History

Clash: Mick Jones, il guitar hero che ha portato il punk oltre il punk

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Author image Gianni Rojatti

26 giugno 2026 alle ore 12:30, agg. alle 13:56

Con i Clash, Mick Jones ha codificato il punk e poi lo ha spinto oltre se stesso, aprendo il rock a contaminazioni e linguaggi nuovi.

Chitarra al collo, Mick Jones ha inventato il punk due volte: prima contribuendo a dare forma e suono a quella nuova energia, insieme a Clash, Ramones e Sex Pistols; poi spingendola oltre i suoi confini, dentro reggae, dub, rockabilly, rap, funk e nuove contaminazioni.

Nato il 26 giugno 1955, il chitarrista dei Clash viene raccontato qui dagli anni della formazione all’incontro con Joe Strummer: una traiettoria in cui la chitarra diventa uno strumento prima creativo che tecnico, acceleratore di nuovi linguaggi per il rock e chiave per capire l’evoluzione della band.

A casa con la nonna

Quando il punk esplode nella seconda metà degli anni Settanta, soprattutto in Inghilterra, porta nella musica una rivoluzione formidabile: velocità, urgenza, rifiuto delle gerarchie, voglia di rimettere il rock nelle mani di ragazzi che non si riconoscono più nella sua magnificenza tecnica e un po’ distante. Ma, complice soprattutto l’impatto dei Sex Pistols, quel primo punk si ritrova incollata addosso anche un’aura cupa e negativa: nichilismo, rabbia, pessimismo, desiderio di rottura. Mick Jones dei Clash, però, è una figura speciale perché dentro quella stagione così aspra incarna quasi un eroe buono. Non è il chitarrista che volta le spalle al rock, alla tecnica o alla tradizione. È un ragazzo che prende tutto quello che ha amato del rock e lo riporta a terra, in strada, dentro una forma più urgente, più diretta, meno divistica. Il punk, attraverso di lui, non è il rifiuto della musica: è la decisione di mettere la musica al servizio di una necessità più forte, di una band, di un messaggio, di un palco da bruciare. 
Jones cresce nella Londra operaia dei primi anni Settanta, vivendo con la nonna materna, la sorella della nonna e la cognata. Lui stesso, nelle interviste, racconta con ironia quanto fosse strano essere un adolescente che sogna di diventare una rockstar e ritrovarsi a vivere in casa con tre "vecchie". Il dettaglio diventa ancora più significativo pensando che, anche dopo London Calling (1979), quando i Clash sono ormai una delle band più importanti del mondo, Jones continua a vivere con la nonna, mentre Joe Strummer resta ancora legato alla vita degli squat. È una delle contraddizioni più affascinanti dei Clash: ragazzi che cantano rivoluzione, strada, disoccupazione e conflitto sociale, ma che vengono catapultati in una popolarità enorme senza smettere del tutto di essere quello che erano prima.


Guitar Hero


Prima ancora del punk, Mick Jones è un adolescente innamorato del rock. Cita Mick Ronson, Jeff Beck, Keith Richards, Pete Townshend, Jimmy Page, Eric Clapton. Racconta di avere passato mesi chiuso in camera a suonare dietro quei dischi, copiando i chitarristi che amava. La svolta, però, arriva con i New York Dolls e soprattutto con Johnny Thunders. È lì che il rock smette di essere solo grandezza tecnica e diventa una possibilità più vicina: una chitarra, un’immagine sfacciata, un’attitudine feroce, la sensazione che si possa salire su un palco senza chiedere il permesso a nessuno. 
Jones mette da parte i soldi per una Gibson Junior proprio perché la suona Thunders. La Junior è il modello più economico, essenziale e sbarazzino della famiglia Les Paul, la linea di chitarre elettriche resa leggendaria da Gibson e associata, nelle sue versioni più ricche, a figure come Jimmy Page e Jeff Beck. Più semplice, più accessibile, meno lussuosa, la Junior diventa quasi naturalmente una chitarra perfetta per la scena punk: pochi fronzoli, un suono diretto, un prezzo più alla portata di ragazzi che non arrivano certo dai salotti buoni del rock.
 Questa è la chiave per capire Mick Jones: il punk non cancella il suo amore per la chitarra, lo costringe solo a riorganizzarlo. Con i Clash, Jones non cerca più di diventare “il nuovo Jeff Beck”. Cerca una band. Cerca una lingua. Cerca qualcuno con cui far esplodere quel materiale. Quel qualcuno è Joe Strummer, che all’epoca suona con i 101ers, band legata alla scena degli squat londinesi. Jones e il bassista Paul Simonon lo vedono, lo studiano, quasi lo corteggiano. Ai loro occhi Strummer è già qualcuno: ha esperienza, carisma, una voce, una presenza. Bernard Rhodes, manager di quei tre musicisti che sarebbero diventati l’ossatura dei Clash, va a parlargli e gli fa la proposta. Anche Strummer, intanto, ha visto arrivare la novità: i Sex Pistols gli hanno fatto capire che il rock sta cambiando temperatura. 
Da lì nasce una delle coppie più interessanti della storia del rock. Strummer e Jones sono stati spesso definiti i Lennon e McCartney del punk! Nei Clash non c’è una divisione ordinata tra ritmica e solista, voce principale e seconda voce, autore e arrangiatore. Ci sono due chitarre, due scritture, due modi diversi di stare dentro la stessa urgenza. Strummer porta tensione politica, parola, spinta frontale, una ritmica nervosa e riconoscibilissima. Jones porta melodia, forma-canzone, curiosità, senso dell’arrangiamento, apertura verso altri linguaggi.



I Dischi

Il primo album, The Clash (1977), resta per lui il preferito proprio perché è grezzo, vivo, quasi fisico. Jones suona la Les Paul Junior dentro un gigantesco amplificatore Marshall come quelli accompagnano l’idea più classica e muscolare del rock da palco, da Hendrix in poi. Solo che qui quel volume non serve a celebrare il virtuosismo: serve a dare urto, presenza, elettricità. London Calling (1979) è il momento in cui il punk smette di essere solo un genere e diventa una pronuncia capace di attraversare rock’n’roll, reggae, ska, blues, soul e rockabilly. Sandinista! (1980), invece, è il salto nel vuoto: dub, funk, rap, gospel, calypso, esperimenti, cultura da jukebox. Un disco enorme e irregolare, ma anche la prova che per i Clash nessun linguaggio è davvero proibito.
 Per questo, per capire Mick Jones anche fuori dai Clash, è decisivo ascoltare i Big Audio Dynamite, fondati nel 1984 insieme a Don Letts. Lì Jones porta alle estreme conseguenze la sua idea di musica ibrida: chitarre, campionamenti, elettronica, funk, reggae, cultura pop, cinema, ritmo da club. “E=MC2” è il brano perfetto per raccontare questa seconda vita, modernissima e laterale. Non più il punk come stile, ma il punk come metodo: prendere il presente, smontarlo, rimetterlo insieme e farlo suonare nuovo. In fondo, Mick Jones ha fatto questo per tutta la carriera: cercare il punto in cui una chitarra può ancora raccontare qualcosa che non era stato detto prima.



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