parton fosse andata oltre Nashville. Mick Jagger ha scritto: "Che meravigliosa autrice e cantante era Dolly. Ha saputo unire così tante persone, ci mancherà tantissimo". Paul McCartney l'ha definita una "magnifica star", ricordando una capacità di scrittura, una voce e un impegno filantropico che considerava senza eguali nel country.
Kacey Musgraves ha sintetizzato il momento con "Il mondo sembra improvvisamente molto meno scintillante", mentre Reba McEntire l'ha ringraziata per "l'amore, la musica" e per tutto quello che aveva dato con il suo enorme cuore. Shania Twain ha scritto semplicemente: "La mia mentore se n'è andata". Beyoncé, che nel 2024 aveva costruito intorno a "Jolene" uno dei passaggi chiave di Cowboy Carter, ha invece definito Dolly "il barometro" e "la stella polare".
Il rock l'ha salutata anche sul palco. Jack White, impegnato a Londra, ha ripreso "Jolene", brano che i White Stripes avevano trasformato fin dagli inizi in una versione garage rock scarna, tesa e sempre più esplosiva. Nella stessa città Orville Peck ha dedicato a Parton "I Will Always Love You", chiamandola "la mia eroina" e ricordando quanto la sua sola presenza nel country gli avesse fatto pensare, da giovane artista gay, di poter avere "forse un'amica" all'interno di quel mondo.
Dalla povertà del Tennessee a una carriera costruita sulle proprie regole
Dolly Rebecca Parton era nata il 19 gennaio 1946 nel Tennessee orientale, quarta di dodici figli di una famiglia poverissima. Cantava in chiesa da bambina, apparve alla radio e alla televisione locale prima dell'adolescenza e a tredici anni arrivò al Grand Ole Opry. Dopo il diploma si trasferì a Nashville e il sodalizio con Porter Wagoner le diede la prima grande esposizione nazionale. Ma fu la decisione di uscire da quella collaborazione e costruirsi una carriera autonoma a definirne davvero il carattere.
Parton era prima di tutto una songwriter. "Coat of Many Colors", "Jolene" e "I Will Always Love You" dimostrano quanto sapesse trasformare povertà, desiderio, famiglia, gelosia e indipendenza in canzoni semplici solo in apparenza. Quando Elvis Presley volle registrare "I Will Always Love You", Dolly rifiutò perché avrebbe dovuto cedergli parte dei diritti editoriali. Quasi vent'anni dopo la versione di Whitney Houston avrebbe trasformato quella stessa composizione in uno dei più grandi successi pop della storia.
Perché negli Stati Uniti Dolly Parton era un'icona a 360 gradi
Ridurre Dolly Parton alla "regina del country" racconta quindi solo una parte della storia. Negli Stati Uniti era contemporaneamente musicista, attrice, personaggio televisivo, imprenditrice, autrice, filantropa e simbolo della cultura pop.
9 to 5 la portò al cinema accanto a Jane Fonda e Lily Tomlin; Dollywood, aperto nel Tennessee nel 1986, trasformò persino il suo nome in un'importante realtà economica e turistica legata alla regione dalla quale proveniva.
Nel 2004 la Library of Congress le assegnò il titolo di Living Legend, sottolineandone il peso sul crossover musicale, la capacità di parlare delle donne e il legame mantenuto con le proprie radici appalachiane. L'immagine volutamente esagerata — capelli enormi, strass, tacchi, abiti appariscenti — conviveva con un controllo estremamente lucido di publishing, produzioni e business. Era proprio il contrasto a funzionare: Dolly poteva prendere in giro continuamente il proprio personaggio senza lasciare che fosse qualcun altro a definirlo.
A completare questa dimensione c'era la filantropia. La Imagination Library, fondata nel 1995 pensando al padre che aveva avuto difficoltà con la lettura, nel giugno 2026 aveva superato 325 milioni di libri regalati e distribuiva più di 3,5 milioni di volumi ogni mese a bambini in cinque Paesi.
A questo si aggiunsero interventi dopo calamità naturali e il milione di dollari destinato alla ricerca del Vanderbilt University Medical Center durante la pandemia, lavoro che contribuì allo sviluppo del vaccino Moderna.
Dai White Stripes al metal: il rock aveva adottato Dolly da tempo
La Rock & Roll Hall of Fame l'ha definita non a caso una "Americana Icon". Nel 2022, quando venne annunciata la sua introduzione, Parton provò inizialmente a tirarsi indietro perché non riteneva di avere "guadagnato" il diritto di entrare nella Rock Hall. Finì invece per accettare e rispose nel modo più Dolly possibile: incidendo "Rockstar", un enorme album rock con Paul McCartney, Ringo Starr, Stevie Nicks, Sting, Elton John, Joan Jett, Steven Tyler, Rob Halford e molti altri.
Ma il rock aveva già adottato le sue canzoni molto prima. I White Stripes trasformarono "Jolene" in uno dei momenti più intensi del loro repertorio; anche i Sisters of Mercy la portarono dentro il gothic rock, mentre gruppi punk come i Me First and the Gimme Gimmes ne hanno mostrato ulteriormente l'adattabilità. È la prova definitiva della forza della scrittura di Parton: togliendo banjo, steel guitar e Nashville, quelle canzoni continuano a funzionare.
È per questo che la sua morte negli Stati Uniti viene vissuta come la perdita di qualcosa di più grande di una cantante. Dolly Parton era diventata una parte dell'immaginario nazionale: dalle montagne del Tennessee a Hollywood, dal country alla Rock Hall, dai parchi divertimento ai milioni di libri spediti gratuitamente ai bambini. Non un personaggio perfettamente collocabile dentro un genere, ma una di quelle figure rare capaci di diventare patrimonio comune.
Tre canzoni per scoprire Dolly Parton
"Jolene" – 1973
È probabilmente il punto di ingresso più immediato nel mondo di Dolly Parton. La storia nacque dall'interesse mostrato da una giovane impiegata di banca nei confronti di Carl Dean, episodio sul quale Dolly e il marito finirono anche per scherzare.
Parton trasformò però la gelosia in qualcosa di molto meno convenzionale: la protagonista non attacca la rivale, ma ne riconosce apertamente la bellezza e le chiede di non portarle via l'uomo che ama.
È una canzone costruita sulla vulnerabilità più che sul possesso. Musicalmente procede attraverso una figura insistente e quasi ipnotica, mentre la ripetizione continua del nome aumenta progressivamente la tensione. Il fatto che "Jolene" sia stata reinterpretata da Miley Cyrus, Beyoncé e soprattutto dai White Stripes dimostra quanto la struttura fosse abbastanza forte da sopravvivere a qualsiasi arrangiamento. Da country standard a garage rock: poche canzoni spiegano meglio l'universalità di Dolly Parton.
"I Will Always Love You" – 1974
Prima di diventare una delle ballad più famose della storia del pop grazie a Whitney Houston, "I Will Always Love You" era soprattutto una canzone di separazione professionale. Dolly Parton la scrisse pensando a Porter Wagoner mentre cercava di uscire dal programma televisivo e dalla collaborazione che avevano contribuito in modo decisivo alla sua carriera.
Non è quindi un addio rabbioso: gratitudine e determinazione convivono senza annullarsi. L'originale arrivò al vertice della classifica country e Parton riuscì a riportarlo al numero uno con una nuova registrazione negli anni Ottanta.
Poi, nel 1992, Whitney Houston ne costruì per The Bodyguard una versione gigantesca, rimasta per quattordici settimane in testa alla Billboard Hot 100. Il dettaglio più importante resta però la scelta di Dolly di non cedere parte del publishing quando Elvis Presley mostrò interesse per il pezzo: talento artistico e consapevolezza del proprio valore economico riuniti nella stessa canzone.
"9 to 5" – 1980
Con "9 to 5" Dolly Parton dimostrò di poter diventare una pop star e un volto di Hollywood senza abbandonare il proprio modo di scrivere.
Il pezzo nacque per l'omonimo film con Jane Fonda e Lily Tomlin, esordio cinematografico di Dolly, e trasformò la condizione delle donne sul posto di lavoro in un ritornello immediato e perfettamente radiofonico. L'introduzione è già un piccolo manifesto del suo personaggio: il suono che sembra una macchina da scrivere venne ottenuto inizialmente facendo battere tra loro le lunghissime unghie acriliche della cantante.
Dietro l'elemento divertente c'è però una canzone che parla apertamente di sfruttamento, disparità salariale e mancanza di riconoscimento professionale. Arrivò al numero uno della Billboard Hot 100 e procurò a Parton la prima nomination all'Oscar. È Dolly nella sua forma più completa: songwriter country, autrice pop, attrice, osservatrice sociale e personaggio capace di trasformare persino le proprie unghie in uno strumento musicale.