Adrian Smith: il suono degli Iron Maiden, tra melodia e un assolo in hangover
27 febbraio 2026 alle ore 11:50, agg. alle 15:16
Adrian Smith scolpisce il suono degli Iron Maiden con POWER SLAVE: melodia, chitarre gemelle e un assolo incredibile inciso in hangover davanti a Robert Palmer
Adrian Smith è una figura centrale non solo nella storia degli Iron Maiden, ma nell’intero sviluppo del metal moderno. Il suo ingresso nel 1980 contribuisce a definire un linguaggio chitarristico fondato sull’intreccio armonico e sulla costruzione melodica, trasformando la doppia chitarra in un paradigma che si riverbera su tutta la scena.
La sua grandezza sta nell’essere un guitar hero che ha sempre subordinato tecnica e virtuosismo alla scrittura. Non esibizione fine a sé stessa, ma architettura del brano: un modello che dalle armonizzazioni dei Maiden arriva fino agli Avenged Sevenfold, passando per Judas Priest, Cacophony e l’intera scuola metal a due chitarre. Powerslave (1984), è l’album della consacrazione, segnato dall’episodio dell’assolo inciso in hangover davanti a Robert Palmer.
DNA di un Guitar Hero
Nato il 27 febbraio 1957 a Hackney, nell’East London, Adrian Smith entra negli Iron Maiden nel 1980 al posto di Dennis Stratton, contribuendo in modo decisivo all’evoluzione del linguaggio della band. I Maiden dei primi anni sono una formazione metal nelle intenzioni, ma ancora fortemente segnata da un’attitudine punk: brani diretti, aggressivi, costruiti più sull’impatto che sulla complessità strutturale. Con l’arrivo di Smith il suono si arricchisce in modo evidente: melodie più riconoscibili, arrangiamenti più articolati e soprattutto un uso sistematico delle armonizzazioni a due chitarre che diventa uno dei tratti distintivi del gruppo. Questo equilibrio nasce dal contrasto complementare con Dave Murray. Murray rappresenta l’approccio più istintivo e viscerale: fraseggio fluido, legato, radici blues e un’evidente ascendenza hendrixiana. Smith, al contrario, sviluppa un’impostazione più costruita e melodica, attenta all’architettura delle parti e alla cantabilità delle linee. È proprio questa dialettica — sangue e ragionamento, impulso e progettazione — a generare il cosiddetto twin guitar attack dei Maiden: non semplicemente due chitarre che suonano insieme, ma due voci pensate per intrecciarsi in un sistema armonico coerente. Le influenze di Smith chiariscono bene questa direzione. Il suo primo modello è Ritchie Blackmore (Deep Purple), ma nei primissimi anni, quando con Murray forma le prime band adolescenziali, il riferimento più concreto diventa il boogie immediato degli Status Quo, utile per costruire una base tecnica elementare fatta di riff e accordi. Successivamente il suo gusto si orienta verso chitarristi “di misura” come Brian Robertson e Scott Gorham dei Thin Lizzy, musicisti capaci di privilegiare melodia e feeling rispetto alla pura velocità. Smith stesso ha spesso sottolineato di non aver mai aspirato al virtuosismo fine a sé stesso: la tecnica la rispetta, ma quando diventa solo esibizione gli appare “matematica”. Anche parlando di figure come Eddie Van Halen o Gary Moore, ne evidenzia soprattutto l’energia fisica, la forza esecutiva e la capacità di tradurre la tecnica in espressività e songwriting. Questo approccio contribuisce a ridefinire il modo di pensare la chitarra nel metal degli anni Ottanta. Le armonizzazioni dei Maiden diventano un modello per numerose band: dalla coppia Phil Collen–Steve Clark nei Def Leppard fino alle estremizzazioni tecniche dello shred metal, come Cacophony o Racer X. Ancora oggi quella matrice resta riconoscibile in gruppi contemporanei come gli Avenged Sevenfold, dove il dialogo tra due chitarre soliste continua a essere costruito secondo un principio che i Maiden hanno contribuito a rendere centrale.
POWERSLAVE
Se c’è un disco che consolida definitivamente la dimensione internazionale degli Iron Maiden, quello è Powerslave (1984). È l’album che amplia la portata del loro suono, ne rafforza l’identità e li proietta stabilmente su scala globale, anche grazie a un tour mastodontico che li tiene in giro per tredici mesi. La scrittura si fa più ambiziosa, le strutture più articolate (basti pensare ai tredici minuti di “Rime Of The Ancient Mariner”) e il lavoro sulle chitarre raggiunge un equilibrio particolarmente maturo tra potenza e costruzione melodica. Adrian Smith è uno degli snodi centrali di questo passaggio. “Per quanto riguarda le nostre intenzioni, era sempre tutto incentrato sulla canzone. Scrivevamo il pezzo, e solo dopo io e Dave ci preoccupavamo degli assoli”, ha spiegato. Eppure gli assoli sono parte integrante della narrazione: in Powerslave ce ne sono quattordici, divisi equamente tra lui e Dave Murray. “Dave e io ne parlavamo raramente… alla fine contava il fatto che ci conoscessimo, più che discutere di quello che avremmo fatto.” Nel dettaglio dei brani il contributo di Smith emerge in modo concreto. “2 minutes To Midnight”, sviluppata inizialmente da un suo demo spartano su quattro piste, sintetizza il suo equilibrio tra riff compatti, ritornelli immediati e un assolo costruito con logica melodica più che esibizione tecnica. In “Aces High” le armonizzazioni con Murray diventano elemento strutturale del tema principale, non semplice raddoppio, mentre nella title track il suo assolo si muove tra fraseggi costruiti su scale pensate da jazzista e fraseggi sanguigni ed espressivi che amplificano la tensione epica del pezzo. Nella già citata “Rime Of The Ancient Mariner”, infine, il dialogo tra le due chitarre accompagna i cambi di sezione con un lavoro di intreccio armonico che rende la lunga suite sorprendentemente fluida e coerente.
L'assolo da sbronzo
Non tutto però nasce da calcolo e progettazione. L’aneddoto più noto riguarda proprio l’assolo della title track. “Eravamo un gruppo di ragazzi giovani e uscivamo ogni notte a fare festa pesantemente. Quella sera rientrammo alle tre del mattino e pensai: domani non lavoriamo di sicuro.” Invece, la mattina seguente, lo chiamò in studio il produttore Martin Birch (figura storica dell’hard rock, già al lavoro con Deep Purple, Rainbow e Black Sabbath) che, racconta Smith, “faceva festa più di tutti noi, ma alle dieci era già lì”. In studio, seduto accanto a Birch, c’era anche Robert Palmer, in quegli anni una delle rockstar più popolari della scena internazionale, prossimo ad esplodere con il successo planetario di “Addicted To Love”. “Mi fecero sedere alla consolle e registrare l’assolo di "Powerslave". Stavo davvero male, ma ce l’ho fatta. Curiosamente, è uno dei miei preferiti.” Dal punto di vista sonoro, la scelta di Adrian Smith è quasi controcorrente. In un periodo in cui l’hard rock e il metal inseguono effetti, rack digitali e produzioni sempre più elaborate, lui privilegia un’impostazione spartana: chitarra sparata dritta in un gigantesco amplificatore Marshall da 100 watt spinto al massimo, con - inoltre - un overdrive a rafforzare attacco, definizione e cattiveria. Una filosofia coerente con il suo approccio: chiarezza della linea melodica e solidità del fraseggio prima di qualsiasi sofisticazione tecnologica. Non a caso, la critica ha spesso indicato "Powerslave" come uno dei punti di equilibrio più alti tra ambizione compositiva e impatto metal nella carriera dei Iron Maiden.