Chuck Berry, “Johnny B. Goode”: 4 versioni per riscoprire un classico del rock
30 marzo 2026 alle ore 14:29, agg. alle 13:47
Da Hendrix a Judas Priest, Sex Pistols e Peter Tosh: quattro versioni che mostrano le tante anime di “Johnny B. Goode” e il suo messaggio ancora intatto
Pubblicata il 31 marzo 1958, “Johnny B. Goode” è il manifesto più immediato del linguaggio di Chuck Berry: la chitarra elettrica come identità rock possibilità concreta di riscatto. Un brano semplice solo in apparenza — costruito su una struttura blues essenziale di tre accordi — che negli anni si è rivelato una piattaforma perfetta da suonare, reinterpretare e cucirsi addosso.
Da Jimi Hendrix ai Judas Priest, dai Sex Pistols a Peter Tosh, quattro versioni che attraversano linguaggi e attitudini diverse, mostrando quanto questa canzone sia rimasta viva, elastica e ancora capace di raccontare, ogni volta in modo nuovo, cosa significa imbracciare una chitarra e provarci davvero.
Un ragazzo con la sua chitarra
Il punto più alto della scrittura di Chuck Berry è probabilmente “Johnny B. Goode”. Una canzone che, più che raccontare una storia, mette a fuoco un’immagine destinata a restare: quella di un ragazzo di provincia che trova nella chitarra elettrica la sua occasione. Non è solo talento, non è solo ambizione. È l’idea che quello strumento possa davvero cambiare le cose. Nella visione di Berry, la chitarra diventa qualcosa di molto concreto: un mezzo di riscatto, quasi una via d’uscita. Johnny è un ragazzo qualsiasi, senza privilegi, ma con una passione che lo distingue e che, suonata abbastanza forte, può portarlo lontano. Ed è proprio qui che il brano allarga il suo raggio. Perché quella storia, così semplice, diventa immediatamente riconoscibile. Il mito del ragazzo timido che trova un posto nel mondo imbracciando una chitarra è esattamente quello che il rock continuerà a raccontare per decenni. E trova una delle sue rappresentazioni più efficaci nel cinema: in Back to the Future (1985), quando Marty McFly — interpretato da Michael J. Fox — sconvolge e strega i suoi compagni di liceo proprio suonando una versione esasperata, quasi metallara, del brano. Grazie a Chuck Berry, al Rock, al suo indiavolato riff di apertura di “Johnny B. Goode”, per intere generazioni di adolescenti, la chitarra elettrica è diventata il primo strumento per fare musica ma anche per distinguersi, per contare qualcosa, per costruirsi un’identità.
Quattro canzoni
Per celebrare un classico come “Johnny B. Goode” abbiamo selezionato quattro versioni che meritano un ascolto attento: alcune fedeli allo spirito originale, altre più libere e sopra le righe. Quattro riletture che raccontano, attraverso epoche e artisti diversi, quanto questo brano sia rimasto vivo, e ancora capace di accendere l’immaginario del rock. Non a caso è anche il brano perfetto per darci dentro in una jam session: la struttura è quella del blues, semplice, immediata, di solo tre accordi. Così, basta conoscere il giro e ci si muove dentro con naturalezza. Proprio per questo diventa terreno ideale per spingere su riff, improvvisazioni e assolo, allungare le parti, cercare interplay senza paura di perdersi. E allo stesso tempo, proprio perché non vive di arrangiamenti complessi ma di energia e dinamica, è uno strumento perfetto per accendere una prova, mettere insieme una band, costruire un suono e un’attitudine condivisa, suonando.
JIMI HENDRIX da Johnny B. Goode: An Original Video Soundtrack (1986)
La versione di Jimi Hendrix è probabilmente quella più fedele allo spirito di Chuck Berry, ma anche quella che lo spinge più lontano. La struttura resta intatta, ma tutto viene traghettato altrove: nello spazio psichedelico della Summer Of Love, nel chitarrismo alieno, nell’eccentricità artistica, nella poesia, nella veemenza, nella sensualità di Hendrix. È uno di quei momenti in cui si capisce con chiarezza da dove parte il rock e quanto velocemente possa trasformarsi: in pochissimi anni, da Berry a Hendrix, lo stesso linguaggio diventa incandescente, quasi futuristico. La sua esecuzione — registrata dal vivo a Berkeley Community Theatre — ha un’intensità che ancora oggi può far cadere la mandibola anche all’ascoltatore più navigato. È talmente viscerale e fuori dal tempo che, se ci dicessero che a suonarla così fosse - oggi - una band alternative di diciannovenni con alla chitarra la sei corde più promettente in circolazione, ci crederemmo e anzi ci compiaceremmo della vivacità e originalità del sound!
JUDAS PRIEST da Ram It Down (1988)
La versione dei Judas Priest, inclusa in Ram It Down (1988), dimostra quanto “Johnny B. Goode” sia uno standard perfetto: un brano talmente semplice e solido da poter essere riarrangiato e cucito addosso a qualsiasi linguaggio. La struttura resta molto vicina all’originale, ma viene trascinata in un territorio più cupo e aggressivo, con un incedere totalmente metal. È una canzone che continua a essere divertente da ascoltare, ma soprattutto da divertente da suonare; così i Priest fanno esattamente quello che il pezzo invita a fare: darci dentro più non posso con le chitarre elettriche. A partire dal riff fino agli spazi apertissimi per assolo e improvvisazione, Glenn Tipton e K. K. Downing si scatenano, trasformandola in una scorribanda da metallari!
SEX PISTOLS da The Great Rock’n Roll Swindle (1979)
La versione dei Sex Pistols, inclusa nella colonna sonora di The Great Rock 'n' Roll Swindle, è una piccola chicca che racconta bene un’altra natura di “Johnny B. Goode”: quella del brano da sala prove, immediato, condiviso. Il film — più una favola punk che un vero documentario — è un collage spiazzante di materiali eterogenei, tra registrazioni rubate, riletture improbabili e momenti quasi da musical. Qui i Sex Pistols partono dal classico di Berry e lo stropicciano in una jam sporca e divertita, che a un certo punto scivola in una medley con “Roadrunner” di Jonathan Richman. Il bello è proprio questo: un brano semplice, con struttura blues, che diventa terreno perfetto per costruire e cementare sound e coesione. E dentro quella sfrontatezza punk emerge anche altro: Steve Jones suona con un tiro credibile, accenna assolo, tiene insieme il pezzo. È la dimostrazione che i Pistols, quando volevano, erano molto più solidi di quanto si sia spesso raccontato.
PETER TOSH da Mama Africa (1983)
Peter Tosh è stato uno dei fondatori dei Wailers insieme a Bob Marley e Bunny Wailer, oltre che figura centrale del reggae più militante e legato alla cultura rastafari. La sua versione contenuta in Mama Africa (1983), è forse la più sorprendente: qui “Johnny B. Goode” viene completamente ribaltata. Dell’originale restano l'idea del testo e appena un’ombra della linea melodica, ma l’impianto armonico viene riscritto da capo, abbandonando il blues per un portamento reggae pieno, con accenti in levare e un groove completamente diverso. Ma il punto non è solo musicale. Tosh prende il brano e lo sposta geograficamente e culturalmente: dalla Louisiana alla Giamaica, riscrivendo anche il contesto (“Deep down in Jamaica…”). È un’operazione precisa, quasi politica: appropriarsi di un classico del rock occidentale per rileggerlo dentro una sensibilità caraibica e rastafari. In questo modo, più che la forma, si conserva il messaggio: la musica come strumento di riscatto.