Dead Poet Society, Jack Underkofler racconta "Monarch" a Radiofreccia
08 ottobre 2026 alle ore 17:55, agg. alle 18:19
Il frontman dei Dead Poet Society parla del nuovo album "Monarch", tra autenticità, simbolismo ed evoluzione sonora. A febbraio il ritorno a Milano.
I Dead Poet Society tornano con "Monarch", terzo album pubblicato il 2 ottobre su Spinefarm.
Il disco prosegue il percorso avviato con "-!-" nel 2021 e "Fission" nel 2024, approfondendo il rapporto tra pesantezza, melodia e tensione emotiva.
A raccontarlo a Radiofreccia è Jack Underkofler, cantante e chitarrista della band, che chiarisce subito la prospettiva da cui sono nate le canzoni: "L'album in sé ha un significato molto più ampio, che riguarda maggiormente le relazioni interpersonali. Almeno per me."
Il punto di partenza sono i rapporti personali, le delusioni e il risentimento che possono lasciare. "Cold" aggiunge a questo quadro la pressione dell’approvazione sociale, osservata anche attraverso le esperienze del gruppo nell’industria musicale.
Per la formazione composta da Underkofler, Jack Collins, Dylan Brenner e Will Goodroad, il nuovo capitolo cerca così una forma più precisa per esprimere ciò che i quattro stanno vivendo, portando avanti una ricerca cominciata già con l’esordio.
"Cold", l’autenticità e il sospetto dell’AI
"Cold" descrive il modo in cui le persone modificano se stesse per guadagnare spazio e riconoscimento. Underkofler ammette che anche i Dead Poet Society hanno partecipato a quel meccanismo, cercando di far avanzare la propria carriera: una dinamica che può ferire le persone coinvolte.
La ricerca di autenticità diventa quindi concreta. "Credo che l'autenticità sia diventata più importante che mai proprio a causa dell'intelligenza artificiale", spiega. Il suo sfogo si concentra sul clima di sospetto che, secondo lui, la diffusione dell’AI ha prodotto.
Racconta di commenti che accusano la band di usarla anche quando non è così, costringendo gli artisti a difendere l’origine del proprio lavoro.
L’attenzione si sposta dalla musica alla necessità di dimostrare come sia stata realizzata. Per Underkofler, il danno maggiore è proprio questa sfiducia verso l’arte autentica: anche un lavoro fatto da persone rischia di essere liquidato come il risultato di un software, mettendo chi lo ha creato continuamente sulla difensiva.
Da "Fission" a "Monarch", alla ricerca del suono della band
L’evoluzione dei Dead Poet Society segue ciò che vivono, senza partire da una revisione dei vecchi dischi. "Per questo siamo sempre alla ricerca di cose che ci facciano provare di nuovo quell’entusiasmo."
Su "Monarch" hanno voluto approfondire l’atmosfera oscura e misteriosa che sentono propria, presente già nell’esordio, quando stavano ancora imparando a scrivere canzoni. L’obiettivo è entrare fino in fondo in quel suono, spingendone tanto il peso quanto la melodia.
Quando cita "Hollywood On Fire", "Roach", "The Park" e "Miami For The Weekend", Underkofler riconosce il risultato di questa ricerca: "Nessuno ha mai messo mano a questa terra. È tutta nostra."
Con loro ha lavorato Paul Meany, frontman dei Mutemath, mentre Adam Hawkins ha curato il mix. Le registrazioni si sono svolte ai Valley View Studios e a The Park, a Los Angeles.
Del produttore, il cantante elogia soprattutto la capacità di ascoltare, riconoscere l’identità del gruppo e accompagnarlo a esprimerla meglio: un metodo che considera adatto al modo di lavorare della band.
I simboli di "Monarch" e la casa aperta ai fan
Il simbolismo dei Dead Poet Society continua anche fuori dalle canzoni. "Stiamo creando un mondo pensato per valorizzare la musica", spiega Underkofler.
La copertina, con una ragazza circondata da telefoni, trova un’estensione in The House, il sito interattivo legato all’album.
L’idea è partita da Will Goodroad ed è stata sviluppata da Dylan Brenner con Spinefarm e il team della piattaforma.
Tra gli elementi che entusiasmano il cantante ci sono i messaggi vocali dei fan, che portano il pubblico dentro l’immaginario del gruppo. Underkofler lascia a chi ascolta la lettura dei simboli, compreso il titolo: ha avuto un ruolo marginale nella scelta di "Monarch" e gli ha attribuito un significato personale.
Lo stesso universo prosegue nei video di "Roach" e "Cold", per i quali ha chiesto alla band di poter essere lui stesso ad occuparsi della regia, lavorando con Alex di Blackwolf Imaging. Aveva una visione precisa e voleva continuare a trovare ispirazione, pur raccontando anche la fatica e il burnout legati al lavoro sull’album e sui video.