Chitarriste rock: da Joan Jett a oggi, le nostre quattro preferite
28 novembre 2025 alle ore 10:54, agg. alle 15:09
Dalla storia di Joan Jett alle nuove protagoniste: guida all’ascolto con quattro chitarriste rock da scoprire. Quali sono le vostre preferite?
Negli anni in cui la chitarra elettrica era un terreno quasi esclusivo del rock maschile, Joan Jett si impone con talento e canzoni che fanno epoca. Oggi quello scenario è cambiato: le chitarriste sono ovunque e parlano linguaggi diversi, dal rock al post-rock.
Questa non è una lista definitiva, ma una guida all’ascolto: Emily Roberts, Yvette Young, Jennifer Batten e St. Vincent. Quattro percorsi diversi, quattro modi di intendere il rock e la chitarra. Le nostre preferite per iniziare. E le vostre, quali sono?
Quando la chitarra elettrica non era “permessa”
Oggi trovare grandi chitarriste nella scena rock non è più una rarità: è un dato di fatto. Ma questo scenario è il risultato di un percorso lungo, graduale e tutt’altro che scontato. La chitarra elettrica, soprattutto in ambito rock, per molto tempo è stata uno strumento percepito come territorio maschile; ovviamente, più per consuetudine culturale che per reali limiti musicali. A rendere questo passaggio comprensibile è la storia di Joan Jett. Nata musicalmente negli anni Settanta, prima con The Runaways e poi con i Joan Jett and the Blackhearts, è una delle prime figure femminili ad affermarsi nel rock con una chitarra elettrica in mano. È passata alla storia per aver scritto “I Love Rock ’n’ Roll”, uno dei brani più celebri degli anni ’80, e per essersi imposta in una scena dominata dal rock duro, dal punk e dall’hard rock in un’epoca in cui quella presenza era tutt’altro che scontata. Negli anni ’70 Joan Jett si avvicina alla chitarra elettrica in una scena rock che non prevede davvero la presenza di una ragazza con una Fender o una Gibson al collo. Non è una questione di talento o capacità, ma di ruoli impliciti: suonare andava bene, ma non con quel tipo di strumento. Lo spiega lei stessa in modo molto diretto: era normale, diffuso, che una ragazza suonasse la chitarra classica, il pianoforte o il violino; ed erano tante le cantautrici che si accompagnavano alla chitarra folk. Il problema era la chitarra elettrica e il fatto che la musica in gioco fosse il rock. Jett insiste nel ricordare quante fossero le sue compagne di classe che studiavano Bach e Beethoven su vari strumenti senza che nessuno sollevasse obiezioni: la barriera non era sulla musica, ma sullo strumento e su ciò che rappresentava. Quindi, stando a quanto racconta Joan Jett, non era una questione di capacità o interesse, bensì di avere il “permesso”. Con The Runaways prima e poi con Joan Jett and the Blackhearts, le difficoltà non si limitano all’accettazione sociale. Arrivano anche dall’industria discografica. Jett racconta di conservare ancora oggi ventitré lettere di rifiuto ricevute dalle etichette. Alcune non offrivano alcuna spiegazione, altre contenevano indicazioni quasi surreali: “mollare la chitarra” oppure affidarsi a qualcun altro per scrivere le canzoni. Eppure molte di quelle canzoni sarebbero poi diventate successi negli Stati Uniti. Ma anche quando i brani funzionavano, esisteva un limite non dichiarato: le radio sembravano applicare una regola implicita, una donna alla volta in programmazione. Non un divieto scritto, piuttosto una soglia invisibile che determinava chi potesse passare e chi dovesse aspettare. Oggi il contesto è profondamente diverso, e il numero di chitarriste autorevoli è in crescita costante. Ma quella normalità è il risultato di un’evoluzione lenta, costruita anche su percorsi come quello di Joan Jett.
Quattro chitarriste
Quella che segue non vuole essere una lista definitiva. È una selezione dichiaratamente soggettiva, costruita su gusti personali, ascolti e affinità musicali. I nomi scelti cercano di tenere insieme più piani: da un lato chi ha avuto un peso storico nell’imporre la figura femminile nell’immaginario – per anni quasi esclusivamente maschile – della chitarra rock; dall’altro chi convince soprattutto sul piano artistico, perché inserita in un contesto di band, songwriting e visione collettiva; e infine chi appare più stimolante sul fronte dell’evoluzione del linguaggio, dell’esplorazione timbrica e della ricerca sonora. L’ultimo nome in questa lista invece li contiene un po’ tutti. St. Vincent rappresenta la figura del chitarrista nel senso più ampio: non solo bravura tecnica, ma costruzione di un mondo. Quella linea che da Eric Clapton e Jimi Hendrix arriva fino a Jack White o Jeff Buckley: artisti che non ti colpiscono solo con la chitarra, ma con le canzoni, il carisma, le storie e l’estetica. E ora tocca a voi: per tecnica, per songwriting, per suono, per attitudine – o semplicemente per gusto personale – quali sono le vostre chitarriste preferite?
Emily Roberts (Last Dinner Party)
Nell’universo sonoro dei The Last Dinner Party la chitarra di Emily Roberts è un elemento strutturale. Il suo percorso nasce dallo studio accademico – jazz, classica, teoria – ma la sua identità musicale prende forma fuori dall’aula. Nelle sue influenze convivono Queen, David Bowie, St. Vincent ed Eddie Van Halen. Non è una chitarrista da vetrina tecnica: è una musicista da band, con grande attenzione agli arrangiamenti e alle dinamiche collettive. Dopo un primo avvicinamento al contrabbasso, cambia direzione scoprendo un modo più diretto e “pop” di vivere la musica. Da Clapton ai Led Zeppelin, passando per il jazz al liceo e gli studi accademici, costruisce un linguaggio che tiene insieme raffinatezza, sperimentazione e impatto.
Yvette Young (Covet)
Nel panorama attuale dei virtuosi della chitarra, Yvette Young si muove sullo stesso livello tecnico di figure come Tosin Abasi, Plini o Guthrie Govan, ma con un approccio completamente diverso. Il suo è un virtuosismo non solistico: la chitarra ritmica è protagonista con orchestrazioni, effetti e architetture sonora. Proveniente da studi di pianoforte e violino, tratta lo strumento come una piccola orchestra. Suona prevalentemente fingerstyle, costruendo groove complessi e armonie stratificate. Gli effetti non sono decorazione ma parte attiva dell’arrangiamento. La sua cifra stilistica è aver portato una tecnica elevatissima dentro un linguaggio post-rock e indie senza snaturarlo. Il progetto Covet è il contesto in cui il suo lavoro esprime al meglio la sua visione.
Jennifer Batten (Michael Jackson, Jeff Beck)
Negli anni Ottanta, mentre il rock è dominato dal virtuosismo metal, Jennifer Batten emerge in modo trasversale. La svolta arriva quando Michael Jackson deve trovare chi possa suonare dal vivo l’assolo di “Beat It”, inciso in studio da Eddie Van Halen su THRILLER (1982). Van Halen ovviamente non è disponibile, essendo il chitarrista di una delle band allora più popolari del pianeta. Partono le audizioni. Jackson sceglie Batten, che insegna chitarra moderna al Musicians Institute, accanto a docenti come Frank Gambale, Paul Gilbert e Scott Henderson. Specialista del tapping (tecnica in cui la chitarra viene suonata con entrambe le mani sulla tastiera, con un approccio quasi pianistico), porta sul palco un virtuosismo futuristico in uno show pop globale, con ruoli solistici centrali e – soprattutto – un’immagine iconica: Batten sale sul palco come un’amazzone aliena, corazza scintillante e una cresta leonina biondo ossigenata, bucando il palco, vera alter ego di Jackson nei momenti più rock. Sarà una delle prime chitarriste a essere protagonista in un tour mondiale con un ruolo da solista così importante.
St. Vincent
Tra le chitarriste contemporanee, St. Vincent è forse la figura più rappresentativa per completezza. Il suo chitarrismo è sperimentale, dissonante, orientato al suono più che alla tecnica esibita. Tratta la chitarra come una macchina di suoni matti, un sintetizzatore irregolare. Non a caso viene spesso accostata a nomi come Robert Fripp, Frank Zappa o Adrian Belew. Accanto al suono ha costruito un’estetica forte e riconoscibile, erede della lezione di Hendrix: tecnica, immagine, presenza scenica. Non cerca il virtuosismo come fine. Lo snobba per scelta. È un’artista totale.