Des Rocs, tra New York e le radici italiane: "L'italo-americanità è una forma di punk"
04 novembre 2026 alle ore 17:41, agg. alle 18:25
A Hangin' with... di Radiofreccia, Danny Rocco racconta la sua identità italo-americana, New York e il nuovo album To Hell and Back.
Le radici italiane, per Danny Rocco, non sono un dettaglio biografico da esibire quando torna nel Paese dei suoi antenati. Sono parte di un’identità cresciuta a New York, dove la cultura italo-americana ha costruito un rapporto speciale con l’Italia: una patria lontana, tramandata attraverso le storie di famiglia e a volte persino idealizzata.
Nell’intervista per Hangin' with... di Radiofreccia, Des Rocs parte proprio da qui: è newyorkese da quattro generazioni, ma sente ancora quel legame con le origini. Lo racconta con una scena domestica, fatta di parenti che rientrano da un viaggio con una bottiglia d’olio d’oliva trattata come un tesoro. "Cresci e poi arrivi qui ed è un’esperienza davvero bellissima", dice, riconoscendo quanto l’immagine dell’Italia possa diventare mitica per chi la conosce attraverso il racconto familiare. L’incontro a Milano — con un americano ordinato al bar, perfetto punto d’incrocio tra le due culture — trasforma il tema in una conversazione personale, lontana dalle formule celebrative.
Per Rocco, quell’eredità si ritrova anche nel modo di lavorare. Descrive gli italo-americani come persone dotate di «una certa grinta» e di una «feroce indipendenza», qualità che associa a un’attitudine punk e fai-da-te: farsi strada con le proprie forze, continuare a lavorare anche quando il percorso è accidentato. «Tutto ciò che faccio è davvero una faticaccia. È davvero una corsa sfrenata», sintetizza, collegando quella mentalità al DNA del progetto Des Rocs. New York aggiunge un’altra componente: il suo essere un crocevia di lingue, comunità e suoni. Rocco cita i Queen come modello di libertà compositiva, capaci di passare dalla disco di "Another One Bites the Dust" al rockabilly di "Crazy Little Thing Called Love" e alla forma operistica di "Bohemian Rhapsody" restando sempre riconoscibili. Per lui il rock non consiste nel mescolare generi per provocare, ma nel farlo per amore dell’arte e per cercare qualcosa di nuovo. Una visione che si riflette in una musica teatrale e ampia, ma radicata nel luogo da cui proviene.
To Hell and Back: il disco suonato come una band
Nel terzo album To Hell and Back, uscito nel 2026, questa idea prende una forma più collettiva. In passato Rocco costruiva spesso i brani da solo, con chitarra e computer; per questo lavoro, invece, voleva catturare "l’energia pura dello spettacolo" e ha suonato il materiale dal vivo insieme alla band.
La scelta ha significato rinunciare a scorciatoie di studio: niente copia e incolla, niente correzioni automatiche, e parti da rifare da capo quando un ritornello non funzionava. "Lo odiavo", ammette sorridendo, ricordando la fatica di un metodo che lo costringeva a confrontarsi con l’esecuzione reale.
Ma proprio l’imperfezione e la dinamica di gruppo, secondo lui, hanno reso il risultato più interessante e umano. La dimensione live non è un’aggiunta successiva: guida la scrittura, perché Rocco immagina sul palco come potrebbe svilupparsi ogni canzone. E quando i brani arrivano al concerto, vengono reinventati senza perdere lo spirito originario.
La città entra nel disco anche attraverso immagini precise. "The Riders of Red Hook (Legends Never Die)" richiama un quartiere di Brooklyn che Rocco conosce bene: una geografia urbana che fa pensare a I guerrieri della notte, ma soprattutto un luogo in cui ha trascorso mesi a lavorare alla musica. Nell’intervista spiega di avere una visione cinematografica: mentre scrive vede fotografie e scene, e la sua città diventa materia narrativa. Red Hook rappresenta anche le stagioni difficili, le sessioni invernali in uno studio senza riscaldamento e gli spostamenti complicati per tornare a casa. Per questo il titolo To Hell and Back può essere letto anche come una sintesi del suo percorso, tra ostacoli personali e ostinazione creativa.
Parlando dei problemi di salute e delle difficoltà incontrate negli ultimi anni, Rocco dice che superare gli imprevisti finisce per alimentare la musica: "Qualunque sia l’ostacolo, ciò che conta è superarlo". La sua immagine pubblica — abiti, giacca di pelle, occhiali e presenza scenica — segue la stessa logica. "Odio la moda, ma adoro i vestiti", scherza: per lui sono un modo diretto di comunicare, quasi una divisa che rende visibile la persona che sale sul palco.
Il rock come incontro
Sul palco, aggiunge, non interpreta un personaggio separato da sé: "La persona sul palco sono proprio io". La teatralità di Des Rocs è quindi una forma di libertà, non una maschera, e il rapporto con il pubblico ne è la verifica più immediata. Lo emoziona pensare che persone che magari non parlano inglese cantino parole nate in un piccolo studio nel Queens. "La musica è davvero il linguaggio universale", dice, riconoscendo quanto sia potente vedere una canzone attraversare distanze e lingue.
È anche il motivo per cui il rock deve continuare a trasformarsi: l’intelligenza artificiale, sostiene, rende ancora più importante raccontare esperienze che appartengono a una vita concreta e che nessuna macchina può aver vissuto al suo posto. L’ultima risposta riporta il discorso alla gratitudine. Nel 2026 fare musica rock resta, per lui, una strada difficile e spesso in salita; poterlo fare, stare bene e incontrare il pubblico è già "un onore e un privilegio".
Tra Italia e New York, tra studio e palco, To Hell and Back e l’intervista a Radiofreccia disegnano così lo stesso ritratto: quello di un artista che considera la propria identità un impasto di eredità, città, lavoro ostinato e bisogno di suonare senza filtri.