Da Zakk Wylde a Vinnie Colaiuta: quando i grandi strumentisti del rock escono allo scoperto
29 gennaio 2026 alle ore 15:06, agg. alle 16:47
Turnisti di lusso, virtuosi e musicisti dalla doppia vita: una selezione di dischi solisti per scoprire lo sfogo o la vera identità degli hired guns.
Dietro molti grandi dischi rock si muovono musicisti straordinari, spesso abituati a lavorare nell’ombra. I cosiddetti hired guns: turnisti di lusso, super strumentisti, figure decisive ma raramente protagoniste.
In questa selezione andiamo a scoprire i loro dischi solisti, tra due anime diverse: lo sfogo tecnico di chi vive al servizio degli altri e l’identità autentica di chi nasce nella musica strumentale e approda al rock da classifica. Ascolti impegnativi, ma ricchi di qualità, estro e visione.
Musica per palati fini
Oggi vi proponiamo una selezione di ascolti per palati fini. O, se preferite, per stomaci forti! Una di quelle playlist che faranno la felicità degli appassionati di musica strumentale, dei nerd irriducibili, persino dei Riccardoni più osservanti, ma che — con un po’ di curiosità — potrebbero intrigare anche chi ama spingersi oltre i confini più battuti del rock da classifica. Qualche tempo fa abbiamo parlato degli hired guns: super strumentisti, turnisti di lusso, musicisti chiamati a sostenere, arricchire e spesso salvare i concerti e i dischi dei grandi nomi. Avevamo citato Josh Freese, batterista capace di attraversare punk, alternative e mainstream con disarmante naturalezza; John 5, chitarrista passato da Marilyn Manson ai Mötley Crüe; fino a figure come Vinnie Colaiuta, che nel suo curriculum mette insieme Frank Zappa, Sting e persino i Megadeth. Oggi però andiamo un po’ più a fondo, perché dentro questo mondo convivono due anime molto diverse. Da una parte ci sono i veri hired guns: musicisti dalla tecnica smisurata e dall’identità prevalentemente funzionale al servizio degli altri. Nei loro dischi solisti — spesso strumentali — trovano finalmente uno spazio di libertà, uno sfogo nobile in cui mostrare senza filtri tutto ciò che sanno fare. Dall’altra parte ci sono artisti per i quali il percorso è inverso. Musicisti il cui DNA profondo è jazz, fusion, metal o progressive, e che proprio grazie a quella formazione e queste capacità, finiscono poi per essere chiamati dal pop e dal rock mainstream. In questo caso, i dischi solisti non sono una digressione, ma il centro della loro identità. Greg Howe e Ritchie Kotzen sono un esempio emblematico: hanno suonato rispettivamente con Michael Jackson, NSYNC, Justin Timberlake, Poison, Mr. Big ma la loro storia nasce nello shred fusion più avanzato degli anni Ottanta e Novanta. Ascoltare i loro album significa incontrare la loro voce autentica, non un semplice intermezzo tra un tour e l’altro. È con questa doppia chiave di lettura che abbiamo scelto una serie di dischi densi di tecnica, visione e personalità: ascolti impegnativi, certo, ma capaci di raccontare storie molto diverse sotto la stessa etichetta.
PRIDE & GLORY – PRIDE & GLORY (1994)
All’inizio degli anni Novanta Zakk Wylde è il chitarrista di Ozzy Osbourne, ma soprattutto è il musicista che ne rilancia la carriera dopo la perdita di Randy Rhoads. Ozzy, rimasto a lungo in cerca di una nuova identità, aveva visto alternarsi chitarristi straordinari come Jake E. Lee senza riuscire a ricreare quella solidità artistica che aveva caratterizzato le ere di Tony Iommi e dello stesso Rhoads. Zakk Wylde ci riesce grazie a un linguaggio forte e riconoscibile: metallaro vero anni 80, ma con radici profonde nel blues, nel country e nel bluegrass. Nel 1994 queste influenze confluiscono nel progetto PRIDE & GLORY, trio completato da James LoMenzo e Brian Tichy, entrambi provenienti dai White Lion. Qui Wylde allarga il perimetro della propria scrittura: oltre alle chitarre elettriche suona acustiche, banjo e pianoforte, canta e costruisce un disco che incrocia un southern rock di ascendenza Lynyrd Skynyrd con distorsioni scure e un recupero consapevole di sonorità analogiche anni Settanta, in sintonia con il clima grunge. Proprio la sua matrice metal e hard rock, però, lo colloca ai margini in un momento storico dominato dal rock alternative. Un progetto breve, che resta una gemma laterale e racconta uno sfogo autentico: la prova che il lavoro con Ozzy rappresentava solo la punta dell'Iceberg della musicalità di Wylde.
DOMINIC MILLER – FIRST TOUCH (1995)
Dominic Miller è un superturnista. La sua carriera prende slancio molto presto: nel 1989 suona già in …BUT SERIOUSLY di Phil Collins, per poi muoversi con naturalezza tra Tina Turner, Peter Gabriel e Paul Young. Il punto di svolta arriva nel 1991 con l’inizio del sodalizio con Sting, di cui diventa nel tempo un vero alter ego musicale, presenza costante in studio e dal vivo, oltre che coautore di brani cruciali come “SHAPE OF MY HEART”. FIRST TOUCH è il suo debutto solista, un album intimo, registrato in casa, costruito prevalentemente attorno alla chitarra classica. Tracce come “Eclipse” e “February Sun” richiamano un’estetica affine a quella di Sting, con armonie sospese e ritmi morbidi, mentre brani come “La Boca” o “Buenos Aires” rivelano un gusto per contaminazioni leggere tra pop, jazz e suggestioni latine. La scrittura è essenziale, il timbro pulito, spesso in fingerstyle, ma sotto il minimalismo affiora una padronanza tecnica e musicale di livello altissimo: discreta, mai esibita, sempre al servizio dell’atmosfera.
VINNIE COLAIUTA – VINNIE COLAIUTA (1994)
Vinnie Colaiuta è uno dei batteristi più straordinari della musica contemporanea. Enfant prodige, dopo appena un anno al Berklee College of Music viene chiamato da Frank Zappa, confrontandosi subito con partiture di complessità estrema. Invece di restare confinato nella musica strumentale di nicchia, diventa uno dei session man più richiesti al mondo: Joni Mitchell, Joe Cocker, Jeff Beck, Sting, Duran Duran, Christina Aguilera, Megadeth, fino alle collaborazioni con Quincy Jones. Nel 1994 pubblica il suo debutto solista, un disco spiazzante e insieme affascinante, fortemente influenzato dal funk e dal jazz elettrico di Miles Davis, ma attraversato da progressive, hip-hop, metal e suggestioni world. Un lavoro sperimentale e irregolare, che non rinuncia mai a classe ed eleganza. Il cast è di livello assoluto: Sting al basso, Dominic Miller e Michael Landau — uno dei session man chitarristi più apprezzati a livello internazionale — alle chitarre, con la partecipazione di Chick Corea e Herbie Hancock, due autentiche leggende del jazz. Il mix è affidato a Hugh Padgham, produttore e fonico tra i più influenti degli ultimi decenni, al lavoro su alcuni dei dischi più importanti di Police, Peter Gabriel, Genesis e Paul McCartney. Un ascolto impegnativo, denso e talvolta spigoloso, che restituisce tutta la visione di un musicista totale.
GREG HOWE / RICHIE KOTZEN – TILT (1995)
Negli anni Ottanta, la popolarità di Van Halen e di una scena hard rock e metal sempre più incentrata sul virtuosismo chitarristico alimenta un forte interesse per la musica strumentale. Nasce così il filone dello shred: una nicchia spesso ghettizzata, concentrata sull’esplorazione estrema delle possibilità tecniche della chitarra tra metal, progressive e fusion. Greg Howe e Richie Kotzen sono due pionieri di questa corrente, capaci però di costruire carriere trasversali. Howe, dopo essersi affermato come virtuoso, arriva a suonare con Michael Jackson e diventa una presenza ricorrente nel pop internazionale, collaborando con NSYNC, Enrique Iglesias e Justin Timberlake. Kotzen sceglie invece una traiettoria più rock: prima nei Poison, poi nei Mr. Big, quindi una solida carriera solista come cantante e songwriter, fino al successo dei Winery Dogs, super band insieme a Billy Sheehan e Mike Portnoy. Nel 1995 incrociano le chitarre in TILT, disco che sorprende proprio perché, pur celebrando il virtuosismo, sposta il baricentro su due elementi allora tutt’altro che scontati: una riscoperta consapevole di sonorità vintage — tra funk, blues elettrico e suggestioni anni Sessanta e Settanta — e un’attenzione al groove centrale e continua. Ne nasce un lavoro denso e a tratti estremo, ma reso più accessibile da timbri caldi, pulsazione solida e inattese aperture psichedeliche che ampliano il vocabolario dello shred tradizionale.
PINO PALLADINO – NOTES WITH ATTACHMENTS (2021, con Blake Mills)
Pino Palladino è uno dei bassisti più influenti e riconoscibili degli ultimi quarant’anni, anche quando il suo nome resta volutamente in secondo piano. Il suo curriculum attraversa mondi lontanissimi: Paul Young, The Who, Nine Inch Nails, D’Angelo, John Mayer, Elton John. Un hired gun nel senso più alto del termine, capace di adattarsi a qualunque contesto senza mai perdere una voce personale, costruita su suono, spazio e intenzione. Con NOTES WITH ATTACHMENTS, pubblicato nel 2021 insieme al produttore e polistrumentista Blake Mills, Palladino compie però un gesto diverso. Questo non è uno sfogo tecnico, né un disco di protagonismo strumentale: è l’espressione più pura della sua identità musicale. Un lavoro prevalentemente strumentale, moderno, rarefatto, che vive di groove obliqui, silenzi, timbri scolpiti e una sensibilità quasi classica. Dentro ci convivono jazz, soul, ambient, post-rock, ma senza mai dichiarare appartenenze di genere. È un disco che chiede attenzione ma restituisce profondità, e che racconta come un turnista assoluto possa essere, prima di tutto, un autore di atmosfere.