Charlie Watts, il battito jazz che teneva in equilibrio i Rolling Stones
24 agosto 2026 alle ore 15:17, agg. alle 15:42
Dal jazz londinese agli stadi: storia, tecnica e peso umano del batterista che trasformò i riff di Keith Richards nel battito degli Stones.
Charlie Watts non è stato semplicemente il batterista dei Rolling Stones. È stato l’elemento che ha permesso alla band di suonare sporca senza essere confusa, libera senza perdere il controllo, aggressiva mantenendo una naturale eleganza ritmica. Per quasi sessant’anni ha occupato il posto meno appariscente sul palco, diventando però il punto sul quale si appoggiavano i riff di Keith Richards, i movimenti di Mick Jagger e le diverse formazioni attraversate dal gruppo.
La sua importanza non si misura nel numero di assoli – con gli Stones non ne faceva – o nella complessità tecnica esibita. Watts costruiva il carattere dei brani attraverso la sottrazione, il tempo leggermente elastico e una conoscenza del jazz che restava riconoscibile anche dentro il rock più diretto.
Dal jazz londinese all’ingresso nei Rolling Stones
Charles Robert Watts nacque a Londra il 2 giugno 1941 e crebbe a Wembley, in una casa prefabbricata, insieme alla famiglia. Il padre lavorava come autista di camion. Il suo amico d’infanzia Dave Green, destinato a diventare un apprezzato contrabbassista jazz, condivise con lui la scoperta dei dischi di Charlie Parker, Duke Ellington, Miles Davis e Thelonious Monk.
A quattordici anni Watts acquistò un banjo, ma invece di imparare a suonarlo ne trasformò la pelle in una sorta di rullante. Nel 1955 ricevette la prima batteria. Il riferimento decisivo fu Chico Hamilton in Walkin’ Shoes di Gerry Mulligan, ma nella sua formazione entrarono anche Art Blakey, Max Roach, Philly Joe Jones, Roy Haynes ed Elvin Jones.
Dopo gli studi alla Harrow School of Art, Watts lavorò come grafico pubblicitario. Disegnò anche Ode to a High Flying Bird, libro illustrato dedicato a Charlie Parker, pubblicato nel 1964. La grafica sarebbe rimasta un’attività parallela: negli anni collaborò alla progettazione di copertine e palchi dei Rolling Stones.
Il passaggio al rhythm and blues arrivò con i Blues Incorporated di Alexis Korner, ambiente nel quale incontrò Brian Jones, Mick Jagger e Keith Richards. Watts entrò ufficialmente nei Rolling Stones nel gennaio 1963, quando il gruppo cominciò a potergli garantire un compenso regolare. Lui avrebbe poi definito quell’ingresso "un puro incidente", ma Richards diede alla cosa ben altro peso: "Quando riuscimmo ad avere Charlie, per noi cambiò tutto".
Lo stile di Charlie Watts: swing, spazio e ritardo sul beat
Lo stile di Charlie Watts nasce da un apparente paradosso: un batterista cresciuto nel jazz chiamato a dare stabilità a una band fondata sui riff. Watts risolse il problema senza rinnegare le proprie origini. Usava un kit essenziale, generalmente una Gretsch a quattro pezzi, impugnava le bacchette con la presa tradizionale e cercava un suono capace di “oscillare e rimbalzare”.
La sua caratteristica più riconoscibile era l’abitudine a sollevare la bacchetta dal charleston quando colpiva il rullante sul secondo e quarto movimento. In questo modo il backbeat acquistava maggiore peso e spazio. Non si trattava di un trucco studiato: Watts spiegò di essersene accorto soltanto dopo che Jim Keltner glielo aveva fatto notare. Py
C’era poi il rapporto con Keith Richards. Normalmente è la band a seguire il batterista; negli Stones, Watts seguiva la chitarra ritmica di Keith. Bill Wyman descrisse un sistema nel quale il basso tendeva ad anticipare Richards, mentre Charlie arrivava una frazione dopo. Da quella distanza minima nasceva il celebre “tiro” degli Stones: compatto ma non rigido, continuamente in bilico.
Definire tutto questo semplicemente “shuffle” sarebbe riduttivo. Watts possedeva un eccellente shuffle, fondamentale nel blues della band, ma il suo segreto era soprattutto il modo di collocare i colpi. Uno studio sul microtiming pubblicato nel 2025 ha confermato che tra il 1967 e il 1973 ritardava il backbeat più frequentemente rispetto a molti contemporanei. Lo stesso studio mostra però che il fenomeno non ricorreva in ogni brano: il suo stile non era una formula, ma una risposta alla musica.
"Io suono le canzoni. Non è una questione tecnica, è emotiva", disse Watts.
Il punto di equilibrio umano dei Rolling Stones
La compostezza di Charlie Watts non va trasformata in una caricatura. Anche lui attraversò un periodo durissimo. Tra il 1983 e il 1986 sviluppò problemi con alcol, anfetamine ed eroina, proprio mentre il rapporto tra Jagger e Richards raggiungeva uno dei suoi minimi storici durante la lavorazione di Dirty Work. "Divenni una persona completamente diversa. Rischiai di perdere mia moglie, la mia famiglia e tutto il resto", raccontò in seguito.
Ne uscì interrompendo quelle dipendenze e recuperando il rapporto con Shirley Shepherd, sposata nel 1964. La crisi degli anni Ottanta rimase un’eccezione dentro una carriera dominata dalla continuità. Watts attraversò cambi di formazione, litigi, arresti, dipendenze, tournée interminabili e trasformazioni industriali senza alimentare la competizione interna alla band.
Era il mediatore naturale tra l’attenzione maniacale di Jagger e l’istinto irregolare di Richards. Mick lo ha definito "il battito della band e una personalità molto stabile", aggiungendo che era affidabile e non aveva atteggiamenti da diva.
Una posizione, la sua, che in qualche modo lo avvicina per ruolo a quella del 'rivale' dei Beatles, Ringo Starr. Non perché i due suonassero allo stesso modo, ma perché entrambi comprendevano la funzione più difficile: leggere una canzone e darle un’identità senza soffocarla. Ringo costruiva incastri e fill melodici modellati sulle composizioni dei Beatles; Charlie introduceva nei Rolling Stones swing, ritardo, peso e silenzio. Erano i batteristi delle due band rivali, ma condividevano amicizia, sobrietà esecutiva e una concezione anti-virtuosistica del ruolo. Richards lo ha sintetizzato parlando di entrambi: "Questa non è una gara. È musica. Conta quando non colpisci, conta il silenzio".
Watts morì il 24 agosto 2021, a ottant’anni. Gli Stones hanno continuato con Steve Jordan, batterista indicato dallo stesso Charlie come possibile sostituto. Ma hanno inevitabilmente modificato il proprio centro di gravità: una prova ulteriore del fatto che Watts non accompagnava semplicemente i Rolling Stones. Ne regolava il respiro.
Charlie Watts in cinque brani fondamentali
1. Get Off of My Cloud
Pubblicata nel 1965, Get Off of My Cloud mostra un Charlie Watts molto più irruento rispetto all’immagine del batterista minimalista costruita negli anni successivi. L’introduzione è immediatamente riconoscibile: un pattern di batteria che non prepara semplicemente l’arrivo del riff, ma diventa uno degli elementi portanti dell’intero brano.
Watts alterna il battito regolare a fill che sembrano continuamente rilanciare la canzone. La parte conserva una struttura ripetitiva, ma evita l’effetto meccanico grazie agli accenti, alla dinamica e al modo in cui il rullante entra in relazione con la voce di Jagger. È una batteria nervosa, adatta a un testo costruito sull’insofferenza e sul bisogno di allontanare le pressioni successive al successo di Satisfaction.
Il brano dimostra anche che la semplicità di Watts non coincideva con l’immobilità. Quando serviva poteva riempire molto più spazio, purché il movimento rimanesse funzionale alla canzone. Max Weinberg ha indicato proprio Get Off of My Cloud come uno degli attacchi di batteria più iconici della storia del rock.
2. Honky Tonk Women
In Honky Tonk Women il celebre colpo iniziale di cowbell è suonato dal produttore Jimmy Miller, non da Watts. La vera lezione di Charlie comincia subito dopo: il suo ingresso sembra quasi inciampare nel brano, prima di trovare un groove che rende il riff di Richards elastico e sensuale.
La batteria non procede come un metronomo. Spinge, trattiene e accompagna le variazioni della voce, costruendo quella sensazione di movimento per la quale il singolo del 1969 resta uno dei modelli definitivi del rock degli Stones. Il rullante ha un suono ampio, il charleston lascia spazio al backbeat e i passaggi verso i ritornelli aumentano l’intensità senza trasformarsi in dimostrazioni tecniche.
Il tempo tende inoltre ad accelerare nel corso dell’esecuzione. Non è un difetto da correggere, ma parte della tensione del pezzo: la canzone sembra diventare progressivamente più sicura e sfrontata. Honky Tonk Women è Charlie Watts nel suo territorio ideale, sospeso tra blues, country, R&B e quella particolare oscillazione che nessuna programmazione potrebbe riprodurre allo stesso modo.
3. Midnight Rambler
Se si vuole isolare lo shuffle di Charlie Watts, Midnight Rambler è uno degli esempi più completi. Nella versione in studio il brano parte con un andamento blues nel quale il charleston scandisce la suddivisione ternaria, mentre la cassa mantiene una pulsazione regolare. Watts evita di irrigidire il riff e lascia che chitarra, armonica e voce si muovano intorno al tempo.
La vera dimensione del pezzo emerge però dal vivo. Midnight Rambler diventava una struttura aperta, con rallentamenti, ripartenze, silenzi e improvvise accelerazioni guidate dai gesti di Jagger e dalla chitarra di Richards. Watts controllava questi cambi senza rendere visibile lo sforzo e senza trasformarli in un esercizio progressive.
È qui che la sua formazione jazz acquista un valore concreto: ascolto reciproco, capacità di modificare la dinamica e disponibilità a reagire in tempo reale. Il batterista non impone un percorso prestabilito, ma tiene insieme la band mentre il brano cambia forma. Midnight Rambler dimostra che per Watts essere solidi non significava restare fermi, bensì rendere credibile ogni deviazione.
4. Can’t You Hear Me Knocking
Can’t You Hear Me Knocking, pubblicata nel 1971 su Sticky Fingers, contiene quasi due identità dei Rolling Stones. La prima parte è costruita sul riff ruvido di Keith Richards e su un accompagnamento diretto: Watts mantiene il brano pesante e compatto, senza contrastare la chitarra con figure eccessivamente articolate.
Nella seconda metà la registrazione si apre invece in una lunga jam con il sax di Bobby Keys e la chitarra di Mick Taylor. Charlie cambia linguaggio senza interrompere la continuità del pezzo. Il charleston marca i quarti, i piatti assumono maggiore importanza e la batteria comincia a dialogare con i solisti secondo una sensibilità apertamente jazzistica. Devastante è la naturalezza con cui accompagna il passaggio dal rock alla jam.
Can’t You Hear Me Knocking dimostra che la sua economia non dipendeva da limiti espressivi. Watts sceglieva quanto suonare e quale vocabolario utilizzare in base alla direzione presa dalla band.
5. Beast of Burden
In Beast of Burden, inserita in Some Girls del 1978, la batteria sembra quasi scomparire dentro l’intreccio delle chitarre di Keith Richards e Ronnie Wood. È proprio questa apparente invisibilità a renderla fondamentale. Watts crea una pulsazione rilassata ma profonda, evitando di sovraccaricare gli spazi lasciati dal celebre “weaving” dei due chitarristi.
Il suo backbeat dà consistenza alla canzone senza renderla aggressiva. Piccoli spostamenti dinamici, aperture del charleston e fill ridotti all’essenziale accompagnano le variazioni vocali di Jagger. La parte potrebbe sembrare facile finché non si prova a riprodurne il peso: se eseguita con eccessiva precisione perde sensualità; se lasciata troppo libera smonta l’incastro delle chitarre.
Il brano fotografa il Watts maturo, ormai capace di ottenere il massimo risultato con pochissimi elementi. È anche uno dei punti nei quali la somiglianza concettuale con Ringo Starr appare più evidente: nessun colpo chiede di essere ascoltato separatamente, ma togliendo quella batteria l’intera registrazione perderebbe identità.
Beast of Burden non contiene una dimostrazione di bravura. Contiene qualcosa di più raro: una parte che sembra essere sempre esistita insieme alla canzone.