Interviste

Blossoms: come “Gary” ha cambiato i concerti (e cosa significa l’effetto Oasis)

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Author image Gianluigi Riccardo

20 febbraio 2026 alle ore 10:30, agg. alle 11:13

Tom Ogden e Joe Donovan tra rituali pre-show, grassroots venue e nuove canzoni: “Ora apprezziamo davvero il tour”.

Nel pieno del tour europeo 2026, i Blossoms sono tornati in Italia per una data sold out alla Santeria Toscana di Milano e, ai microfoni di Hypersonic su Radiofreccia, il frontman Tom Ogden e il batterista Joe Donovan hanno raccontato un momento di consapevolezza artistica e personale.

Attivi sulla scena da circa 10 anni, i Blossoms si sono ritagliati il loro spazio come una delle band più britanniche del giro e nel 2024 hanno fatto uscire l'ultimo album "Gary", un lavoro nato dalla notizia di un enorme gorilla in fibra di vetro trafugato e la cui replica è poi diventata vera mascotte della band, stazionando a guardia della sala prove e come protagonista degli esilaranti video in supporto all'album.


Guarda QUI l'intervista integrale dei Blossoms a Radiofreccia per Hypersonic


La vita dei Blossoms in tour

“Credo che mi piaccia andare in tour più di quanto mi sia mai piaciuto prima”, spiega Tom Ogden. Un cambio di prospettiva netto rispetto agli inizi: “Quando eravamo più giovani pensavamo solo a dove stare e mangiare, eravamo più esigenti… ora che sono un po’ più grande, apprezzo di più le cose”.

La differenza, sottolinea il batterista Joe Donovan, è soprattutto mentale: “Ora che siamo più grandi, non devo alzarmi e preoccuparmi di svuotare la lavastoviglie o fare il bucato. Posso alzarmi e andare, ho un concerto stasera”. La concentrazione è tutta sul palco: “Con la testa libera devo dare il massimo per poter essere me stesso”.

Un approccio più professionale che passa anche da piccoli rituali. Joe ammette: “Sono superstizioso. Devo salire sul palco con il piede sinistro”.

Tom invece ripassa ogni sera la scaletta: “Mi piace averla nel camerino. Ripasso ogni canzone e recito il testo molto velocemente tra me e me”.

Anche la gestione della vita di gruppo è cambiata: “Eravamo soliti fare cose molto simili, come andare tutti insieme a mangiare fuori… ora ognuno fa per conto proprio”. Una scelta che, spiegano, aiuta a preservare l’equilibrio della band dopo oltre dieci anni di carriera.



“Gary”: l’idea controintuitiva che ha dato un’identità all’album

Il centro della conversazione è Gary, un disco nato da un’immagine tanto surreale quanto efficace: un gorilla diventato simbolo e filo conduttore del progetto.

“Quando si registra un album spesso non si ha una visione completa quando inizi”, racconta Ogden. “Crei delle canzoni e poi dici: ok, bene, di cosa sto scrivendo?”. In una prima fase, la band aveva considerato titoli più “seri”, ma qualcosa non funzionava.

La svolta arriva con il brano “Gary”. “Ho avuto questa piccola voce nella mia mente che continuava a ripetermi: ‘Penso che dovresti chiamare l’album Gary’”. Una scelta che andava contro le logiche più prevedibili: “Sembrava il contrario di quello che dovresti fare… ma tutti lo capiscono, è semplice”.

Scrivere attraverso un personaggio ha aperto nuove possibilità narrative: “Ero io che guardavo fuori invece che dentro”, spiega Ogden. “Credo che Gary incarni davvero quell’energia”.

Il filtro del personaggio permette di dire cose che, altrimenti, sarebbero più difficili da esprimere in prima persona.

Il riscontro dal vivo ha superato le aspettative della band. “Se sei fuori con un nuovo album, non penseresti mai di chiudere uno show con una delle nuove canzoni… di solito è tipo Charlemagne”. Eppure oggi “Gary” è diventata la chiusura dei concerti, trasformandosi rapidamente in un nuovo classico per i fan.

Anche il video ha contribuito all’immaginario del disco. “I video per Gary sono stati divertenti perché stai andando in giro con questo gorilla enorme”, racconta Ogden, ricordando le riprese a bordo di un van Volkswagen d’epoca con un gorilla gigante in fibra di vetro. “È stato davvero ridicolo”. Un paradosso che definisce bene l’estetica del progetto: ironica ma consapevole.



Grassroots venue e l’effetto Oasis sulla scena britannica

Nel corso dell’intervista si parla anche della situazione delle piccole venue britanniche. I Blossoms ricordano il loro primo concerto al Night & Day Café: “31 persone. Ci hanno pagato 31 sterline”. Un luogo simbolico per la scena di Manchester, più volte minacciato di chiusura.

“Penso che il problema non risieda solo nei locali stessi… è un problema più grave”, osserva Joe, facendo riferimento alla necessità di interventi strutturali a sostegno dell’intero settore.

Inevitabile, infine, il passaggio sulla reunion degli Oasis e sull’impatto che sta avendo sulla guitar music britannica. “Se ci chiamano e ci chiedono, ovviamente diremmo sì”, risponde la band sull’eventualità di aprire per loro, precisando però di non aspettarsi nulla.

“È stato sicuramente un riflettore puntato sulla guitar music”, commenta Ogden, citando tra i protagonisti della nuova stagione nomi come Fontaines D.C. e Sam Fender. Joe Donovan sintetizza così l’atmosfera degli show negli stadi: “È stata una gioia pura che tutti hanno provato”.

Con il tour ancora in corso, la band conferma di aver già iniziato a lavorare a nuove canzoni. “Abbiamo iniziato a muovere i primi passi nel nuovo album”, conclude Ogden. L’approccio resta lo stesso: osservare, assorbire, trasformare tutto in musica.



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