Cinque perle di Jimmy Page
08 gennaio 2026 alle ore 19:55, agg. alle 15:32
Guida all’ascolto di cinque classici dei Led Zeppelin per avvicinarsi al mondo di Jimmy Page, non solo chitarrista ma musicista decisivo nella storia del rock.
Jimmy Page è universalmente celebrato come uno dei più grandi chitarristi della storia del rock. Ma ridurlo a una questione di bravura, assolo memorabili e tecnica significa perdere di vista il suo contributo più profondo: l’idea di chitarra e musicista come motore della band, della scrittura e del suono.
Nato il 9 gennaio 1944, celebriamo Jimmy Page, ripercorrendo cinque brani fondamentali dei Led Zeppelin. Non chicche per addetti ai lavori o brani minori e nascosti da super appassionati, ma classici imprescindibili per comprendere un musicista che ha cambiato il rock ben oltre le sei corde.
Non solo chitarrista
Jimmy Page è una figura decisiva della storia del rock, spesso raccontata in modo riduttivo quando lo si annovera “semplicemente” come uno dei migliori e più innovativi chitarristi di sempre. Page lo è stato, eccome. Ma fermarsi alla destrezza sulla chitarra significa perdere il punto. La sua importanza sta nel modo in cui ha ripensato il ruolo della chitarra elettrica dentro una band, nello studio di registrazione e nell’economia stessa della canzone rock. Dal punto di vista tecnico, il suo linguaggio si colloca in una posizione delicata: preceduto da Jimi Hendrix, che ha inventato le possibilità espressive dello strumento, e seguito da Eddie Van Halen, che ne ha ridefinito - per non dire stravolto - la grammatica tecnica e il suono. In mezzo, Page rischia di sembrare “meno rivoluzionario”. In realtà, il suo contributo si gioca su un altro piano. È il chitarrista che mette a sistema il riff distorto come tratto portante del rock pesante, che pensa la chitarra come sezione ritmica, come elemento orchestrale, come laboratorio di suoni e arrangiamenti. Prima ancora dei Led Zeppelin, Page è stato un session man formidabile nella Londra dei primi anni Sessanta: rapidità, precisione, capacità di adattarsi ai contesti più diversi. Un apprendistato che diventa decisivo quando fonda Led Zeppelin e assume anche il ruolo di produttore. È lì che la sua visione si completa: microfoni piazzati con cura maniacale, sovraincisioni (layering) di chitarre, uso creativo di feedback e ambiente. Page capisce che il suono è parte integrante della scrittura e anticipa la figura del musicista moderno, capace di muoversi con la stessa autorità tra palco e mixer. Non è un caso che i riff dei Led Zeppelin abbiano avuto un peso enorme tanto nella nascita dell’heavy metal quanto, vent’anni dopo, nella riscoperta di un rock più ruvido e autentico durante l’era grunge. Le chitarre dei Led Zeppelin tornano sono l'ispirazione centrale ogni volta che il rock sente il bisogno di veracità, di fisicità, di istinto.
5 classi e un fuori Classifica
Per celebrare Jimmy Page, allora, niente caccia alla rarità o alla traccia dimenticata. Meglio una guida all’ascolto essenziale, pensata per chi magari lo ha sempre dato per scontato. Cinque brani, cinque snodi fondamentali. Con una premessa obbligata: tenere "Stairway to Heaven", il mito, fuori dalla nostra lista. L’assolo di “Stairway to Heaven” è stato eletto più volte come il migliore di sempre. Page, però, ha sempre mostrato un certo distacco: «È un ottimo assolo, ma non è il mio migliore». Racconta di averlo inciso rapidamente, con poche possibilità di scelta, in un’epoca in cui i limiti tecnici obbligavano a decisioni definitive. Se per il pubblico è il suo momento più alto, per lui esistono altri passaggi che sente più rappresentativi. Proprio per questo, lo lasciamo fuori: il mito è salvo, ma il percorso può andare oltre.
“Communication Breakdown” LED ZEPPELIN (1969)
Uno dei primi manifesti dell’estetica Zeppelin. Breve, teso, nervoso. Il riff è una fucilata e il solo, suonato con una Telecaster (la più spartana e arcigna delle chitarre elettriche) passata in un wah wha (l’effetto onomatopeico strapazzato da Hendrix e nel funk) , è tutto rapidità e controllo. Qui Page anticipa un’urgenza che il punk farà propria dieci anni dopo: economia di mezzi, energia pura, nessuna concessione superflua.
“Whole Lotta Love” LED ZEPPELIN (1969)
II Blues deformato, distorto, portato a una dimensione nuova. Il riff è semplice solo in apparenza: è una dichiarazione di intenti che sposta l’asse del rock pesante. In mezzo, sperimentazioni di studio, effetti, psichedelia. Page dimostra come si possa essere radicali senza perdere impatto popolare.
“Black Dog” LED ZEPPELIN IV (1971)
Un gioco ritmico sofisticatissimo mascherato da riff istintivo. La chitarra sembra sfidare la batteria, entrando sempre “fuori posto”, mentre John Bonham resta imperturbabile sul suo quattro quarti. È una lezione di scrittura: complessità resa memorabile, tensione che diventa groove.
“Achilles Last Stand” PRESENCE (1976)
Dieci minuti di chitarre stratificate, incise quasi interamente da Page in una sola notte. È forse il suo lavoro più orchestrale, quello che meglio racconta la sua ossessione per il layering. Non a caso, lo stesso Page lo ha spesso indicato come uno dei suoi brani preferiti e come uno dei più difficili da riprodurre dal vivo.
“Heartbreaker” LED ZEPPELIN II (1969)
L’assolo che cambia le regole. La band si ferma, resta solo la chitarra. Sporco, irregolare, selvaggio. Oggi può sembrare istintivo, quasi approssimativo; allora era un atto di rottura totale. Proprio questo assolo ha acceso la scintilla in un giovane Steve Vai, che lo ha descritto come «il più vivo, viscerale e potente attacco alle corde mai sentito». Page, qui, non mostra quanto è bravo: mostra quanto spazio può prendersi la chitarra. Ottanta due anni dopo, Jimmy Page resta questo: non un semplice virtuoso, ma un architetto del suono rock. Un musicista che ha insegnato a intere generazioni che la chitarra non è solo uno strumento da suonare, ma un mondo da costruire